Rojava ancora sotto a attacco

Voltafaccia di Trump che da l’ok per l’invasione alla Turchia

7 / 10 / 2019

Era forse nell'aria da qualche giorno, ma ora è arrivata l'ufficialità: Donald Trump permetterà all'esercito turco di invadere il Nord Siria per creare una zona di sicurezza.

Nella serata di ieri la Casa Bianca, attraverso una telefonata tra Trump e Erdogan, ha dato il via libera ad un’offensiva militare turca nella Siria del Nord, facendo ritirare le truppe americane dall’area di confine tra Turchia e Siria, in un brusco e inaspettato cambiamento di politica estera che vede come vittime, ancora una volta, il popolo curdo e di conseguenza tutti i popoli del Nord Siria. 

Il “job done” ovvero l’ordine di ritiro viene motivato da Trump anche con la sconfitta definitiva di Isis, forse dimenticando gli oltre dieci mila combattenti curdi, e non solo, caduti per la sicurezza di tutto il mondo.

Non è assolutamente una novità che la Turchia consideri le forze curde come un gruppo terroristico e che abbia più volte chiesto e cercato la fine del supporto americano alle forze che per molto tempo sono state l’unico partner affidabile nella lotta sul campo contro lo Stato Islamico.

Adesso, la decisione del Presidente Trump, che va contro qualsiasi raccomandazione che gli era stata fatta sia dai vertici militari che da quelli diplomatici, rischia di far ripiombare nel caos il Medio Oriente. La parte più controversa del piano Erdogan-Trump riguarda la presa in custodia da parte dei turchi delle decine di migliaia di prigioni di Isis, ora sotto custodia delle Forze Democratiche Siriane (SDF), nel campo di Al-Hawl. Trump riconsegnerebbe così migliaia di terroristi al paese che ne ha garantito la sopravvivenza, il libero passaggio lungo la sua frontiera, rendendosi così complice di decine di attentati non solo in Turchia ma in tutta Europa.

Le dichiarazioni sono giunte da entrambe le parte in queste prime ore dopo la notizia di questa mattina. Da una parte il ministro degli esteri turco Cavusoglu ha ribadito che «la Turchia ha sempre sostenuto l’integrità territoriale della Siria fin dall’inizio della crisi siriana e che continuerà a farlo, garantendosi però la sicurezza dei propri confini».

Dall’altra parte, Mustafa Bali, portavoce delle SDF, ribatte «Non ci aspettiamo che gli Stati Uniti proteggano il Nord-Est della Siria ma qui, le persone, si aspettano una spiegazione riguardo agli accordi presi e riguardo al fallimento di tali accordi».

Di per certo questo semaforo verde farà ricadere la regione nella guerra, dopo alcuni anni di pace e stabilità. L’intervento turco mirerà a distruggere la rivoluzione confederale nel suo cuore, mettendo in pericolo comunità religiose e minoranze etniche, aprendo le porte ad un nuovo, tragico, esodo di persone. Vi sarà inoltre un nuovo cambiamento demografico perché nell’idea di sicurezza di Erdogan vi è la volontà di ricollocare oltre un milione di rifugiati siriani, la maggior parte arabi, nei territori “liberati”.

L’unica certezza invece sarà che le Forze Democratiche Siriane sono determinate a difendere la loro terra con tutte le loro forze e ad ogni costo. Ora è il momento di fare pressione sulle istituzioni, sui governi, di far sentire la voce e di denunciare che una nuova aggressione turca al Rojava innesterà una serie di reazioni a catena che andranno a devastare una regione già martoriata dalla guerra e porterà solo morte e distruzione, non pace.

Il compito di tutti quindi ora è di prepararsi alla mobilitazione perché i popoli del Nord Siria non possono essere lasciati soli.

*** Photo Credit: Getty

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