Shell must fall

Intervista a Selj Selge di Code Rood al Venice Climate Camp

21 / 9 / 2019

Nelle giornate del Venice Climate Camp, attraversate da centinaia di attiviste/i provenienti da tutta Europa, Radio Sherwood ha intervistato Selj Selge di Code Rood. Il movimento olandese, che da dieci anni si batte contro le infrastrutture del gas nei Paesi Bassi, ha lanciato per il 2020 una campagna intitolata “Shell must fall”. L’appuntamento principale sarà nel mese di maggio, quando è previsto il blocco dell’assemblea degli azionisti del colosso energetico ora sotto processo per tangenti e devastazioni ambientali nel Delta del Niger.

Selj, in che modo ti sei avvicinato all'attivismo politico?

Ho iniziato a fare dell'attivismo fondamentalmente durante i miei studi universitari in Francia, ma il mio ingresso nel movimento per la giustizia climatica risale esattamente a 10 anni fa, con le prime giornate di mobilitazione per il clima durante il summit di Copenhagen. Quell'occasione mi fece riflettere su come l'andamento del clima avrebbe influenzato il modo in cui sarei vissuto e quello in cui sarei morto. Per questo ho deciso di essere parte di quel movimento, di diventare anch'io un attivista. Da allora l'ho visto crescere esponenzialmente, più di qualsiasi altra lotta. Onestamente, pensavo che ci sarebbe voluto meno tempo prima di arrivare al punto in cui siamo, ma è comunque meraviglioso che il movimento per la giustizia climatica sia arrivato ad essere così vasto.

Al momento ti stai dedicando in particolare a un lavoro politico su Shell? Puoi dirci come siete arrivati a questa idea?

Sì, esatto. "Shell must fall" è questa nuova campagna lanciata dal Code Rood. Si tratta di un movimento basato sulle azioni di disobbedienza civile di massa che è stato supportato da Ende Gelaende e da altre campagne internazionali per la giustizia climatica. Negli scorsi anni abbiamo bloccato depositi di carbone, impianti di lavorazione e distribuzione di gas etc. in Olanda finché, ispirati dalle ondate crescenti di mobilitazioni dei giovani di Fridays For Future e di Extinction Rebellion, abbiamo voluto superare l'idea di colpire le infrastrutture, che altro non sono se non il simbolo degli effetti, delle conseguenze e dell'imaptto sull'ambiente di un sistema anti-ecologico. Per questo motivo abbiamo deciso di rivolgere l'attenzione all'origine del problema, là dove tutte le decisioni sono prese. Nel nostro caso – Code Rood è un movimento nato nei Paesi Bassi – è stato spontaneo prendere di mira Shell, compagnia olandese, che ogni anno organizza un meeting per gli azionisti proprio a casa nostra. Ecco perché abbiamo pensato a quella come la settimana perfetta per colpire il colosso energetico, per diffondere una narrativa diversa che riconosce nella natura corporativista e azionaria dell'economia il centro del problema. 

Sarebbe impensabile sperare che gli azionisti di una multinazionale del genere possano mutare le proprie attitudini, soprattutto fino a quando sapranno che non spetterà mai a loro pagare per le devastazioni su cui investono, né finanziare una giusta transizione ecologica, né riparare distruzione di interi ecosistemi e comunità. Togliendo gli azionisti dall'equazione, c'è la possibilità di cambiare le cose. Ma dal momento che non saranno sicuramente gli "shareholder" a tirarsi indietro, spetta a noi, ai movimenti per la giustizia climatica, dare indicazioni su come tassare, regolamentare, frammentare, statalizzare, socializzare o mandare in bancarotta un colosso come Shell ricorrendo a tutti i mezzi necessari: sociali, politici, economici e legali.

Puoi parlarci un po' dei modi in cui disturberete il meeting di Shell?

Dunque, il meeting degli azionisti è stato pubblicizzato come un evento pubblico che si tiene da più di 23 anni. Potenzialmente sono tutti autorizzati a partecipare. Shell dovrà sicuramente impegnarsi per riuscire a mantenere il controllo della situazione: ci sono già state azioni e proteste intorno al summit in passato, ma durante la scorsa edizione siamo finalmente riusciti a entrare, abbiamo parlato sul palco proprio di fronte a loro, dicendo che quello sarebbe stato un giorno storico, destinato ad essere ricordato come l'ultimo summit degli azionisti di Shell di sempre. Perché, questa è la promessa che abbiamo fatto, avremmo bloccato il loro prossimo appuntamento (previsto a maggio 2020). Faremo ricorso ad alcune strategie tipiche delle azioni di disobbedienza civile di massa per renderlo possibile. L'obiettivo è di impedire loro di incontrarsi per continuare con il loro "business as usual", per bloccare i nuovi investimenti e la distribuzione dei dividendi. Sostanzialmente, renderemo loro impossibile di lavorare come una società. Per questo motivo, ci aspettiamo che lanceranno un altro appuntamento: noi saremo pronti a continuare a bloccare i meeting, ancora e ancora. Una strategia di questo tipo farà arrivare un messaggio chiaro anche ai mercati: saranno costretti a prendere nota della forte resistenza attiva nei confronti di Shell e della determinazione da parte dei movimenti nel proseguire con azioni di disobbedienza civile. A quel punto, Shell andrà via via perdendo terreno sia dal punto di vista della licenza sociale che, soprattutto, dal punto di vista finanziario.

Prima ha menzionato anche il piano legale come uno degli orizzonti entro cui perseguire Shell. Quali vie legali state valutando per attaccare le grandi multinazionali energetiche? Finora che risultati avete ottenuto?

Uno dei motivi per cui abbiamo lanciato questa campagna è che il fronte contro Shell sta crescendo esponenzialmente su molti fronti, in Olanda come altrove. Aumentano le cause contro Shell e in parallelo alcuni partiti politici hanno iniziato ad attaccare apertamente la multinazionale in quanto colpevole di evasione fiscale, oltre per gli altissimi bonus e tassi di profitto. Vanno via via crescendo anche molte campagne basate sui diritti umani, sulla devastazione ambientale, sulla situazione finanziaria etc. Tantissimi giornalisti hanno sottoscritto e inoltrato formale richiesta a tutti i ministeri e a tutti gli uffici regionali dei Paesi Bassi di desecretare tutte le comunicazioni con Shell. Si tratta di strategie che aiutano ad approfondire e radicare la critica e la battaglia contro questo tipo di multinazionali secondo uno schema che l'opinione pubblica apprezza e comprende. Quindi al di là delle azioni di disturbo che stiamo pianificando, stiamo anche cercando di creare una sorta di coalizione con l'obiettivo di tenere insieme tutti questi segmenti. Vogliamo avere una panoramica di quali siano tutte le opzioni, quali i mezzi legali, politici ed economici che possano essere sfruttati in maniera sinergica, senza prediligere un aspetto sopra gli altri. Dovremmo provare a sfruttare ogni strumento a nostra disposizione per riuscire nel nostro intento. Siamo ben consapevoli che quei giorni di azione, per quanto intensi, non saranno sufficienti a raggiugere lo scopo: abbiamo bisogno di una campagna a lungo termine, permanente, cui partecipino ONG, partiti, gruppi di base, ma soprattutto abbiamo bisogno del supporto internazionale. Ciò nonostante, Shell è una multinazionale olandese, che origina nello stesso Paese in cui nasce il mercato azionario: è quindi nostra la responsabilità di ricacciare nelle fogne questo impero coloniale.

Un campeggio come questo è senza dubbio una ragione per sentirsi ottimisti riguardo questa battaglia. Puoi dirti ottimista anche riguardo i possibili risultati che ne verranno? Pensi che possiamo davvero essere in grado di ridurre gli effetti della crisi climatica?

Assolutamente. L'ultimo anno mi ha dato molte speranze, più di quanto mi sia mai successo prima. Il fatto che si stia tenendo questo primo climate camp a Venezia è assolutamente significativo sotto molti punti di vista. Da una prospettiva internazionale mostra come le conoscenze e le capacità accumulate si stiano diffondendo: è un'ispirazione per chiunque stia seguendo questa lotta. Al contempo, rimane un'esperienza incredibilmente concreta, perché le lotte che si intrecciano in questa città non si concludono in questo territorio, ma hanno un immediato legame con il piano più ampio della giustizia climatica. Non solo, questo camp mette insieme una serie di lotte territoriali che attraversano tutta l'Italia sotto l'egida comune della giustizia climatica. Per questo motivo penso che sia estremamente utile avere questo genere di occasioni. Naturalmente questi sono momenti di grande speranza, ma il lavoro non finisce quando finisce il camp. Più restiamo uniti, più riusciamo a rappresentare una forma di resistenza in questo genere di situazioni, più siamo in grado, giorno dopo giorno, di costruire delle reali alternative per una rapida transizione.

Ti senti di appoggiare le battaglie di quanti attaccano il cambiamento climatico da un altro punto di vista, come alcuni scienziati impegnati nella progettazione di "città resilienti"? Pensi che le tue rivendicazioni possano rapportarsi con persone e istanze diverse da quelle di attivisti, attiviste o ong?

Anzitutto credo occorra premettere che i movimenti di base, per loro natura, non escludono nessuno. Sono particolarmente aperti a qualunque storia o capacità. Soprattutto all'interno di questa nuova nostra campagna lo sto percependo più che mai: intorno al tavolo possiamo trovare avvocati, giornalisti, think tank...persone diverse che cercano di costruire terreno comune. Al di là di questo, penso che abbiamo bisogno di un approccio più comprensivo. L'esempio del Green New Deal negli USA è stato una grande ispirazione per me nell'ultimo anno. Ha tenuto insieme giovani per la disobbedienza civile, il Sunrise Movement, think tank radicali... Nuove forme di consenso hanno riconosciuto come rappresentativa intorno alla stessa narrative la figura ad esempio di Alexandra Ocasio Cortez. Per me questa è la dimostrazione che, seppure attraverso pratiche e idee diverse del "far politica", è comunque possibile coltivare un piano comunque in grado di cambiare radicalmente le narrative imperanti e a partire dal quale costruire una nuova alternativa.

Traduzione Anna Clara Basilicò.

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