Anche in Slovenia la rete e i social net hanno avuto un ruolo centrale nelle proteste di piazza

Slovenia, le manifestazioni chiedono un cambiamento radicale

un cambio di governo non basta più

18 / 3 / 2013

Lo scorso 9 marzo, a dieci giorni dalla formazione del gabinetto Bratušek, migliaia di persone, sotto lo slogan «Skupaj do Konca!» (Insieme fino alla fine) hanno di nuovo invaso le strade di Lubiana, per protestare ancora contro la classe politica locale, contro le banche responsabili della crisi finanziaria, per denunciare l’insostenibilità della situazione economica e sociale venutasi a creare nel paese. Si è trattata della quarta Ljudska vstaja, per stare alla terminologia usata dagli organizzatori, che tradotto in italiano, sta per ‘sollevazione popolare’ e a proposito delle proteste di piazza che sono andate in scena tra novembre e dicembre dell’anno scorso nella città di Maribor, che hanno avuto come bersaglio il sindaco Franc Kangler, accusato di corruzione, alcuni commentatori politici hanno parlato addirittura di “insorgenza”. Ciò in considerazione del fatto che in questa città la protesta è stata molto dura, con tentativi di assalto ai palazzi del potere locale, devastazioni e scontri durissimi tra manifestanti e polizia. 
Un ruolo centrale nell’organizzazione della protesta ce l’hanno, ovviamente, la Rete e i social network in particolare. Molto attivi sono alcuni profili su Facebook, come Franc Kangler naj odstopi kot župan Maribora e Janez Janša naj odstopi kot premier Republike Slovenije, nati per chiedere le dimissioni rispettivamente del sindaco di Maribor e del Primo Ministro Janez Janša, che oggi contano decine di migliaia di fan.
Nel frattempo è stato eletto un nuovo governo
, che vede come primo ministro una donna, la quarantenne Alenka Bratušek, leader del partito di centrosinistra Slovenia Positiva, ma le manifestazioni non cessano, la protesta non si spegne. La lotta alle politiche di austerità si lega sempre più a quella per il ricambio della classe politica, giudicata corrotta ed inadeguata alle sfide che ha davanti il paese.Il nuovo primo ministro ha dichiarato che non intende chiedere aiuti a Bruxelles, né vuole proseguire sulla strada tracciata dal suo predecessore. Non è chiaro però come intenderà fare fronte al problema del buco bancario e del più esoso servizio del debito, considerato che, da stime recenti, servirebbero per il primo altri cinque miliardi di euro e per il secondo altri due.
Limitandosi a dichiarare che le politiche di risanamento
 non dovranno deprimere l’economia del paese e, genericamente, che bisognerà invertire la politica “di estrema e rigida austerità” del governo precedente, non ha in sostanza avanzato una proposta di reale discontinuità con la logica rigorista ispirata dalla tecnocrazia di Bruxelles e dai banchieri di Francoforte. Un colpo al cerchio e uno alla botte, potremmo dire.
Intanto i numeri dell’economia reale incominciano a farsi più preoccupanti.
 Il Paese è in recessione ormai da alcuni anni, ma nel quarto trimestre del 2012, con una diminuzione del prodotto interno lordo dell'uno per cento su base trimestrale e del 2,8% rispetto a un anno prima, il quadro generale si è ulteriormente aggravato. Lo dicono anche le stime ufficiali sui consumi, che nel quarto trimestre del 2012 sono scesi del 7,8% in termini reali.
È aumentata anche la disoccupazione, portandosi al di sopra della media europea 
(11%). Secondo i dati forniti recentemente dell'Agenzia d'Impiego della Repubblica di Slovenia, il numero dei disoccupati a gennaio 2013 ha raggiunto le 124.258 unità (+5,2% rispetto al dicembre dell’anno precedente), un salto all’indietro di circa 15 anni.
Per quanto riguarda la Slovenia, la crisi economica, in ogni caso, è ormai solo un corno della questione
, perché le manifestazioni di piazza – anche in questi giorni - sono andate ben al di là della richiesta di una diversa politica economica: vogliono mandare a casa tutta la classe politica e rifondare la convivenza civile.

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