Sopravvivere grazie alla violenza - L’élite politica irachena

18 / 11 / 2019

Un articolo di Omar Sirri e Renad Mansour. La versione originale in inglese è stata pubblicata da Mada Masr. Traduzione di Miriam Viscusi.

L’Iraq sta vivendo la più grande mobilitazione politica dal basso della sua storia. In piccole e grandi città nel centro e nel sud del paese, i cittadini insorgono contro il fallimentare sistema politico imposto nel 2003 dagli Stati Uniti e da un gruppo di iracheni esiliati. L’ottobre 2019 rappresenta la più grande minaccia – forse ancora più grande dell’ISIS – all’esistenza di tale ordine imposto, perché questo momento rivoluzionario continua a godere del sostegno delle masse.

Alla radice delle mobilitazioni in corso c’è una disastrosa situazione economica. Per esempio, delle stime al ribasso hanno stabilito un tasso di disoccupazione giovanile del 30%. Gli stessi giovani che sono in testa e al centro delle proteste.Questo dato indica non tanto una temporanea “crisi” dell’occupazione, quanto come la crisi sia stata normalizzata e inseritanella vita quotidiana irachena. Conseguenza di tutto ciò è una generale sfiducia nel sistema politico, manifestatasi, nelle ultime elezioni, con la più bassa affluenza alle urne dal 2003.
Soddisfare sul serio le rivendicazioni da lungo portate avanti dal popolo iracheno non è mai stata la priorità del governo e delle élite del paese. In diverse occasioni, i vari leader hanno promesso pacchetti di riforme e rimescolato i funzionari dei ministeri per placare gli animi ogni volta che si sollevava una protesta. In seguito alle elezioni dell’anno scorso, i leader di partito hanno concesso di nominare ministri cosiddetti indipendenti, che non facevano parte dell’élite tradizionale. Nessuno di costoro si è rivelato essere migliore dei suoi predecessori e le condizioni di vita sono peggiorate. Ormai simili promesse di riforma non fanno più effetto. Il popolo non ci crede.

I governanti iracheni hanno oggi un obiettivo chiaro: sopprimere la rivoluzione popolare con la violenza e la morte. Dall’inizio di ottobre, più di 300 manifestanti sono stati uccisi e in molte migliaia sono rimasti feriti. Le forze dell’ordine statali e gruppi armati parastatali, una volta conosciuti come “milizie”, stanno uccidendo manifestanti pacifici con pallottole e lacrimogeni. Per soffocare la minaccia che la mobilitazione popolare rappresenta, l’élite di Baghdad, non potendo più affidarsi a vuote promesse, sta tornando a una strategia un tempo familiare: la violenza. 

Diverse sfumature di violenza: una notte a Karbala

Vari centri di potere stanno ricorrendo alla violenza e alla coercizione. A questo proposito, report di attivisti e manifestanti sul posto indicano una mancanza di coerenza e organizzazione. Gli eventi della notte del 28 ottobre, nella città santa di Karbala, mostrano diversi gradi di violenza in Iraq.

Il 27 ottobre, migliaia di manifestanti si sono radunati davanti al quartier generale del governatorato di Karbala. La loro protesta si è intensificata fino a che alcuni hanno fatto irruzione nel palazzo, incendiandolo. Il giorno seguente, la polizia antisommossa e le forze SWAT (Special Weapons and Tactics)hanno fatto deviare i manifestanti dal palazzo del governo verso piazza Tarbia. Secondo alcuni testimoni, la polizia ha provocato con caroselli ad alta velocità i manifestanti, che in risposta hanno lanciato sassi per impedire alle auto di avvicinarsi troppo. La polizia ha risposto con gas lacrimogeno, una tattica ampiamente utilizzata in diverse città irachene per sopprimere le proteste.

Uomini armati, vestiti di nero e senza alcun segno di riconoscimento si sono posizionati sui tetti sovrastanti la piazza e hanno occupato le strade attorno a quest’ultima con automobili senza targa. Intorno alle dieci di sera, hanno iniziato a sparare sui manifestanti. La polizia in assetto antisommossa è intervenuta poco dopo e ha disperso brutalmente la protesta. Secondo gli attivisti, in diverse città i poliziotti avevano ricevuto ordini di reprimere le manifestazioni esclusivamente con la forza, ed erano stati minacciati dai superiori in caso di gestione pacifica della situazione.

Nelle prime ore del 29 ottobre, gli ospedali di Karbala sono stati invasi dai feriti. Secondo gli intervistati, almeno trenta persone sono state uccise quella notte e più di seicento sono rimaste ferite. In particolare, la Missione di Assistenza Onu ha riferito – nel proprio report su diritti umani e proteste – che le forze dell’ordine “avrebbero fatto 18 morti e 143 feriti”. Il governo iracheno rifiuta di rilasciare cifre ufficiali e dall’inizio delle manifestazioni ha interrotto i servizi internet attraverso cui i civili possono raccogliere e confermare le notizie in merito.

I video girati dai manifestanti a Karbala mostrano militari iracheni che restano immobili durante gli attacchi, senza nemmeno tentare di portare i bambini in salvo. Tuttavia, altri racconti di attivisti locali sostengono che i soldati abbiano in realtà protetto i manifestanti dagli aggressori, in alcuni casi anche respingendoli attivamente. Almeno un militare è stato ucciso e una dozzina sono rimasti feriti. Questi dati ricordano le proteste a Baghdad del 25 ottobre, in cui uomini non meglio identificati sparavano ai manifestanti cercando di entrare nella “zona verde”. Le immagini mostrano la polizia federale usare gli scudi per proteggere i manifestanti. Questi eventi sottolineano la natura ambigua della violenza promossa dalle élite politiche e pongono la questione di come il governo iracheno e le sue milizie parastatali traggano vantaggio dalla confusione da loro stessi creata.

Una élite frammentata trova unità nella violenza

La brutale repressione in corso indica in primo luogo la frammentazione degli apparati coercitivi iracheni. Tuttavia, questa rappresentazione non coglie il modo in cui tali apparati – tra cui il primo ministro, i ministri dell’Interno e delle Comunicazioni, e persino la magistratura – riescano a convergere per proteggere il sistema politico.È questa convergenza che costituisce l’insieme delle violenze che si contrappongono alla “minaccia” delle proteste.

Le milizie parastatali, da cui provengono i cecchini in incognito, sono solo una parte del tutto. Negli ultimi anni, principalmente attraverso la formazione e l’istituzionalizzazione delle Unità di mobilitazione popolare (al-hashd al-shaabi), questi gruppi sono stati integrati nel tessuto di sicurezza statale iracheno. Ma come è risaputo, essi in ultima istanza fanno riferimento a – e sono guidati da – specifici partiti politici con rispettivi leader, alcuni dei quali appoggiati dall’Iran.

Alcuni analisti suggeriscono che il primo ministro Adel Abdul Mehdi abbia poco potere decisionale per quanto riguarda la risposta del governo alle proteste. La maggioranza delle uccisioni di manifestanti non avviene per ordine del primo ministro. Per molti questa è la prova che Adel Abdul Mehdi sia controllato da attori molto più potenti, in grado di spodestarlo come e quando lo ritengano opportuno.

Questa narrazione, però, nasconde il fatto che anche il primo ministro intende porre fine alle manifestazioni ed è disposto a usare la forza per riuscirci. L’interesse del primo ministro a terminare le proteste è legato indissolubilmente agli interessi politici dei suoi alleati come dei suoi rivali. Tutti avranno dei vantaggi se lo status quo rimarrà intatto. La violenza autorizzata dal governo, ovvero dal primo ministro, è complementare in modo determinante agli assassinii delle milizie, anch’essa contribuisce a proteggere gli interessi delle élite. Fonti vicine al primo ministro rivelano che, nel corso del mese di ottobre, egli si sia dimostrato sempre più incline all’uso della forza di fronte alla resistenza dei manifestanti.

Un altro strumento repressivo dello stato è la polizia antisommossa, una divisione del Ministero dell’Interno, che ha rovesciato fiumi di gas lacrimogeno sui manifestanti, uccidendone alcuni. Per almeno due notti le autorità hanno anche sospeso l’elettricità a piazza Tahrir, cuore delle proteste di Baghdad, per facilitare lo sgombero dei manifestanti. Il Ministro delle Comunicazioni continua a tagliare internet nel centro e nel sud del paese. I manifestanti temono che questi tagli indichino l’avvicinarsi di altri attacchi violenti, che non potrebbero essere trasmessi in diretta al mondo esterno. Anche quando internet funziona, i social media come Facebook e Twitter sono bloccati. Gli iracheni continuano ad affidarsi alle reti Vpn per caricare video delle manifestazioni e delle aggressioni agghiaccianti che stanno subendo. 

Alla fine di ottobre, Abdul Mehdi ha schierato il Servizio antiterrorismo nelle strade di Baghdad, compreso il densamente popolato distretto di Karrada. Questa dimostrazione di forza del governo era volta a intimidire i manifestanti. Il governo ha anche imposto il coprifuoco a mezzanotte su tutta Baghdad. I residenti hanno però attivamente irriso e aggirato tale misura. Ogni sera della scorsa settimana, attorno alle undici di sera, migliaia di abitanti sono scesi in strada fino al mattino in segno di sfida. Le forze dell’ordine non sono state capaci di far nulla a riguardo.

Anche la magistratura promuove l’uso della violenza per contrastare la minaccia all’esistenza del sistema politico attuale rappresentata dalle proteste di massa. Il 6 novembre, il Capo del Corte suprema, Faiq Zaidan, ha decretato che i manifestanti che ricorrono a tattiche considerate non pacifiche possono essere trattati secondo l’Articolo 2 della legge antiterrorismo. Con questo decreto, la magistratura ha fornito al governo un mezzo legale per etichettare i manifestanti pacifici come “terroristi”. Questa designazione facilita una repressione ancora più brutale. 

Le istituzioni statali vengono così usate per completare e potenziare la violenza delle milizie parastatali. L’élite irachena si affanna a proteggere il sistema politico e gli interessi a esso legati. Per fare ciò, essa deve trovare le fondamenta più solide possibile per portare avanti la propria controrivoluzione. 

Basi ambivalenti per la controrivoluzione 

Immagini e video sui social media mostrano soldati ballare con i manifestanti durante i momenti più allegri di questa rivoluzione. Ciò non è sorprendente. I membri dell’esercito e della polizia non sono una cosa separata rispetto ai manifestanti e alle loro rivendicazioni. Per esempio, gran parte delle reclute militari viene dal sud del paese, da città come Nasiriyah e Diwaniyah, che sono state il motore della rivoluzione. Queste aree meridionali sono le più duramente colpite dagli effetti del malgoverno e della corruzione, così come dalla pessima gestione idrica che ha portato a siccità, scarsi raccolti e totale contaminazione di acqua e suolo. Tali dinamiche sociopolitiche negli apparati di sicurezza statali dimostrano ulteriormente come le élite abbiano bisogno di strumenti di violenza più efficaci per schiacciare la rivoluzione.

Questo è anche il motivo per cui la decisione di Abdul Mehdi di sfoderare il Servizio antiterrorismo (Counter-Terrorism Service, Cts) a Baghdad è stata drammatica. Considerati quasi come eroi perché ritenuti cruciali nella sconfitta dell’Isis, i membri del Cts godono di buona reputazione tra molti iracheni. Essi sono consapevoli della propria popolarità e vogliono conservarla. Gli attivisti di Baghdad dicono di avere conversazioni amichevoli con gli ufficiali e affermano che questi appaiono riluttanti quando devono attaccare i manifestanti. Anche per questo, gli iracheni si sono indignati quando il celebre comandante delle Cts Abdul Wahab al-Saadi è stato declassato per aver rifiutato di adeguarsi al sistema di corruzione. Il declassamento di Saadi è considerato come l’ultima delle umiliazioni che ha alimentato le proteste in corso. Se l’eroe che ha sconfitto l’Isis non riesce a combattere la corruzione, allora chi può farlo? Coincidenza: nelle prime ore del mattino del 30 ottobre, Saadi si è unito ai manifestanti nel quartiere Zayouna di Baghdad, violando il coprifuoco insieme ad altre migliaia di persone.

I leader politici sono consci delle lezioni tratte dalle proteste a Basra lo scorso anno. A settembre 2018, un gruppo di milizie parastatali uccise 23 dimostranti che protestavano per la carenza dei servizi di elettricità e acqua potabile. Anche quella volta, il governo di Baghdad mandò i Cts a disperdere la protesta. Ma, nell’ultimo anno, le milizie di Basra hanno rafforzato la loro intelligence, incrementando un clima di paura tra gli abitanti della città. Oggi, questo brutale copione è stata adottato come strategia centrale per sopprimere le sollevazioni. La formula coercitiva funziona in tandem con le manovre politiche e legali all’interno di altre istituzioni statali. 

Barhim Salih, il presidente dell’Iraq (carica in gran parte simbolica), si è rivolto alla nazione il 31 ottobre. Nel suo discorso ha affermato che nuove elezioni si terranno solo dopo l’approvazione di una nuova legge elettorale, votata dall’attuale parlamento, e che un nuovo primo ministro potrà essere eletto quando i maggiori partiti si saranno accordati su un candidato. Questa posizione, in ultima istanza, implica il perpetuarsi dei vecchi metodi e degli strumenti tipici del sistema, allo scopo di difenderlo e non di riformarlo. I partiti maggiori, lungo tutto lo spettro etnico-religioso, appoggiano il mantenimento di Abdul Mehdi al potere. Gli attori del sistema politico si uniscono per difenderlo nel suo complesso dalle minacce esterne. In questo caso, la minaccia è lo stesso popolo che essi dicono di rappresentare. Più i tentativi di riforma inevitabilmente falliscono e più la politica da applicare diventa quella della violenza sostenuta dalla magistratura. 

Gli apparati coercitivi in Iraq sono molteplici. Coloro che li controllano devono essere considerati come ugualmente responsabili per le aggressioni letali ai manifestanti. Le milizie parastatali hanno eseguito la maggior parte delle uccisioni nell’ultimo mese, ma anche coloro che presiedono istituzioni statali come ministeri, apparati di sicurezza e magistratura – dal Primo ministro in poi – detengono ed esercitano il potere. Aggrapparsi a una “gerarchia delle responsabilità” è un modo conveniente per assolvere chi solo in apparenza è meno colpevole della repressione. Ma una tale gerarchia ignora quanto i manifestanti sostengono da settimane, se non da anni: l’intero sistema è marcio e dev’essere eliminato completamente.

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