Storia dello Yemen: dalla Prima Guerra Mondiale agli anni ‘50

19 / 3 / 2020

Il 19 marzo 2015 cominciava la Guerra in Yemen, un conflitto asimmetrico dagli altissimi costi umani a cui i media occidentali hanno dato un rilievo estremamente limitato. In questa occasione, pubblichiamo una introduzione storica di una serie di contributi che inquadrano il passato e il presente dello Yemen a cinque anni dall’inizio della guerra.

Alla vigilia della prima guerra mondiale, quello che è oggi il territorio della Repubblica dello Yemen era diviso in due zone di influenza: quella della Gran Bretagna, che dal 1839 occupava direttamente il porto di Aden a sud e l’area circostante attraverso accordi con leader tribali; e l’Impero Ottomano, che dal 1872 era presente a Sana’a, l’attuale capitale yemenita, controllandone i territori a sud fino alla città di Ta’izz, con l’ambizione di espandersi a nord. Tra questi due imperi, vivevano tra i tre e i quattro milioni di yemeniti, la maggior parte dei quali sfuggiva al controllo di un governo. Il regno zaidita[1] dei  discendenti dell’Imam al-Qasim (morto nel 1620), che precedentemente era stato un potere territoriale di rilievo, era collassato a cause di lotte di successione. Questo vuoto di potere zaidita fu riempito da al-Mutawakkil Muhsin, che, all’arrivo degli ottomani, pretese di essere il nuovo Imam, si stabilì a nord di Sana’a e avviò un’insurrezione contro i turchi. L’Imamato passò nel 1904 nelle mani del figlio, Yahya Muhammad Hamid al-Din, che proseguì la lotta del padre riuscendo a strappare ottime condizioni formalizzate dal trattato di Da’an del 1911. Questo metteva di fatto fine al conflitto tra l’Imam e le forze della Sublime Porta creando una strana convivenza: all’Imam venne data mano libera sugli altopiani dello Yemen da ‘Amran e Hajja verso sud fino a Ta’izz inclusa. Agli ottomani restava il controllo della Tihama, ovvero quell’area dove la maggioranza della popolazione era sunnita.

Il trattato riconosceva inoltre l’Imam come capo spirituale e temporale della comunità zaidita: soltanto lui controllava le fondazioni religiose e poteva nominare i governatori e i giudici dei distretti sciiti dove la sharia tornava a imporsi rispetto al kanun, il codice legale dei turchi. L’Imam chiese appunto che l’unico sistema giuridico in vigore in Yemen fosse la legge islamica nell’accezione zaidita e tribale, senza alcun cambiamento rispetto alla rivelazione.

All’epoca i compiti maggiori dell’Imam a capo dello Stato erano quelli di raccogliere i tributi, mantenere la sicurezza interna, sedare le rivolte tribali e proteggere il proprio territorio dalle possibili invadenze esterne. Pressato da tali circostanze, Yahya scelse di isolarsi dal resto del mondo e chiese agli ufficiali dell’esercito ottomano di restare al suo servizio, facendo delle armate yemenite una formazione che mescolava elementi ottomani, tedeschi e arabi. Molti giovani yemeniti venivano inviati presso il vicino Iraq soprattutto per una migliore formazione militare; tuttavia tali soggiorni contribuivano a mostrare l’ampio divario culturale esistente con il risultato che, al loro ritorno, essi finivano per ingrossare le fila dell’opposizione. Per tentare di arginare il problema, l’Imam decise di arruolarli nel corpo speciale al proprio servizio, dove poteva controllarli meglio. Allo stesso tempo permise l’arruolamento di esperti militari stranieri affinché prestassero servizio a Sana’a: queste mosse non ebbero però pieno successo poiché questi ufficiali portarono in Yemen le loro idee che negli anni quaranta alimentarono il risentimento diffuso tra i gradi maggiori dell’esercito nei confronti della gestione autoritaria del potere da parte dell’Imam.

L’applicazione della legge islamica era affidata a giudici locali mentre alcuni compiti amministrativi furono delegati a funzionari ottomani che l’Imam aveva convinto a restare in Yemen al suo servizio, come già avevano fatto diversi ufficiali dell’esercito. I funzionari dei villaggi e delle cittadine furono nominati dal governatore locale e poi confermati dall’Imam come previsto dal trattato. Da secoli indipendenti, le tribù si opposero a queste nomine nei distretti zaiditi. Nonostante la loro opposizione, ad avere la meglio alla fine fu l’Imam che riuscì così a influenzare la politica locale e le decisioni legate all’applicazione del diritto, evitando che le tribù lottassero tra loro o si coalizzassero contro di lui.

Gli anni successivi alla fine del primo conflitto mondiale furono segnati, oltre che dal rafforzamento dell’autorità centrale, dalla disputa tra la monarchia zaidita e l’Arabia Saudita a proposito della frontiera tra i due stati: la questione non era stata affrontata prima a causa del terreno desertico, del nomadismo praticato dalla maggior parte degli abitanti e del fatto che quasi tutta la penisola araba rientrava nei domini controllati dalla Sublime Porta. A rappresentare una prima causa di conflitto con i sauditi fu la regione settentrionale dell’Asir che si affaccia sul Mar Rosso. Gli ottomani la gestivano come un distretto amministrativo all’interno della provincia dello Yemen benché in realtà si trattasse di due aree separate controllate da due diverse famiglie: al Nord gli ‘A’id e al Sud gli Idrisi. Subito dopo la prima guerra mondiale, le due famiglie dell’Asir entrarono in conflitto e il re ‘A’i d chiese aiuto a Ibn Saud, sultano del Najd, che nel 1920 mandò il figlio ad occupare quei territori. In virtù del trattato della Mecca del 1926, Ibn Saud si impegnò a difendere gli Idrisi dalle aggressioni interne ed esterne e a riconquistarne il territorio lungo la costa fino a Hodeida esclusa. Da parte loro, gli Idrisi erano tenuti ad astenersi dal negoziare con altri governi, dal dichiarare la pace e la guerra e dal garantire concessioni commerciali senza il consenso di Ibn Saud. Nei rapporti tra Ibn Saud e l’Imam Hassan (degli Idrisi) si inserì l’Imam Yahya (zaidita), per il quale il trattato della Mecca rappresentava una sfida e una minaccia anche perché alcune tribù avevano cercato di non pagargli i tributi dovuti chiedendo aiuto agli Idrisi. Per risolvere la questione della frontiera l’Imam decise di sedersi al tavolo dei negoziati con i rappresentanti di Ibn Saud, ricevuti a Sana’a nel febbraio 1927. Falliti i negoziati, l’unica prospettiva fu un nuovo conflitto, favorito, nel 1928, da un attacco dell’aviazione britannica contro le città dello Yemen, mirato a indurre l’Imam a ritirarsi dal protettorato di Aden. Le ostilità tra l’Imam Yahya e Ibn Saud si protrassero così fino al 6 luglio 1933 e terminarono con il trattato di pace di Taif, firmato a metà del 1934, il quale prevedeva che l’Imam sconfitto rinunciasse per quarant’anni all’Asir, al Najran e al Jizan, ovvero ai territori un tempo sotto il controllo degli Idrisi. In cambio i sauditi si sarebbero ritirati da Hodeida e da altre località nella Tihama a sud del Jizan. Definito da un’apposita commissione, nel 1936 il confine tra Yemen e Arabia Saudita veniva fissato con una linea che andava appena a nord di Maydah (una località yemenita sul Mar Rosso) fino a un punto appena sotto l’oasi araba di Najran.

Negli stessi anni, Yahia, nel tentativo di espandere i propri confini a sud, si scontrava contro le truppe inglesi. Artiglieria e aeronautica permisero a queste di reggere l’urto dei soldati dell’Imam, che riuscirono ad arrivare a 50 chilometri da Aden. Yahia si ritirò, ma è solo grazie al parallelo conflitto con i sauditi che gli inglesi riuscirono a trovare un accordo con l’Imam. Questo venne formalizzato dal trattato di Sana’a del 1934, che di fatto confermava la divisione territoriale disegnata da ottomani e inglesi, ai quali veniva confermato il controllo di Aden e della regione dello Yemen del sud nota come Hadramawt.

Nel secondo dopoguerra non erano più le potenze straniere a minacciare il regno dell’Imam quanto piuttosto i problemi e le divisioni interne: il potere era concentrato nella figura dell’Imam e in quella dei principi; i funzionari pubblici spesso non ricevevano il salario e quindi cedevano alla corruzione; non esistevano né un sistema monetario né istituzioni finanziarie; venivano imposti dazi sul commercio di beni tra le aree rurali e le città; le condizioni sanitarie erano disastrose e la mortalità infantile era stimata attorno al 90%. Delusi dall’immobilità dell’Imam, erano in molti gli yemeniti a voler mettere fine all’isolamento. Nemmeno la decisione dell’Imam di entrare a far parte della Lega araba e dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (nata da una conferenza tenutasi il 25 aprile 1945 per cooperare dopo la seconda guerra mondiale) aveva avuto un qualche impatto sulla politica interna. L’opposizione giunse perciò alla conclusione che era necessaria una vera e propria rivoluzione o, per lo meno, sostituire l’Imam con un personaggio più aperto. La schiera degli oppositori era formata da persone di estrazione diversa: intellettuali zaiditi riformisti, conservatori zaiditi contrariati dalle riforme (peraltro limitate) messe in atto dall’Imam e dalle concessioni di province ricche ai principi, lavoratori emigrati, mercanti sunniti e altri sunniti privati dall’Imam zaidita dei loro ruoli nel governo e nell’esercito a causa dei rapporti intrattenuti con il mondo esterno, che avrebbero potuto compromettere l’isolamento auspicato da Yahya. Anche il clero sciita non era estraneo al movimento di opposizione, giacché gli ulema ritenevano poco ortodosso il desiderio dell’Imam, espressione dello sciismo nella sua accezione zaidita, di passare il potere al figlio maggiore.

Dopo un primo tentativo fallito nel gennaio del 1948, gli Yemeniti Liberi, portatori di un’ideologia nazionalista yemenita che si contrapponeva al lessico islamico di Yahia, tentarono nuovamente di rovesciare l’Imam riuscendoci il 17 febbraio. A succedergli, a seguito di un periodo di confusione e divisioni tribali, fu il figlio Ahmad, abile nello sfruttare l’antico antagonismo tra cultura urbana e tribale. Il nuovo Imam regnò dal 1948 alla morte, avvenuta per cause naturali, nel 1962. Rispose con forza e determinazione alle sfide dell’opposizione che, in patria e all’estero, contrapponevano espressioni di modernità alla tradizione dell’imamato, sopravvivendo a ben due tentativi di colpi di stato nel 1953 e nel 1955. Dall’estero le minacce giungevano da due direzioni: nel Sud e nel Sud-Est gli inglesi stavano cercando di consolidare la propria presenza, mentre dall’Egitto si faceva sentire il nazionalismo arabo del presidente Nasser.

Negli anni cinquanta, in piena guerra fredda e nel momento in cui le ideologie dominanti in Medio Oriente erano il nasserismo, il socialismo del partito Ba‘th e il comunismo, l’Imam trovò nell’Unione Sovietica, che già sosteneva la Siria e l’Egitto dello stesso Nasser, un partner per fronteggiare il nemico britannico. L’accordo, stipulato nel 1955, permise allo Yemen di ottenere aiuti tecnici, industriali, economici e militari cedendo in cambio a Mosca prodotti agricoli, per lo più caffè e tabacco. Uno scambio apparentemente svantaggioso, ma se la diplomazia sovietica dimostrava un interesse per lo Yemen i motivi erano molteplici: contrapporsi all’Occidente e in particolare la Gran Bretagna e gli Stati Uniti; controllare lo stretto di Bab el-Mandeb; utilizzare Sana’a come trampolino verso il Corno d’Africa e quindi anche come scalo aereo intermedio; guadagnare prestigio e fare propaganda nel Terzo mondo. Il 2 aprile 1956 a Gedda fu stipulato un ulteriore accordo con l’Egitto e l’Arabia Saudita, quest’ultima in disputa con gli inglesi per l’oasi di Buraymi (nella parte orientale della penisola araba, oggi territorio dell’Oman): esso costituiva un’alternativa al patto di Baghdad, caldeggiato dalla Gran Bretagna e dall’amministrazione Truman, firmato nell’ottobre del 1955 da Iraq e Turchia, cui si aggiunsero Iran e Pakistan, dai toni decisamente anticomunisti e favorevoli invece all’Occidente.

Per controbilanciare l’influenza sovietica e ottenere aiuti economici dal paese più ricco al mondo, l’Imam strinse rapporti anche con Washington: gli Stati Uniti riconobbero il governo di Ahmad il 14 febbraio 1950 mentre nel dicembre di quello stesso anno ricevettero un rappresentante diplomatico dell’Imam e nel 1951 lo Yemen aprì una missione diplomatica permanente a Washington. Dopo un tentativo a metà del 1957, agli Stati Uniti fu permesso di fare altrettanto soltanto il 16 marzo 1959. Poco tempo dopo il riconoscimento della propria sovranità, l’Imam chiese al presidente americano Truman gli aiuti economici e l’assistenza tecnica previsti per i paesi poveri dal programma di politica estera Point Four, annunciato nel suo discorso inaugurale del 20 gennaio 1949. Lo Yemen era però percepito come un paese estremamente arretrato e in quel momento gli interessi americani erano minimi: gli USA non fornirono i finanziamenti richiesti limitandosi a mandare alcune missioni scientifiche, in particolare archeologiche. A essere maggiormente coinvolte furono invece le società petrolifere, certe di trovare risorse energetiche importanti nel sottosuolo. La prima concessione per la prospezione e lo sviluppo delle risorse minerarie fu accordata a una società tedesca nel 1953, due anni dopo passò alla Yemen Development Corporation e nel 1961 all’americana Houston Independent Oil Company di John W. Mecon. Le trivellazioni tuttavia non ebbero esito positivo e nel 1963 le operazioni societarie si trasferirono nel Golfo persico.


[1] Ramo dell’Islam sciita.

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