Sudan Uprising III: gli eventi di ieri (1964 e 1985), le rivolte di oggi (2018-19)

11 / 1 / 2019

Di WILLOW BERRIDGE (pubblicato inizialmente da African Arguments, 7 gennaio 2019) (traduzione di Stefano Turrini). Qui il link originale. 

Per due volte da quando il Sudan è uno stato indipendente (dal 1956, prima era sotto dominio coloniale britannico) le proteste popolari sono riuscite a rimuovere dei regimi autoritari dal governo del Paese. È possibile che ciò avvenga nuovamente grazie all’attuale contesto di agitazione sociale?

Da quasi tre settimane le proteste contro il governo di Omar al-Bashir continuano a diffondersi in tutto il Sudan. La popolazione è scesa in strada in molte città invitando il presidente a dimettersi e quindi porre fine al suo regime quasi trentennale. Anche se le proteste sono state innescate dal recente aumento del costo del pane e del carburante, esse hanno da subito fatto emergere tutta la loro carica antigovernativa, che covava nella società da ormai molti anni.

In barba alle proteste, il presidente al-Bashir rifiuta di dimettersi. Tuttavia, per lui non sono giornate facili. La portata delle attuali proteste richiama infatti due avvenimenti del passato sudanese, quando le mobilitazioni popolari seppero contribuire ad un cambio di governo.

Nel 1964 le proteste cominciarono nel momento in cui studenti e polizia si scontrarono presso l’Università di Khartoum. Lo stato di agitazione diede presto forma ad un più ampio movimento di protesta e così la dittatura militare di Ibrahim Abboud fu rovesciata.

Nel 1985, le proteste scoppiarono dopo svariati anni di crisi economica e, proprio come per le odierne sollevazioni di popolo, la miccia della rivolta è stata accesa dall’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità. Anche in quell’anno, le mobilitazioni hanno saputo organizzarsi in un movimento dall’ampia base popolare e così facendo hanno dapprima messo in crisi e poi costretto Jafar al-Nimeiri a dimettersi.

È possibile che ciò avvenga nuovamente – una terza volta – grazie all’attuale contesto di agitazione sociale?

1) La ‘capacità resistente’ dei dittatori

Nel 1964 il presidente Abboud impiegò davvero poco tempo per confermare le proprie dimissioni. Accettò di lasciare il proprio incarico dopo appena cinque giorni di proteste. Nel 1985, invece, il presidente Nimeiri – al tempo anche malato – commise l’errore di spostarsi negli Stati Uniti proprio mentre la rivolta stava cominciando ad avere forza. Egli perse il potere dopo undici giorni di manifestazioni.

In confronto, il regime del presidente al-Bashir si sta dimostrando molto più difficile da abbattere. Sta sopravvivendo a quasi tre settimane di proteste. La strenua resistenza di Bashir è ben comprensibile: nel caso in cui perda il proprio incarico di presidente, sarà difficile per lui continuare a fuggire alle accuse (di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra in riferimento al conflitto in Darfur) avanzate dalla Corte Penale Internazionale.

2) I movimenti armati ribelli

Sia nel 1964 che nel 1985, le insurrezioni furono condotte da coalizioni di partiti politici e sindacati prevalentemente concentrati nelle città della metà settentrionale del Sudan. I movimenti armati ribelli del Paese, allora presenti esclusivamente al sud, non furono coinvolti né in quelle alleanze che univano le opposizioni né furono presi in considerazione al momento di fondare un nuovo governo. Anzi, tutti i governi succedutisi in Sudan hanno continuato a foraggiare guerre contro le milizie del sud.

Da questo punto di vista, la secessione del Sud Sudan nel 2011 ha comportato l’uscita di scena dei ribelli meridionali. Tuttavia, la conseguenza non è stata la pacificazione del nord del Paese. Infatti, dal 1985 si erano accesi nuovi focolai di rivolta in Darfur e Sud Kordofan. Ciò che appare rilevante è che, a differenza di quanto è avvenuto nelle precedenti sollevazioni in Sudan, oggigiorno molti gruppi armati provenienti dalle regioni appena citate stanno partecipando alla mobilitazione popolare. L’influente coalizione nota come Sudan Call, ad esempio, include uno dei gruppi ribelli più influenti e grosse fazioni di spicco di altri due.

Non è ancora chiaro come ciò possa influire sulle proteste. Da un lato, la partecipazione di gruppi regionali ribelli potrebbe essere un fattore positivo, espressione dell’incontro tra le istanze di rinnovamento volute dalle milizie e dalla società civile urbana.

D’altra parte, l’inclusione di gruppi ribelli potrebbe minacciare la tenuta del movimento di protesta nella misura in cui ciò innervosisca gli elementi più conservatori dell’esercito e della classe media urbana. Su questa possibilità sta lavorando Bashir, proprio come tentò anche Nimeiri: ad ogni modo, gli sforzi di entrambi tesi a dividere le proteste non hanno portato ad importanti successi.

3) Esercito e servizi di sicurezza

Sia nel 1964 che nel 1985, l’esercito del Sudan è intervenuto per abbattere i regimi e sostenere la transizione verso una democrazia pluripartitica. Ciò è avvenuto grazie alle spinte di giovani ufficiali, rivelatesi figure fondamentali per il successo delle istanze popolari.

Ancora oggi, le forze armate rappresentano un attore di prim’ordine sullo scenario politico sudanese. Tuttavia, a differenza di quanto è avvenuto in passato, oggi non è prevedibile una comunanza di intenti tra queste ed i manifestanti. Ciò nonostante, Bashir dimostra di aver imparato dagli errori dei suoi predecessori. Egli ha creato il fortissimo National Intelligence Security Services (NISS), ed ha organizzato proprie milizie armate, spesso utilizzate per il controllo del territorio al posto dell’esercito. L’odierna marginalità politica di vari comandanti militari e la possibilità che questi siano ritenuti responsabili di crimini di guerra una volta caduto il regime, sono ragioni sufficienti per pensare che quanto accaduto nel 1964 e nel 1985 non si ripeterà. Questi possono essere anche i motivi per cui l’attuale rivolta è in grado di durare più delle mobilitazioni di decenni fa.

Le forze armate non sono però interamente compromesse con il regime ed al suo interno non tutti appoggiano Bashir. In virtù di ciò ci si potrebbe aspettare cha almeno una loro parte possa ancora dimostrarsi significativa negli sviluppi della protesta. 

Il dissenso potrebbe esplodere in vari settori delle forze armate. Alcuni esempi: recentemente ha abbandonato il proprio incarico un colonnello del Darfur, mentre si fanno strada voci per cui anche Salah Gosh del NISS o Muhammad Hamdan Dagalo delle Rapid Support Forces (RSF) potrebbero agire contro il presidente. Se le milizie più vicine a Bashir dovessero dividersi nel supporto al regime, ciò potrebbe aprire nuovi spazi di possibilità per un intervento dell’esercito, desideroso di mostrare nuovamente la propria centralità politica.

4) Gli islamisti

Quello degli islamisti è un altro gruppo importante in Sudan. Questo gruppo non ha egemonizzato le rivolte precedenti, come invece avvenne in Iran nel 1979, ma la sua presenza ha comunque influenzato gli accadimenti sudanesi.

Nel 1964, gli islamisti – tra cui vi era Hassan al-Turabi, l’ideologo dell’attuale regime – sostennero l’uscita di scena del presidente Abboud, lavorando, seppur con qualche difficoltà, con una vasta coalizione politica che includeva anche i comunisti e l’Umma. Dopo il successo della rivolta, tuttavia, le fratture tra gli islamisti e questi gruppi si approfondirono sensibilmente. Nel 1977 gli islamisti avrebbero addirittura sostenuto un nuovo regime militare.

Due settimane prima della rivolta del 1985, gli islamisti si rivoltarono contro tale governo e lo privarono della sua principale fonte di sostegno politico. Tuttavia, essi si rifiutarono di cooperare alla rivolta assieme alle altre forze dell’opposizione. Dopo la caduta del presidente Nimeiri, si sviluppò dunque molta ostilità nei confronti degli islamisti a causa del loro coinvolgimento con il precedente regime, ma questi furono ancora in grado di aumentare i loro consensi. Lo fecero cooptando le fazioni dei servizi di sicurezza, mentre divenivano sempre più potenti grazie al loro fiorente impero finanziario e mediatico. Con questo nuovo potere, il National Islamic Front (NIF) ha svolto un colpo di stato nel 1989, portando al governo l’allora colonnello al-Bashir.

Oggi, la volontà degli islamisti di rompere con il regime e abbracciare l’opposizione – e la volontà dell'opposizione di operare un riavvicinamento – potrebbe costituire un fattore cruciale nel determinare il corso della rivolta. Il gruppo degli islamisti è però molto più diviso che nel 1964 o nel 1985. Da quando il presidente al-Bashir ha espulso al-Turabi dal governo nel 1999, il movimento islamista si è infatti diviso tra il Partito del Congresso Popolare di Turabi (PCP) e il National Congress, partito di governo (PCN). Negli anni 2000, il PCP ha promosso alcuni riavvicinamenti simbolici con i vecchi avversari politici dell'opposizione, ma si è allontanato nuovamente da loro avendo accettato nel 2014 di aderire al ‘dialogo nazionale’ guidato dall’esecutivo.

Ora, a tre settimane dallo scoppio dell’attuale rivolta, il PCP ha criticato alcune misure del governo e sostiene che sta valutando la possibilità di abbandonare il parlamento, mentre altri partiti islamisti hanno già ritirato il loro sostegno al governo, in particolare Reform Now. Questo partito ha contribuito a fondare le National Forces for Change, un’alleanza delle opposizioni che include alcuni partiti non islamici, anch’essi sostenitori del regime fino a poco tempo fa. Questa coalizione, che non sembra essere completamente allineata con il resto dell’opposizione, ha comunque contribuito a sostenere la mobilitazione popolare. I suoi annunci sono stati accolti con entusiasmo dal segretario generale del Sudan Call, Minni Minnawi, mentre sono stati trattati con maggiore scetticismo dal Partito Comunista Sudanese.

Questi sviluppi suggeriscono che, mentre permane il divario tra l’opposizione islamista e quella non islamista, non è impensabile e che i gruppi islamisti possano ancora essere protagonisti di quanto avverrà bel prossimo futuro.

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