Sversamento di petrolio nella costa peruana: l’ennesimo disastro ambientale evitabile

21 / 1 / 2022

Uno sversamento di petrolio nella raffineria La Pampilla dell’impresa spagnola Repsol ha provocato uno dei maggiori disastri ambientali degli ultimi anni nella costa peruana. I sei mila barili di greggio fuoriusciti hanno colpito al momento un’area di circa 18 mila metri quadrati di spiagge e colpito l’ecosistema, la fauna, la flora marina del distretto di Ventanilla nel dipartimento di Callao, vicino alla capitale Lima.

L’incidente, è stato collegato all’eruzione del vulcano Hunga a Tonga, infatti, secondo i responsabili della raffineria La Pampilla, l’onda anomala provocata dall’eruzione e arrivata fino alla costa peruana, è stata responsabile dell’incidente durante la procedura di scarico dalla petroliera Mare Doricum battente bandiera italiana.

Dall’azienda spagnola si sono affrettati a precisare di non aver nessuna responsabilità nell’incidente ma i dirigenti della raffineria sono finiti comunque sotto il banco di accusa: come riporta la ONG CooperAcción infatti «il giorno dell'incidente, dieci ore dopo l'evento, molto vicino alla mezzanotte e come richiesto dal quadro giuridico ambientale, la società segnala l'incidente all’Organismo de Evaluación y Fiscalización Ambiental (Oefa), indicando che la fuoriuscita di petrolio era costituita da soli 7 galloni (16 barili) e che aveva coperto solo una piccola area di 2,5 metri quadrati della superficie del mare, qualcosa di non significativo secondo i calcoli dell'azienda».

Anche il sindaco di Ventanilla, Pedro Spadaro si è scagliato contro l’impresa spagnola accusandola di negligenza nella gestione dell’emergenza: «mi trovo nella spiaggia Cavero e abbiamo potuto vedere che ci sono quattro chilometri di mare totalmente nero. Ci sono animali morti che raggiungono la riva. È un attentato contro l’ecologia, sta sfuggendo tutto di mano. Sono arrivate 15 persone, con scope e raccoglitori per cercare di pulire la spiaggia […]. In modo irresponsabile non è stato comunicato nulla alla municipalità né alle autorità di polizia. È un danno gravissimo», ha dichiarato a RPP Noticias.

Condanne sono arrivate anche dal presidente Castillo e dal Ministro dell’Ambiente Rubén Ramírez che ha dichiarato: «lo Stato sarà inflessibile, ci sarà una sanzione in base all'omissione o all'azione che l'azienda ha commesso». Un’indagine giudiziaria infatti è già stata avviata dalla Fiscalía Especializada en Materia Ambiental (FEMA) per presunto delitto di contaminazione ambientale nei confronti della Repsol. 

Nonostante quanto dichiarato dai dirigenti della raffineria, i barili sversati in mare sono stati infatti 16 mila e hanno colpito una vastissima area costiera e due riserve naturali, provocando uno dei disastri ambientali più grandi nella regione della capitale Lima. Non ci sono solo i danni gravissimi all’ecosistema marino: ad essere colpiti dal disastro anche comunità locali dedite a pesca e turismo subiranno gli effetti collaterali di salute ed economici del disastro.

sversamento_perù

L’azienda spagnola non è nuova a coinvolgimenti in disastri ambientali e soprattutto a tentativi di insabbiamento delle proprie responsabilità. Scrive il giornalista Álvaro Meneses su Wayka che la Repsol «nel suo curriculum aveva uno storico di multe per cattive pratiche ambientali che mettevano in guardia della sua inazione di fronte a disastri ecologici come quello attuale». In un precedente incidente del febbraio 2013 l’azienda si comportò allo stesso modo, omettendo le proprie responsabilità e minimizzando l’accaduto e inviando in ritardo le comunicazioni dell’avvenuto incidente. Anche in quell’occasione per l’azienda lo sversamento di crudo in mare fu di 7 barili, quando in realtà la OEFA stabilì che furono 195 barili. 

L’incidente provocato dalla Repsol ha provocato un’ondata di indignazione a livello mondiale ma non va dimenticato che i danni provocati dall’estrazione petrolifera sono una realtà quotidiana nell’Amazzonia peruana: dalla fine di dicembre sono già 4 gli sversamenti di greggio avvenuti nelle regioni di Loreto e Amazonas, e dall’inizio della pandemia, nel marzo 2020, si sono verificati 45 sversamenti, denuncia Servindi, portale di informazione indigena ed ecologica. 

Secondo lo studio, “La Sombra del petróleo”, tra il 2000 e il 2019 si sono verificate 474 fuoriuscite di crudo nell’Amazzonia, evidenziando come il 65% di queste è stato causato da errori degli operatori. Inoltre, il 94% dei barili sversati sono responsabilità della multinazionale del petrolio Pluspetrol, che risulta essere l’azienda più inquinante del paese. 

Un dramma quello vissuto dalle popolazioni indigene che sembra inarrestabile e che sta provocando oltre a ingentissimi danni ambientali anche numerose malattie tra le popolazioni achuar, quechua, kichwa e kukama, dovute a contaminazioni da metalli pesanti. 

Un passo nella giusta direzione, seppure simbolico, l’ha fatto il presidente Castillo che dalla spiaggia di Ventanilla ha firmato giovedì il decreto supremo con il quale ha dichiarato di interesse nazionale l’emergenza climatica e affermato che il governo dirigerà le azioni per limitare i danni causati. 

**Foto di copertina: la spiaggia di Santa Rosa di Adán Calatayud

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