Tirana calling

Le proteste raccontano di un disagio che non è solo contro il governo e non è solo un fenomeno albanese

19 / 2 / 2019

Una folla numerosa, un assembramento di fronte a un luogo del ‘potere’, la rabbia, qualche slogan. Il tentativo di rompere il cordone delle forze dell’ordine, non riuscito, forse sì, almeno no, ma non in totale.

Il 16 febbraio scorso, a Tirana, è andata in scena una violenta protesta contro il governo e il primo ministro Edi Rama. In generale, la narrazione dei media è andata – come un riflesso incondizionato – verso la lettura più agevole: le opposizioni in campo, il governo nell’angolo, la richiesta di elezioni anticipate.

C’è stato tutto questo, ma c’è stato anche di più. In primis c’è stata, a Tirana come a Belgrado (da parecchio tempo), passando per Budapest, come a Bucarest tempo fa, fino a Parigi, un’ondata di rabbia verso la politica. Che fa fatica a farsi politica, a sua volta, quando ne ha l’occasione.

La galassia della politica albanese, che pure ha in Edi Rama un interprete particolarmente egotico e ‘one man show’, è variegata quanto nebbiosa e molti di quelli in piazza, come nei negozi, nelle case, nelle università e nei luoghi di lavoro, sul tema corruzione, non avrebbero parole differenti per un esecutivo guidato dalle opposizioni.

Il fenomeno sempre più stringente, nell’Europa orientale come altrove, è appunto la rabbia. Quella rabbia per un sistema che si va via via facendo sempre più immobile, arroccato in equilibri che hanno smantellato l’ascensore sociale, sostituendolo con piani sempre più distinti: un élite sempre più ricca, una moltitudine sempre più in affanno.

Nell’Europa orientale, dopo la sbornia post muro di Berlino, la buona novella del capitalismo ha mostrato da tempo il suo volto più crudele: speculazioni, corruzione, esternalizzazioni. E tutta una classe media che, dopo le dure conquiste di questi anni, vede giorno dopo giorno impoverire le proprie aspettative.

I temi del conflitto, in Albania, non mancano. Ma è anche – da tempo – illogico non connettere le tendenze sociali che attraversano la società globale.

Nello specifico, con i negoziati di adesione all’Ue alle porte (partiranno a giugno 2019 per Tirana e la Macedonia del Nord), la pressione sull’esecutivo aumenta. Ha dimostrato, anzi, sangue freddo l’esecutivo Rama nel non ordinare una repressione più dura delle proteste, che era un po’ quello che molti dell’opposizione si sarebbero aspettati.

In fondo, in questo, lo stesso Rama era stato maestro, quando all’opposizione era saltato sul carro delle vittime (furono quattro) a gennaio 2011, con un bilancio della piazza, all’epoca, molto più doloroso di quello del 16 febbraio scorso. L’accusa dell’opposizione dell’epoca al governo dell’epoca? Corruzione. E oggi le parti sono invertite.

È più quindi un mettere la casacca alla rabbia, quello che fa la politica, in Albania e altrove. Un cavalcare la delusione di una società in affanno, come hanno fatto e fanno tanti in Europa.

Lo ha spiegato molto bene, sul manifesto di ieri, Shendi Veli: “Giocano un ruolo le condizioni sociali e la mancanza endemica di opportunità, ma anche la disaffezione verso una politica ritenuta cinica, determinata dalle condizioni imposte dall’Ue e dagli interessi degli oligarchi albanesi, spesso collusi con la malavita.”

Esiste, ed è innegabile, un conflitto di Rama anche con gli ambienti che lo hanno sempre sostenuto. Uno su tutti: la battaglia per il teatro Kombetar, il teatro Nazionale, in centro a Tirana.

Edificio storico, progettato dall’architetto italiano Giulio Bertè, nel solco del volto imperiale che i fascisti volevano per il Paese soffocato prima e occupato poi dall’imperialismo romano.

Decine di attivisti, attori e intellettuali che per mesi hanno chiesto al governo di fermare i piani per la demolizione dell’edificio, che lascerà a un’appetitosa partnership ‘pubblico-privato’ l’appalto del nuovo teatro e l’ennesima mega opera in una città che mangia se stessa.

Gli animatori di quella protesta, storicamente, sono stati più vicini all’intellettuale Rama che al Sali Berisha leader spirituale e padrino dell’opposizione. Eppure sono stanchi degli appetiti immobiliaristi e delle ‘mani sulla città’. Allo stesso modo, le proteste degli universitari dei mesi scorsi, vengono da ambienti che – nel tempo – son stati più vicini all’attuale governo che all’opposizione.

Una stanchezza, forte, c’è, ma allo stesso tempo c’è un sentimento che attraversa le società dell’Europa orientale e non solo: la stanchezza.

Verso una classe dirigente che ha un livello di corruzione degno dell’Europa dei piani alti, verso le polemiche sugli anni del regime tra ex pezzi grossi o beneficiari del regime, verso una speculazione che ha passato il segno, mentre tutto – ma proprio tutto – diventa solo per chi se lo può permettere.

Quanto questa stanchezza, cavalcata dall’opposizione di turno, possa riuscire a essere incanalata in forma parlamentare è difficile da dire, ma di sicuro è una rabbia destinata a crescere – non solo in Albania – verso un domani che appare con sempre meno certezze per tanti e solido per pochissimi.

*** foto di Arber Xhaferaj

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