Tra simbolico e reale: l’attacco al Congresso e il sistema di potere americano

Intervista a Nicola Carella.

8 / 1 / 2021

Per provare a capire meglio cosa accaduto negli Stati Uniti il 6 gennaio, come si inserisce nel contesto di crisi sistemica della democrazia liberale e cosa può produrre in termini di effetti reali abbiamo intervistato Nicola Carella, attento osservatore di movimenti sociali e di politica statunitense.

Molti analisti politici stanno descrivendo l’assalto suprematista al Congresso come uno spartiacque e un punto di non ritorno della democrazia liberale statunitense e occidentale in generale. Noi vogliamo provare a ricostruire il contesto. In primo luogo come si è arrivati a questo episodio. In secondo luogo può essere considerato come  il culmine di quattro anni di trumpismo, il suo balzo in avanti o ne è invece un colpo di coda prima del suo definitivo tramonto?

Premetto che ho seguito la cosa a distanza e ho quindi visto le immagini che avete visto tutti e tutte. Il momento clou del 6 gennaio è stato senza dubbio l’assalto a Capital Hill durante la sessione congiunta di Camera e Senato che stavano ratificando i voti del collegio elettorale dei Grandi Elettori per nominare Biden presidente.

Credo che il comizio di Donald Trump, tenutosi subito prima, abbia indicato di trasformare il parlamento in un “bivacco di manipoli”, citando i precedenti di casa nostra. Trump ha invitato le sue “camicie brune” a dare seguito ai continui annunci, ai suoi tweet e loro hanno semplicemente fatto quello che lui ha chiesto e che da mesi sta incitando a fare.

Il punto è che Trump, da quando ha perso le elezioni, ha negato costantemente la realtà e si è circondato progressivamente di yes men sempre più grotteschi, abilissimi nel negare qualunque fatto. Quando è ripresa la seduta parlamentare il rappresentante della Florida, uno dei fedelissimi di Trump, ha sostenuto che in realtà fossero stati i manifestanti di Black Lives Matter (tutti bianchi?) e Antifa che si sono travestiti da supporter di Trump per screditare il presidente e i suoi seguaci. Qui siamo ben oltre il travisamento della realtà o il non accettare una sconfitta elettorale: siamo in una sorta di allucinazione di massa furbescamente messa in campo da parte del Partito Repubblicano.

Ricordiamo anche che Trump, nonostante quanto accaduto, ha comunque raccolto il consenso di circa 130 parlamentari repubblicani, che con il loro voto si sono dichiarati convinti che le elezioni sono state falsate. Lui ha quindi in mano un pezzo molto importante del partito, almeno nella Camera Bassa. I senatori repubblicani hanno invece un problema in questo momento, perché vedono che il partito, nelle sue leve più giovani e territoriali, risponde a Trump e alle sue pulsioni autoritarie. Si rendono conto che quest’anima porta un problema di tenuta complessiva all’interno del quadro istituzionale, che va in conflitto con il conservatorismo tradizionale di chi si sente erede di Abraham Lincoln e vede nella difesa dello status quo l’unico faro del proprio agire politico. Queste due anime non sono più compatibili tra loro e soprattutto non sono conciliabili con la fase politica del capitalismo e delle democrazie liberali.

Secondo me ieri Trump ha dato semplicemente l’ennesimo appiglio ai vari gruppi armati di estrema destra, No Vax, QAnon e crème de la crème di teorici del complotto di mettere in pratica quello che scrivono nei vari gruppi telegram. E abbiamo visto come i vari Netanyahu, Boris Johnson, che pure con Trump hanno sempre avuto buoni rapporti, abbiano preso le distanze da quanto accaduto, perché vicini a un’idea più classica di conservatorismo.  Poi – attenzione! – la polizia ha lasciato fare ai manifestanti quello che volevano, mentre ricordiamo che la Guardia Nazionale a giugno aveva schierato settemila uomini in poche ore contro Black Lives Matter. L’altro ieri di fatto il Pentagono si è tirato fuori dalla contesa, e i pochi uomini schierati provenivano da Virginia e Maryland, visto che il Distretto di Columbia non possiede una sua Guardia Nazionale, perché non è uno Stato.

Diciamo che la governance americana è rimasta a guardare. Trump ha fatto l’ennesimo numero, ma tre giorni prima ne aveva fatto un altro, quando è venuta fuori la notizia della telefonata fatta al segretario di Stato della Georgia Raffensperger in cui chiedeva di ribaltare il voto in suo favore. E tutto questo nasconde da un lato una sconfitta strutturale, almeno in termini elettorali, del conservatorismo statunitense e dall’altro l’incompatibilità delle istituzioni americane con i principi di equità, di uguaglianza e di rappresentanza dei soggetti più vulnerabili.

Ora diranno che hanno tenuto, ma in realtà sono quattro anni che vengono sbeffeggiati e l’altro ieri è stato solo l’ennesimo capitolo di scene che purtroppo dovremmo abituarci a vedere sempre più spesso negli Stati Uniti, per quanto oggi Trump sia più debole, soprattutto tra i vertici repubblicani. Se sopravvive a questo passaggio di consegne e rimane politicamente indenne, io penso che tra quattro anni potrà riprovarci, lui direttamente o qualcuno molto vicino a lui. E sarà molto pesante.

Una delle partite che si sta giocando in queste ore è anche quella dell’impeachment, per impedire a Trump di gestire questa transizione da una posizione di forza. Pensi che questo possa modificare ulteriormente gli equilibri politici per i prossimi anni?

Io credo che la cosa più probabile sia l’applicazione del venticinquesimo emendamento più che l’impeachment, cioè la rimozione per incapacità di intendere, volere e governare che è stata chiesta solo due volte nella storia americana. La palla spetta al suo vice Mike Pence, con cui Trump è ormai ai ferri corti, e questo farà sicuramente venire a galla alcuni nodi di cui parlavo prima.

L’impeachment è stato invece promosso da Alexandria Ocasio-Cortez e Cori Bush. La prima lo ha chiesto per il presidente, e dovrebbe essere votato da camera e senato, ma salverebbe il GOP; la seconda - che viene dal Missouri, realtà molto più problematica rispetto al razzismo sistemico – lo ha chiesto per tutti i rappresentanti che hanno votato Trump, una questione più politica che non salverebbe il Partito Repubblicano. In ogni caso penso che l’impeachment sia difficilmente praticabile, soprattutto dopo quanto accaduto il 6 gennaio, perché polarizzerebbe ancora di più lo scontro politico.

Un’ultima questione: diverse analisi in questi giorni si sono concentrate sul fatto che sia stato colpito al cuore non solo il simbolo della democrazia liberale, ma l’intero sistema della democrazia rappresentativa che è in crisi da tempo. Sul piano materiale, questo riesce materialmente a mettere in crisi il funzionamento del potere?

Decisamente no, intanto perché l’hanno trovato vuoto. E poi perché il cuore del potere politico negli Stati Uniti d’America è dislocato in vari punti. Una delle caratteristiche degli USA è proprio quella di avere un sistema di potere distribuito, agenzie che si contrappongono l’una con l’altra e altre articolazioni. Quindi, al limite, si potrebbe anche tagliare la testa del serpente del potere esecutivo, provando ad attaccare la Casa Bianca, ma di fatto non sconvolgerebbe i rapporti reali di potere. E stesso dicasi per il potere legislativo e quello giudiziario.

Quindi questa evocazione simbolica rimane tale, soprattutto per il fatto che negli Stati Uniti ci sono milioni di persone escluse dal voto e quindi lo stesso Congresso non è espressione compiuta del Paese reale, nei termini della rappresentanza formale.

Soltanto chi vede nella potenza di toccare i simboli qualcosa che diventa immanente può pensare che l’atto del 6 gennaio abbia effetti reali sul funzionamento del potere. Per mettere in crisi il sistema politico americano ci vuole ben altro, ci vogliono mesi di conflitto, come hanno provato a fare gli afro-americani e i loro alleati la scorsa estate e come hanno fatto gli Antifa negli ultimi quattro anni di governo di Trump, con morti, arresti e feriti a ogni manifestazione.

Non si mette in crisi un sistema di potere del genere, che sta in piedi da tre secoli, facendo quello che abbiamo visto il 6 gennaio, tra l’altro con la polizia che ha letteralmente aperto le porte del Congresso ai manifestanti. Qui rimaniamo sul piano del simbolico, che è una cosa molto diversa dal concreto.

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