Tunisia - Quinto anniversario sotto il giro di vite del “partito dell’ordine”

A cinque anni dalla rivolta a Sidi Bouzid il Governo tunisino continua il pugno di ferro contro chi dissente

18 / 12 / 2015

Come riportato due settimane fa il governo di grande coalizione tunisino, il suo braccio armato del Ministero degli Interni nonché alcuni settori del potere giudiziario, stanno utilizzando lo stato di emergenza – dichiarato per far fronte al terrorismo di destra – come pretesto per colpire nel mucchio. O meglio, per colpire soggetti a vario titolo scomodi in modo da educarne molti altri. Tecnica non certo fantasiosa ma di provata efficacia.

Avevamo già riferito dell’episodio di Adnen Meddeb e Amine Mabrouk, membri del comitato organizzativo delle Journées Cinematographiques de Carthage, arrestati perché trovati in possesso di un pacchetto di cartine da tabacco e quindi sospettati di consumo di cannabis. Ebbene, l’episodio si è concluso con una condanna a un anno di carcere per entrambi (non sono previsti domiciliari o condizionale, se non su cauzione).

Purtroppo nel frattempo la lista degli arrestati per futili motivi si è allungata. Gli artisti Fakhri el-Ghezal, Atef Maatallah e Ala Eddine Slim sono stati allo stesso modo condannati a un anno di prigione per consumo di cannabis. La condanna è avvenuta sulla base della famigerata legge 52 risalente all’epoca di Ben Ali (come del resto tutto il codice penale attualmente in vigore) che prevede dall’uno ai cinque anni di carcere per il consumo di sostanze stupefacenti, senza distinzione.

Eclatante è stata la condanna di sei studenti di Kairouan a tre anni di carcere e cinque anni di allontanamento dalla città per atti omosessuali, “crimine” provato tramite test anale. Da ricordare che un altro studente era già stato condannato a un anno con la stessa accusa, condanna ridotta a due mesi il 17 dicembre in sede di appello. Il segretario generale del governo ha inoltre proposto la dissoluzione dell’associazione Shams, che si batte per la depenalizzazione dell’omosessualità. Il vice presidente di Shams ha da poco abbandonato il paese in seguito a delle minacce di morte.

Afra Ben Azza, attivista di soli 17 anni, è stata arrestata il 16 dicembre e rilasciata il 17 con l’accusa di oltraggio a pubblico ufficiale nell’ambito di una manifestazione pacifica a Kef contro la demolizione di un monumento cittadino. Secondo un comunicato del coordinamento “Io non perdono” (contro la riabilitazione della cricca affaristica di Ben Ali) Afra Ben Azza ha subito violenze da parte dei poliziotti durante l’arresto e la detenzione. Questi i casi più noti, a cui ovviamente bisognerebbe aggiungere una lunga serie di detenuti meno visibili.

Inutile sottolineare come tale catena di incarcerazioni non abbia nulla a che vedere con la lotta contro il terrorismo, se non il fatto di utilizzare la nostalgia di ordine da esso provocata per comprimere gli spazi di libertà conquistati con la rivoluzione. Il 17 dicembre, a cinque anni dall’inizio della rivolta a Sidi Bouzid, alcune centinaia di manifestanti hanno violato lo stato d’emergenza radunandosi sull’Avenue Bourguiba di Tunisi per denunciare l’escalation repressiva. Gli interventi dei militanti sono stati dal sapore assai amaro. È noto come la priorità data dai governi transizionali al rimborso del debito dittatoriale e ai nuovi accordi con Fondo Monetario e Banca Mondiale abbia determinato l’annullamento delle aspirazioni di giustizia sociale che stavano al cuore della lotta popolare. La conquista dei diritti civili, d’altro canto, resta pur sempre assai incompleta ed è costantemente messa sotto attacco con vari livelli di intensità a seconda del periodo.

Nell’opinione di chi scrive, è tuttavia utile mantenere un punto di vista critico rispetto al cinico ritornello del “nulla è cambiato”, semplificazione opposta ma speculare al compiacimento per la “riuscita transizione democratica”. Il “nulla è cambiato” normalmente proviene da sinistra, con l’intenzione di mettere in luce la reale e drammatica insufficienza delle trasformazioni avvenute finora. Ma tale discorso di fatto legittima chi da destra afferma “Si stava meglio con Ben Ali”, “Ovvero nulla è cambiato se non che prima c’erano sicurezza, turismo e le strade erano più pulite”.

È quindi opportuno tenere presente, non certo per invitare a sedersi sugli allori quanto piuttosto per frenare la demoralizzazione, che le libertà civili e politiche sono evidentemente assai più ampie che sotto la dittatura tout court di Ben Ali, e che ad esse bisogna aggrapparsi per essere nella condizione di avanzare sul piano dei diritti socioeconomici quando il contesto internazionale sarà meno ostile. Quanto a un altro luogo comune, quello del “macché Primavera Araba”, è utile ricordare che il riferimento storico dell’espressione dovrebbe rimandare alla Primavera dei Popoli del 1848, ciclo insurrezionale che certo si concluse con una sconfitta ancora più netta rispetto al caso tunisino ma che pose le basi per la destituzione di lungo termine dell’assolutismo europeo.

*** Lorenzo “Fe” Feltrin, di Treviso, è dottorando in scienze politiche alla University of Warwick, dove si occupa di sindacati e movimenti sociali in Marocco e Tunisia. Ha precedentemente collaborato con la casa editrice milanese Agenzia X, per la quale ha pubblicato il libro Londra Zero Zero sulle subculture anni zero della capitale inglese.

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