Dall'inchiesta sul Mo.S.E. e il Consorzio Venezia Nuova alla riforma della Legge Speciale

25.07.2013 Venice Sherwood Festival- "Smantellare il sistema di potere che opprime Venezia è possibile"

Un confronto con Gianfranco Bettin, Massimo Cacciari, Felice Casson, Giulio Marcon, movimenti e comitati che si battono per la difesa della Laguna come bene comune, coordinato da Beppe Caccia.

25 / 7 / 2013

Più di duecento persone, tra attivisti dei movimenti e cittadini di Mestre e Venezia, hanno partecipato - nella serata di giovedì 25 luglio al Venice Sherwood Festival al Parco di San Giuliano - al dibattito coordinata da Beppe Caccia e dedicato al tema di come "liberare la laguna di Venezia dalla palude degli affari".

Il punto di partenza della discussione sono state, inevitabilmente, le diverse inchieste della Magistratura aperte sul Consorzio Venezia Nuova e sulle grandi imprese di costruzioni che ne fanno parte. Indagini che stanno confermando quanto sostenuto, inascoltati per anni e spesso raccogliendo denunce e processi per le occupazioni di cantieri e uffici degli inquisiti di oggi, i movimenti e le associazioni che si sono battuti in Laguna contro l’inutile e devastante progetto Mo.S.E.. Con inquietanti analogie - come ha sostenuto Tommaso Cacciari, attivista del Comitato NoGrandiNavi Laguna benecomune - con l'attuale battaglia contro il pericoloso e devastante traffico delle enormi imbarcazioni da crociera, là dove spesso ritornano anche gli stessi interessi e gli stessi nomi.

“Il Mo.S.E. serve solo a chi lo fa” stava scritto su un manifesto di dieci anni fa, accompagnato dall’inequivocabile immagine di uno squalo che si mangiava Venezia. E, in effetti, non c’è proporzione tra i nove miliardi di euro spesi dallo Stato in trent’anni per la salvaguardia della Laguna (di cui sei miliardi dedicati esclusivamente al progetto delle dighe mobili alle bocche di porto) e quanto è stato effettivamente investito in opere per la difesa fisica e la rivitalizzazione sociale ed economica della città.

 Una fetta significativa di queste enormi risorse ha invece alimentato un meccanismo di ridistribuzione, in parte del tutto legale anche se di dubbia legittimità, di finanziamento trasversale al mondo della politica e dell’università, attraverso contributi e consulenze; in parte, di enorme arricchimento privato nella mani di pochi e di corruzione diffusa, attraverso la costituzione di fondi neri per decine di milioni di euro transitati su conti esteri e società off shore.

Intanto il progetto Mo.S.E. è giunto ormai a due terzi della sua realizzazione. Ma sulla sua tenuta ed efficacia crescono pesanti dubbi: da quelli relativi all'effettiva utilità di fronte ai cambiamenti climatici e alla crescita del livello medio del mare Adriatico, fino all’affidabilità delle gigantesche cerniere che collegano paratoie e cassoni d’alloggiamento e al rischio di “risonanza” e conseguente possibile ribaltamento delle dighe, come ha ricordato nel suo intervento al dibattito Armando Danella, per anni dirigente del settore Legge Speciale del Comune e oggi attivista NoMose.

Nel frattempo è diventato evidente come gran parte delle ingentissime risorse pubbliche, soldi dei cittadini quindi, destinate alla salvaguardia di Venezia siano state distolte per costruire un dispositivo di permanente condizionamento del mercato e della vita politica e amministrativa della città, della regione Veneto e del Paese.

Come denunciato da Massimo Cacciari, sindaco della città dal 1993 al 2000 e poi ancora dal 2005 al 2010, l’origine di tutti i mali è senza dubbio la norma di legge con cui, dal 1984 in poi attraverso il meccanismo della “concessione unica”, è stato garantito al Consorzio Venezia Nuova (cioè ad un ristretto pool di imprese, oggi tutte a capitale privato) il monopolio assoluto sulle opere per la difesa di Venezia dal fenomeno delle “acque alte”, saltando qualsiasi procedura trasparente di assegnazione degli appalti attraverso gare ad evidenza pubblica e sottraendo lo stesso Consorzio a qualsiasi effettiva verifica. Un meccanismo che ha, di fatto, rovesciato il rapporto di dipendenza tra le imprese del pool e il Magistrato alle Acque, cioè l’organismo statale, braccio operativo in Laguna del ministero per le Infrastrutture, che avrebbe dovuto guidare e controllare proprio l’operato del Consorzio.

Il risultato è stato che, negli ultimi decenni, una potente lobby affaristica e trasversale alla politica ha impedito qualsiasi reale valutazione scientifica del progetto Mo.S.E. e scavalcato qualsiasi procedura democratica di decisione sulla sua realizzazione. Non solo, ha pure sottratto rilevantissime risorse previste dalle Leggi speciali per Venezia ai veri obiettivi di salvaguardia fisica e ambientale, sociale ed economica della città e della sua laguna. La scelta di destinare tutti i finanziamenti statali al sistema di dighe mobili alle bocche di porto ha azzerato gli interventi per la manutenzione ordinaria e straordinaria del tessuto urbano, per il disinquinamento del bacino scolante in laguna, per il restauro e la conservazione del patrimonio immobiliare pubblico e privato, per la residenza destinata ai ceti sociali medio-bassi, per una ricerca indipendente e innovativa su questi nodi. E l’elenco potrebbe continuare a lungo. Il frutto malato - secondo Gianfranco Bettin, ambientalista da sempre impegnato in queste battaglie e oggi assessore comunale all'Ambiente - di una logica di profitto e di una cultura dello sviluppo senza limiti, che oggi impediscono di individuare le autentiche soluzioni per i problemi del presente e del futuro di Venezia.

I fatti di cui parliamo - ha notato Giulio Marcon, deputato indipendente eletto nelle liste di Sinistra Ecologia Libertà (SEL) - sono molto simili a quanto avvenuto e avviene in tutte le vicende che riguardano la realizzazione di grandi opere infrastrutturali o la produzione e il traffico di armamenti. I fenomeni di corruzione legati al Mo.S.E. e alle imprese del Consorzio Venezia Nuova sono stati e sono, in realtà, un colossale sistema di ridistribuzione verso l’alto, a pochi imprenditori e a funzionari dello Stato e politici ad essi collegati, di risorse economiche sottratte alla collettività. Ecco perché, se di vuole davvero aggredire e smantellare questo sistema, è l’architettura normativa dell’attuale Legislazione speciale che dev’essere radicalmente messa in questione e riformata. Il ruolo che, da questo punto di vista, possono svolgere movimenti e associazioni che si battono per la difesa dei beni comuni, rappresentanti istituzionali e amministratori locali non compromessi con questo sistema, è decisivo.

E’ tempo che il Parlamento - ha affermato poi Felice Casson, senatore del Partito Democratico e primo firmatario di una proposta legislativa in questo senso - affronti la riforma della Legge speciale sulla Laguna, superando definitivamente il meccanismo della concessione unica e restituendo correttezza e trasparenza alle procedure per la valutazione dei progetti e l’assegnazione dei lavori e, soprattutto, sovranità democratica alla comunità veneziana. Passa di qui l’apertura, dal basso, di una nuova stagione per la salvaguardia, ma anche per la soluzione di un problema urgente e drammatico come quello del traffico delle grandi navi, e quindi per il futuro di Venezia. 

Più forze e soggetti, insieme, possono davvero aprire una nuova stagione politica in Laguna, per smantellare il sistema di potere che ne ha condizionato la vita e liberare definitivamente Venezia dalla palude degli affari.

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