A dettare legge anche sulle politiche alimentari ed agricole è il dogma neoliberista e gli interessi delle multinazionali del settore, rivolti allo sfruttamento intensivo dei suoli.....

9 miliardi di posti a tavola

il libro di Lester Brown che mette al centro delle questioni la crisi alimentare globale

27 / 11 / 2012

9 MILIARDI DI POSTI A TAVOLA

il libro di Lester Brown che mette al centro delle questioni la crisi alimentare globale



Lester Russell Brown è uno scrittore ambientalista ed economista statunitense, fondatore del Worlwatch Institute che, ogni anno, sforna un Rapporto sulla condizione  del pianeta prendendone di vista le nodali questioni ecologiche, dalla desertificazione agli effetti del cambiamento climatico, dalla crisi delle risorse naturali alle politiche agricole e così via.

Brown è autore di un importante studio “Piano B” che dopo la pubblicazione della prima versione nel 2003, periodicamente viene aggiornato quale piano d’azione ecologico per invertire la rotta delle politiche mondiali mettendo al primo posto le problematiche ambientali.

Sempre in questa ottica è anche l’ultimo suo lavoro che viene tradotto in Italia quest’anno da Edizioni Ambiente, titolato “9 miliardi di posti a tavola”. Con questo libro Lester Brown lancia un forte allarme sulla questione alimentare, criticando aspramente l’atteggiamento politico dei governi e dei leader politici mondiali, del tutto inadeguati a far fronte alla gravità del problema.  “Perché non sanno nulla di biologia, di idrologia, di produzione agricola: seguono solo ragionamenti economici vecchi, storici, di corto respiro, che non bastano a descrivere ciò che sta succedendo e non riescono a modificare il modo di pensare.”

A dettare legge anche sulle politiche alimentari ed agricole è il dogma neoliberista e gli interessi delle multinazionali del settore, rivolti allo sfruttamento intensivo dei suoli che, in presenza di rischi di impoverimento o di scarsità di suolo, si danno alla predazione delle aree ancora disponibili. Secondo la Banca mondiale, infatti, nel 2010 le acquisizioni di terra in Africa da parte di Paesi stranieri sono state 464, pari a 140 milioni di acri, cioè più del totale di suolo coltivato a mais e grano negli Stati Uniti. Si tratta di un fenomeno conosciuto come Land Grabbing, la rapina di terre che lo stesso Brown denuncia come un pagliativo che si limita ad arricchire chi lo fa ma che non risolve per nulla il problema.

Intanto secondo l’U.N. Food Price Index l’andamento dei prezzi del cibo sono raddoppiati nel 2012 rispetto al 2002-2004 in termini, secondo Brown, insostenibili a causa soprattutto degli effetti del cambiamento climatico che rimane una questione del tutto marginale nelle agende politiche dei “grandi” del pianeta.  Anzi, lo aggrava.

La questione alimentare, intrecciata a quella ambientale e al consumo del territorio viene affrontata nel libro di Lester Brown con una messe di dati che descrivono una situazione drammatica per il prossimo futuro. L’aumento della crescita demografica –  70 milioni di abitanti in più all’anno – influisce sui quantitativi di consumo di prodotti alimentari fondamentali come i cereali che sono praticamente raddoppiati, da 21 milioni di tonnellate tra il 1990 e 2005 a 45 milioni tra il 2005 e il 2011. Se si dovesse, quindi, semplicemente seguire il trend di aumento di consumo si dovrebbero produrre nei prossimi 40 anni più mais e frumento che nei passati 500 anni.

Intanto la resa dei terreni cresce più lenta della popolazione, ci informa Brown e, nei granai mondiali la quantità di cibo disponibile è passata da 107 giorni di autonomia sino al 2001 ai 74 giorni attuali. Secondo l’ONU lo stock di mais degli Usa – principale produttore – è ai minimi storici e per la FAO le riserve globali sono scese del 2,6% a fronte di una impennata dei prezzi (i cereali costano quest’anno dal 10 al 35% in più). Il rischio crisi alimentare così come l’abbiamo conosciuta nel 2008 è, per l’ONU, alle porte.

Brown insiste nell’evidenziare come le ricette sinora messe in campo producano solo ulteriori problemi, in quanto basate sul consumo intensivo delle risorse e su produzioni energivore. In particolare sono a rischio le riserve acquifere che vengono spesso prosciugate a beneficio della produzione agricola intensiva. La risposta non può arrivare da questa impostazione tanto cara alle multinazionali agroalimentari ma da una inversione drastica della prospettiva. 

Kanayo Nwanze dell’Ifad – International fund for agricultural development – parlando della sua terra, la Nigeria e del suo continente, l’Africa, scommette invece sull’incremento delle piccole produzioni. “In vaste regioni del mondo la maggior parte del cibo è prodotto e consumanto localmente” dice il responsabile dell’agenzia Onu specializzata nello sviluppo agricolo “l’Africa ha il potenziale per ridurre la povertà sviluppando la rete dei piccoli produttori (due ettari di terreno o meno) che costituiscono l’80% delle imprese agricole nell’Africa sub-sahariana”, se questi venissero sostenuti con lo sviluppo di canali commerciali tra Paese e Paese che sono attualmente solo al 10% in quel continente, rispetto al 70% dell’Europa e al 50% dell’Asia.

Questa lettura, estesibile a tutte le aree agricole del Sud del mondo, è stata bene rappresentata nell’ultimo incontro di “Terra Madre” a Torino. Le delegazioni di contadini da tutto il Sud del mondo hanno portato la stessa ricchezza di potenzialità e le stesse problematiche di difficoltà dovute alla commercializzazione dei propri prodotti. 

Insieme alla produzione locale di qualità nelle aree del Nord del mondo, l’agricoltura e la produzione alimentare, imboccando una strada sostenibile come quella rappresentata da questi esempi, avrebbe la possibilità di dare una risposta ecologicamente positiva alla crisi alimentare, rompendo con il ciclo economico basato sullo sfruttamento dei suoli e delle risorse, sulla produzione chimica, sulla manipolazione genetica e sull’allevamento intensivo, cardine della produzione agroalimentare neoliberista.

“9 miliardi di posti a tavola” , grazie alla ricchezza di dati raccolti e attraverso una analisi globale ed una lettura ecologica della situazione alimentare, rappresenta un contributo di lettura e di approfondimento molto utile per quanti agiscono sul territorio – dai gas alle reti locali di consumo e vendita, dai comitati ambientali alla rete di produttori biologici ecc. – per la costruzione di una reale alternativa all’attuale modello di produzione agroalimentare.



26 novembre 2012


Unknown

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