Ai Weiwei: arte in polvere

È la punta di diamante dell’arte cinese e con lui bisogna fare i conti. Che al suo governo piaccia o non piaccia

21 / 12 / 2010

Mentre in Cina gli scrittori sono ancora assediati dalla censura, gli artisti si sono occidentalizzati senza traumi: a sentire uno dei più celebrati, Zhang Huan, sono liberi di fare quello che vogliono. Il mercato occidentale compra le loro opere a peso d’oro e in cambio della libertà di fare affari, loro si astengono dal criticare il regime, limitandosi al massimo a qualche blanda allusione. In questa maniera tutti fanno business: il governo perché l’arte contemporanea cinese invadendo musei e gallerie del mondo dimostra che così non subisce censure; gli artisti perché rappresentano la nota esotica in un mercato di miliardari sempre in spasmodica ricerca di novità. Dunque tutti felici. Tranne uno: Ai Weiwei, un rompiscatole cui il governo cinese ha appena raso al suolo lo studio per rappresaglia. Non solo: siccome l’artista aveva provocatoriamente organizzato un banchetto aperto a tutti per “festeggiare” la demolizione forzata, è stato incarcerato per impedirgli di fare il festino. “In Cina non c’è libertà di stampa, non c’è una giustizia indipendente e non c’è la possibilità di esprimere il proprio dissenso”, ha subito mandato a dire Ai Weiwei attraverso Twitter su cui posta sempre i suoi messaggi. Il menu della festa sarebbe stato a base di migliaia di granchi di fiume, Hexie, che in cinese suona come “armonia”, parola d’ordine ricorrente del presidente Hu Jintao e che quindi nel gergo comune è diventata sinonimo della censura esercitata per ottenere l’armonia sociale. Eppure anche il governo è dovuto venire a patti con Ai Weiwei perché, desiderando più di ogni altra cosa al mondo far sfoggio della grandezza della Cina, non ha potuto che rivolgersi all’artista per il disegno dello stadio olimpico di Pechino e ne è venuta fuori l’affascinate forma a nido intrecciato che tutti abbiamo ammirato. Che piaccia o no, Weiwei è infatti la punta di diamante dell’arte cinese e con lui bisogna fare i conti. Ma anche la Tate Modern di Londra, che in questi giorni gli offre l’immenso spazio di ingresso, chiamato Turbine Hall, è riuscita a censurare l’artista. Weiwei aveva disseminato il pavimento dell’ex centrale elettrica costruita sulla South Bank di cento milioni di semi di girasole realizzati in porcellana a grandezza naturale da artigiani di Jingdezhen specializzati in miniature. Apparentemente tutti uguali, ma ciascuno leggermente diverso proprio per la sua manifattura manuale, i semi alludono al problema alimentare della Terra, al “made in China”, ma anche ai milioni di persone che abitano il paese o ancora alla retorica di Mao, il sole, che descriveva le masse come girasoli che a lui volgevano lo sguardo. Insomma i semi sono domande. I visitatori potevano camminare sopra la grande installazione senza preoccuparsi di rompere, inevitabilmente, i semi o anche di portarseli via: “Io lo farei”, ha detto l’artista, suscitando l’ansia dei curatori della Tate. È successo così che, a furia di camminarci sopra, dai semi di porcellana sbriciolata pare si alzasse un pulviscolo potenzialmente dannoso alla salute: un problema da nulla rispetto alle tonnellate di gas nocivi che ogni giorno l’Inghilterra scarica nell’aria e una nullità rispetto alle polveri sottili provocate dal traffico di Londra, ma sufficiente a bloccare i visitatori della Tate che ora si devono limitare a guardare la distesa di semi di porcellana senza sentirli scricchiolare sotto i piedi. Una censura ridicola, tipicamente all’occidentale: ovvero politically correct. Certo per uno come Ai Weiwei questi sono piccoli incidenti di percorso come capitano talvolta anche alle signorine ben educate. Lui ha visto ben altro: per esempio il buco sotterraneo dove è nato (nel 1957) e cresciuto in una sperduta località della Cina occidentale, dove suo padre Ai Qing, uno dei maggiori poeti modernisti, era stato mandato in esilio e in rieducazione con il compito di pulire le toilette. Gli ci vollero 20 anni prima di venire riabilitato e poter tornare a Pechino con tutta la famiglia. Ai Weiwei si iscrisse allora all’Accademia del cinema e divenne animatore dello Star Group, influente movimento cinese d’avanguardia. Poi, senza una lira, si spostò a New York dove visse una vita bohèmienne ma aprì lo sguardo su qualcosa di diverso dalla retorica del realismo socialista. Quando suo padre si ammalò, nel 1993, tornò in Cina e si riavvicinò alla tradizione del suo paese. Frequentava i mercati e gli antiquari dove comprava vecchi mobili, ceramiche e insomma oggetti legati alla vita contadina e artigianale in via di estinzione per poi utilizzarli nelle sue performance-denuncia. Sono famose, per esempio, le immagini fotografiche, del 1995, che lo ritraggono durante una performance in cui distruggeva un vaso della dinastia Han; oppure i vasi antichi dipinti con il logo della Coca Cola. E, prima di Cattelan, nel 1997, realizzò una serie di foto con il dito medio alzato in piazza Tiananmen, davanti alla Casa Bianca o alla Tour Eiffel. Man mano che il processo di modernizzazione distruggeva la Cina di pari passo con l’adozione di un’economia capitalistica eterodiretta dal governo, Ai Weiwei ha poi cominciato a fare installazioni di porte, sedie, tavoli provenienti dalle case distrutte per far posto ai grattacieli e ai centri commerciali. Ma se fosse solo il suo lavoro a essere politicamente impegnato, Weiwei non sarebbe poi così speciale. A renderlo un artista unico è l’impegno che mette nelle cause in prima persona: dopo il terremoto del Sichuan, che ha ucciso migliaia di bambini a causa degli edifici fatiscenti che accoglievano le loro scuole, Weiwei ha subito un’operazione al cranio per le ferite infertegli dalla polizia.

Per uno tosto così, cosa volete che sia un po’ di polvere di ceramica che fa tossire le gentildonne e i gentleman inglesi!

di Francesca Bonazzoli

tratto da www.undo.net

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