Al di là di ogni irragionevole abuso. Il report del dibattito a Sherwood Festival sull’abuso di potere e violenza penale

4 / 7 / 2022

Venerdì 01 luglio si è tenuto a Sherwood Festival un interessante dibattito che ha visto come protagonisti Claudia Pinelli, figlia di Giuseppe Pinelli, l’avvocato Cesare Antetomaso (Giuristi Democratici), l’avvocato penalista Giuseppe Romano e Rossella Puca in qualità di moderatrice.

Al di là di ogni irragionevole abuso. Police brutality, violenza penale e potere il titolo scelto per questo dibattito, mutuato dal noto principio di innocenza vigente nel nostro sistema giudiziario, secondo il quale non si è colpevoli fino a condanna definitiva. In toni provocatori, il titolo richiama l’irragionevolezza dell’abuso, verso il quale il nostro Stato di diritto troppo spesso si comporta in maniera controintuitiva. 

Rossella Puca ci ricorda che uno stato di diritto che si ritenga tale dovrebbe, dinanzi a soprusi e utilizzi illegittimi di potere, della forza e di dispositivi normativi ritenersi parte lesa, costituirsi parte civile, ma molto spesso la situazione alla quale assistiamo è opposta: lo stato diventa braccio armato di depistaggi, spugna che cancella le tracce di sangue, chiudendole in un faldone top secret, facendo trascorrere decenni di impunità da un lato e decenni di ingiustizia subita dall’altro.

Il dibattito è iniziato ascoltando le parole di Claudia Pinelli, figlia di Giuseppe Pinelli, vittima dell’istituzione di Stato, diventato, suo malgrado, un simbolo della violenza del potere e dei diritti negati. Le viene domandato se ritiene che la giustizia dei tribunali, non ottenuta dalla sua famiglia, possa riscattare vittime e famigliari dall’ingiustizia dello stato. A questa risponde che sì, la giustizia dei tribunali è importante poiché la storia si basa sulle sentenze. È importante perché riuscire ad arrivare in un’aula di tribunale e denunciare gli abusi delle istituzioni significa creare dei precedenti, mettere sul banco degli imputati le istituzioni stesse, in modo da scacciare la retorica dell’‘eroe’.

Molto spesso infatti quando si riesce ad ottenere una condanna, la vittima è vista come una sorta di eroe o eroina, dimenticando che ottenere giustizia e verità dovrebbe essere la prassi in uno stato democratico. Arrivare in tribunale nella pratica però è complesso e molto spesso, nei rari casi in cui effettivamente si svolge un processo, si conclude con la sentenza delle cosiddette ‘mele marce’. Come può infatti considerarsi vittoria la condanna di un singolo carabiniere quando l’istituzione rimane intaccata? Pinelli ribadisce quindi l’importanza di far giurisprudenza citando il caso di Franco Serrantini, figlio di nessuno, per questo istituzionalizzato fin da bambino e morto per i pestaggi dei poliziotti a seguito dell’arresto in una manifestazione contro il movimento sociale. Impressionante è la somiglianza con il caso di Stefano Cucchi, a riprova del fatto che non ci sono casi isolati: gli abusi di potere sono avvenuti nel passato e continueranno ad avvenire se non si fa giurisprudenza, se non si tiene un processo pubblico. Chiude domandosi cosa sia una democrazia di diritto se i diritti di tutti non vengono rispettati, se comunque si applicano delle misure che possono comportare la morte, certi dell’inattaccabilità della divisa.

Rossella Puca si rivolge poi a Giuseppe Romano toccando il tema del reato di tortura, introdotto nel luglio del 2017 nel codice penale italiano. Chiede all’avvocato un bilancio, a cinque anni dalla sua introduzione, di questa norma pasticciata, come è stata spesso definita. Romano, ricordando l’iter travagliato dell’approvazione dell’articolo 613 bis, iniziato nel 1989, spiega come nel 2017 i deputati, di fronte ad un testo profondamente sbagliato, abbiano dovuto scegliere se ricominciare l’iter di approvazione, di fatto bocciando la proposta, o se affidarsi all’interpretazione della giurisprudenza nei singoli casi. Afferma poi che sotto certi punti di vista la scommessa di approvare una legge con evidenti difetti affidandosi alla lettura giurisprudenziale è stata vinta.

Il primo difetto riguarda la generalità del reato che si configura come reato di tortura e accoglie la tortura da parte di pubblico ufficiale solo come aggravante al comma 2. L’avvocato ci spiega che essendo un’aggravante questa può essere facilmente controbilanciata dalle attenuanti generiche di fatto portando alla condanna di un pubblico ufficiale equivalente a quella che subirebbe da un cittadino comune. Proprio nel 2021 due sentenze opposte si sono pronunciate su questo vulnus. Entrambi i casi trattano di pestaggi avvenuti in carcere perpetuati da diversi poliziotti. Nel primo caso, a Siena, il giudice ha ritenuto che la circostanza aggravante del comma 2 non fosse tale, bensì un reato autonomo, negando quindi la tesi degli avvocati difensori che speravano di ottenere un bilanciamento fra attenuanti ed aggravanti. Nel secondo caso invece, giudicato dal tribunale di Ferrara, la circostanza aggravante è stata accolta e gli imputati hanno beneficiato del bilanciamento.

Romano continua il suo intervento spiegando che la seconda criticità risiede nella pluralità di condotta. Fin dall’approvazione dell’articolo 613 bis infatti si temeva che la formulazione dello stesso potesse portare alla sua applicazione solo in casi in cui gli atti violenti e di tortura fossero stati reiterati nel tempo. Romano conferma però che finora la giurisprudenza ha dato ragione a coloro che speravano nella sua rilettura: emblematici a proposito sono il caso degli orfanelli in Puglia che per svariate notti hanno torturato un anziano portatore di disabilità e i fatti del carcere di Santa Maria Capua Vetere. Il giudice nel primo caso e soprattutto la Corte di Cassazione nel secondo hanno messo fine a questa diatriba confermando che si tratta di reato di tortura anche nel caso in cui questa si consumi in un unico contesto temporale.

L’ultimo punto negativo trattato dall’avvocato Romano è il più spinoso su cui purtroppo l’interpretazione della giurisprudenza non può agire. La formulazione della legge infatti dispone che la persona subente torture e violenze deve essere sotto custodia, vigilanza o cura della persona che esercita violenza oppure può essere applicata in situazioni di minorata difesa. Ciò significa che per torture e violenze perpetrate in una fase di pre arresto non è applicabile il reato di tortura. Ironico è il fatto che gli stessi reati della scuola Diaz e altri consumatisi durante il G8 di Genova, fatti che hanno portato la Corte Europea a dichiarare l’Italia mancante di una legge che giudicasse situazioni simili, non si configurerebbero come reati di tortura secondo l’attuale formulazione dell’articolo 613 bis. Romano conclude affermando che questo limite rimane, riconfermandosi un vulnus particolarmente grave di una normativa che non rispetta gli standard europei.

Rivolgendosi all’avvocato Cesare Antetomaso, Rossella Puca ricorda i 30 anni passati dall’inizio dello stragismo mafioso e si domanda se lo Stato in cui viviamo ancora reagisce alle emergenze solo ed esclusivamente attraverso l’apparato repressivo del diritto penale. Prendendo parola, Antetomaso riprende le spinte autoritarie e le controspinte garantiste che si sono susseguite in termini di ordinamento carcerario a partire dagli anni ’70. Dalla legge Zagari del 1975 alla sua parziale vanificazione durante gli anni di piombo, fino all’introduzione di misure alternative nel 1986, Antetomaso ci ricorda che nella costituzione si parla di pena, concetto molto ampio e sostanzialmente diverso dalla carcerazione. Si arriva così al 41 bis, articolo introdotto al fine di spezzare i legami comunicativi fra un mafioso ed i suoi associati. Il problema di questo articolo risiede nella sua strutturazione e sviluppo. Nato infatti come misura transitoria, nel 2002 diventa misura definitiva, riconfermata dall’intensificazione degli automatismi di applicazione nel 2009. Antetomaso ci fa notare l’evidente contrasto sia con la nostra costituzione sia con la Convenzione Europea sui diritti dell’uomo. Il 41 bis infatti nasce come misura preventiva, venendo di fatto applicata prima di una sentenza di colpevolezza. I dati dimostrano che molto spesso però a subire questa detenzione degradante sono individui giudicati poi innocenti. Nonostante la nostra stessa Corte Costituzionale ne abbia decretato la costituzionalità entro i limiti ben precisi di trattamenti che rispettino l’individuo in quanto essere umano, nel 2009 sono state aggiunte una serie di norme che ne hanno accentuato il lato afflittivo, afflittività che dovrebbe essere estranea alla legalità repubblicana. Ciò che manca, secondo l’avvocato, è proprio la controspinta dell’opinione pubblica che dovrebbe trattare ed interessarsi ai diritti dei detenuti comprendendo che l’effetto ottenuto con queste misure non è quello di spezzare i legami con l’esterno, ma di schiacciare la dignità dell’essere umano.

Rivolgendosi nuovamente a Claudia Pinelli, Rossella Puca le domanda se crede che possa esistere una speranza di verità o anche giustizia per coloro a cui hanno sottratto una voce e le cui famiglie non riescono a sobbarcarsi i costi di decenni di processi, avvocati e perizie. Pinelli sottolinea con convinzione l’importanza della solidarietà. Fa notare infatti come non esistano procedimenti automatici da parte delle istituzioni in casi di vittime nei luoghi di costrizione per mano di pubblico ufficiale. A proposito, cita nuovamente Franco Serrantini, il cui nome è conosciuto grazie all’avvocatessa Bianca Guinetti Serra che è riuscita a farsi riconoscere come parte legale a nome di Serrantini. Nonostante ciò però anche questo processo è finito in luogo a non procedere. ‘La solidarietà è fondamentale’ – ribadisce – ‘da solo non arrivi da nessuna parte’, proprio perché ciò che dovrebbe essere un atto dovuto, quale un processo giudiziario, deve essere conquistato e purtroppo non tutti possono o riescono ad affrontare i costi psicologici ed economici che ciò comporta. Molto spesso viene usato il tempo per far scemare l’indignazione e purtroppo poche storie riescono a conquistarsi la ribalta delle cronache: i morti nelle carceri sono per lo più sconosciuti e facilmente dimenticati. A questo poi si affianca la retorica del te lo sei andato a cercare, perché, d’altronde, qualcosa avrai fatto se eri in carcere, no?

‘In uno stato di diritto c’è chi si arroga il diritto di fermare la tua vita e non riconoscere ciò che è avvenuto’ dice Claudia Pinelli. È quindi necessario continuare a pretendere la responsabilità penale e personale. Il costo però per ottenerlo è alto non solo a livello economico ma anche psicologico come ricorda Pinelli, ripercorrendo i continui rimbalzi e affossamenti vissuti nel percorso per ottenere una verità giudiziaria per Giuseppe Pinelli che non è mai arrivata. Ricorda poi i 26 anni che ci sono voluti per riconoscere Peppino Impastato come vittima di mafia a causa dell’iniziale depistaggio dei carabinieri, sottolineando la matrice comune con il caso di suo padre e simili, quale la responsabilità dello Stato. Ed è proprio in tutti questi casi che la solidarietà diventa fondamentale per cercare di ottenere verità e giustizia.

Proseguendo nel dibattito, Rossella Puca sottolinea che alcuni abusi sono immediatamente percepibili, tuttavia una storia completamente diversa sono quegli abusi legalizzati attraverso diversi dispositivi normati come la sorveglianza speciale. Lascia quindi la parola all’avvocato Romano domandando come si possa superare la discrezionalità di tali dispositivi.

Romano inizia il suo intervento definendo queste misure di ‘finta prevenzione’ poiché sono combinate dalla questura con intento punitivo nei confronti dei militanti. Attingendo dalla sua esperienza con gli attivisti del Nord-Est ricorda un solo episodio in cui tale misura, nonostante l’applicazione non giustificata, sia stata usata in qualità di misura preventiva.  Nel 2017 in occasione di una manifestazione a Roma un gruppo di attivisti del Nord-Est aveva percorso il tragitto della manifestazione in programma per il giorno seguente e per questo era stato predisposto un allontanamento dalla capitale per un anno intero, provvedimento che è stato poi in seguito revocato dal giudice. L’avvocato spiega che da questo relativamente piccolo abuso si passa ad abusi più importanti come successo a Padova nel 2017. Diversi militanti in questa occasione si erano opposti ad una manifestazione organizzata da Forza Nuova e Fronte Skinhead, opposizione a cui sono seguiti, a riprova del carattere punitivo della misura, una serie di fogli di via. Sempre nel corso di quell’anno a Treviso si è tenuto un sit-in sotto la prefettura in protesta al trattamento dei migranti. Nuovamente sono seguiti una serie di fogli di via ingiustificati dalla biografia dei militanti e dal fatto che quest’ultimi stavano esercitato un loro diritto politico.  Romano spiega poi come si vincono i ricorsi in questi casi. L’iter di approvazione della sorveglianza passa attraverso la presentazione di un atto all’interno del quale sono ricomprese tutte le segnalazioni a carico del soggetto, anche quelle che non hanno mai avuto seguito processuale. Molte volte questo elenco viene pompato rifacendosi all’articolo 18 cioè alla partecipazione a manifestazioni, atto del tutto legale. Una volta arrivati davanti al giudice, analizzando le singole segnalazioni, si va a ridimensionare la pericolosità sociale del soggetto ottenendo così la revoca della sorveglianza.

Un’altra importante svolta in termini di misure ‘preventive’ è stata la sentenza De Tommaso/Italia emanata dalla Corte Europea per i diritti dell’uomo nel 2017 che ha stabilito che le norme vigenti in Italia in tema di prevenzione non sono in linea con quella che deve essere la possibilità di prevedere i propri comportamenti, bocciando la discrezionalità con cui tali misure vengono esercitate.  Di fatto la situazione non è ancora sotto controllo ma l’avvocato Romano si auspica che le norme provenienti dalla Corte Europea possano portare ad un cambiamento fattuale e soprattutto normativo anche in Italia.

Il dibattito si conclude con Cesare Antetomaso a cui Rossella Puca chiede un’analisi sulle prospettive future di reali e necessarie riforme dello spazio penale, che, sovente, passano anche attraverso azioni di massicce depenalizzazioni. ‘La via della depenalizzazione è una via che va ripresa’ afferma Antetomaso, spiegando che nel nostro paese ci portiamo enormi fardelli legislativi come la tutela penale del marchio per cui un individuo che viene colto a vendere oggetti palesemente taroccati subisce un inutile processo penale che ha come unica conseguenza il rallentamento o addirittura la prescrizione di processi più importanti. Diversi reati, alcuni ereditati dal ventennio fascista, dovrebbero essere depenalizzati, come la punizione dei promotori e organizzatori di manifestazioni definite non autorizzate che di fatto non esistono in Italia. Infatti ciò che viene richiesto è un preavviso, non un’autorizzazione essendo il diritto a manifestare appunto un diritto. Proprio dal punto di vista della garanzia del diritto di dissenso è necessario che un certo armamentario venga smantellato a partire proprio dalle misure di prevenzione. Nel nostro sistema però l’arma penale viene usata come ricatto e molto spesso la sua applicazione è sintomo di una falla nei principi su cui si basa.

Alcuni settori della magistratura iniziano a sostenere quanto detto finora, nota Antetomaso, ed è proprio con questi che è necessario dialogare per ottenere una legalità repubblicana. Purtroppo però è difficile far riconoscere a Roma le pronunce della Corte Europea a causa di un’arretratezza culturale che si manifesta nell’applicazione da parte di giudici italiani di norme stigmatizzate dalla Corte Europea stessa. Stefano Rodotà sosteneva che è dalla piena agibilità dei diritti individuali e sociali che si misura la qualità di una democrazia ed è proprio su questo che dovremmo reclamare che ognuno svolga il proprio ruolo. Antetomaso ritiene che la corte costituzionale e le magistrature dovrebbero avere meno timore di esprimere un sindacato di natura contromaggioritaria quando esiste un sentimento maggioritario che è anticostituzionale. Per questo fondamentale è riprendere la battaglia per la depenalizzazione ed integrare le normative europee alle nostre. Oltre a ciò pone l’accento sull’importanza dell’educazione civica nelle scuole che tocchi anche queste tematiche.

L’avvocato Antetomaso termina il suo intervento sostenendo l’importanza della candidatura a Presidente della Repubblica di una figura dallo spiccato spessore professionale ed umano, fondatore della Magistratura Democratica, quale Luigi Ferrajoli. ‘Al di là delle trecentomila divisioni che abbiamo su altri temi, la battaglia sui diritti dovrebbe vederci tutti uniti’ conclude Antetomaso.

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