Breve viaggio nel corpo vivo delle antinomie democratiche.

“Cittadinanza” di Étienne Balibar

di Eleonora de Majo

8 / 8 / 2012

A giugno è uscito “Cittadinanza”, un testo breve, audace e necessario, con cui il filosofo francese, Étienne Balibar prova a tracciare connessioni tra alcune delle problematiche più urgenti con le quali fa i conti il pensiero politico contemporaneo, ma con cui, inevitabilmente, si scontrano tutti i giorni le pratiche politiche e le sperimentazioni militanti. Il tentativo è quello di mettere in tensione l’annoso problema della cittadinanza, con una serie di temi e contesti che ad essa sono inevitabilmente interconnessi, e che si rivelano essere , seguendo il filo dell’analisi, lo sfondo necessario alla comprensione delle modificazioni profonde che hanno attraversato, soprattutto negli ultimi venti anni, la perimetrazione dell’essere cittadini, in particolar modo europei.

Il polo di tensione che accompagna la cittadinanza in tutta la storia del pensiero politico antico, moderno e contemporaneo, è chiaramente la democrazia, ed è dentro il campo di forze che si genera tra questi due poli- il cui rapporto non è naturale, ma sempre storicamente determinato- che cogliamo alcune delle questioni più interessanti per la nostra contemporaneità. A partire dalla definizione aristotelica di politeía come “costituzione di cittadinanza”, come sistema di rapporti immanenti ai cittadini che abitano una comunità, come quello spazio in cui esiste una reciprocità conflittuale tra la distribuzione del potere e l’amministrazione dello stesso; Balibar mostra innanzitutto che l’attestazione dell’estensione progressiva della forma politica nello Stato moderno, ha di fatti, durante tutta la modernità europea, atrofizzato quella formidabile reciprocità trasformativa. Oggi, investiti pienamente dalla crisi di questa forma politica, si palesa l’urgenza di uscire dalla cancrena che lo Stato, come forma differenziata di pacificazione dei conflitti, ha imposto a molte categorie politiche. Senza troppi giri di parole, Balibar ci parla vis-à-vis della necessità dei conflitti e degli antagonismi sociali, che permettono alla democrazia di tenere fede al suo statuto trasformativo e dinamico, di produrre costantemente nuove inclusioni- frutto di dure battaglie-, nuovi diritti. La tradizione liberale ci ha imposto un fraintendimento epistemologico, che si traduce immediatamente sul piano politico: il conflitto, gli interessi di classe, l’emergere di parzialità che giocano e hanno giocato partite difficilissime per strappare fette di sovranità al potere, sono state sostituite con il pluralismo. La democrazia liberale ha ritenuto nelle sue fasi auree, e ritiene ancora oggi che vive una crisi irreversibile con altrettanta sferzante arroganza, che le differenze nel corpo sociale siano necessarie alla vita democratica se e soltanto se esse si mantengono “educatamente”, nell’ambito della razionalità politica, in modo che l’arbiter finale di ogni dissapore sia sempre lo Stato. E’ evidente piuttosto l’aporia insolubile che esiste tra razionalità e conflitto, un’aporia che ci restituiscono le storia della lotta di classe e dei movimenti di liberazione, un’aporia che non può essere risolta dallo Stato che è inevitabilmente una delle parti in gioco, una forza, tra le forze che confliggono. Una democrazia non conflittuale, dove i poteri insurrezionali e costituenti sono marginalizzati, almeno fino a quando il “genio neoliberale” non riesce a trovare uno sbocco di sfruttamento degli stessi, è una democrazia che non produce nuova cittadinanza, e che in un quadro di assoluta stasis, sperimenta soltanto tecniche governamentali di controllo e di spostamento del piano della rivendicazione verso una soglia sempre più bassa. Il neoliberalismo da questo punto di vista è un terreno di sperimentazione particolarissimo: lo Stato pare lavarsi definitivamente le mani della sfera riproduttiva dei soggetti che ne abitano il territorio. I diritti, le tutele minime, i servizi, sono delegati ad attori privati o comunque alla “libera” disponibilità del cittadino all’indebitamento, che qualcuno definisce audacemente “capacità imprenditoriale”. Questa solitudine del soggetto nell’accaparramento di diritti, produce una nuova cartografia della cittadinanza, anche nei paesi europei, a nord come a sud. Questa cartografia evidenzia zone a più “alta” cittadinanza e zone grigie che possiamo definire “a cittadinanza relativa”, zone in cui vediamo agire soggetti che da un punto di vista guiridico-formale sono cittadini di quello Stato-nazione, ma che sono di fatti resi impotenti dalle restrizioni che derivano dalle forme i esclusione di una società che ha messo sul mercato ogni forma di garanzia. L’impossibilità di accesso ai servizi, all’istruzione, alla sanità, la disoccupazione diventano oggi i veri indicatori di deficit di cittadinanza e ci mostrano in modo inequivocabile quanto l’altissimo potenziale conflittuale e sottrattivo di queste zone grigie, di queste enormi banlieue sociali, non sia sintetizzabile in alcuna razionalità politica, e soprattutto strabordi completamente quell’angusta categoria di società civile, che qualcuno ancora oggi, continua ad invocate come attrice di un futuribile processo di ri-democratizzazione della democrazia. Anche su questo Balibar, facendo probabilmente tesoro della recente lezione degli studi post-coloniali, ci mostra come la società civile non può essere la spinta attiva della futura politeía perché essa stessa è piena di forze non democratiche, o comunque assolutamente disinteressate a quel processo di costituzione di nuova cittadinanza, che prevede realisticamente una cessione di privilegi da parte dei dominanti, che spesso sono presenti in grandi forze, più o meno occultati, tra le file della società civile.

Il campo di azione che distingue inequivocabilmente un punto di vista tutto concentrato sul nesso tra cittadinanza-lavoro e libertà, a trazione tutta maschile e di tradizione borghese, da un punto di vista realmente dirompente sul terreno dei rapporti di forza, è la spinta a quella che il filosofo definisce come egalibertà, intendendo la libertà sostanziale e l’uguaglianza come due facce dello stesso potere costituente, che si accomoda immediatamente su un terreno insurrezionale per spostare l’asse dei privilegi o per conquistare sovranità.

Le vie d’uscita tracciate dall’autore sono riassunte in alcune proposizioni finali, che provano a tirare le fila di una ragionamento di cui qui abbiamo dato solo qualche breve spunto e che però necessità di essere approfondito, soprattutto, lo ripetiamo, perché la conquista di nuovi spazi di cittadinanza, al cospetto della crisi delle democrazie europee, è un tema che deve interrogare profondamente gli attivisti, le attiviste, e chiunque viva questo tempo cercando protagonismo, e provando a innestare processi insurrezionali su scala più o meno larga.

Democratizzare la democrazia, ci dice Balibar. Attuare pratiche che interrompano la continuità istituzionale per far emergere un potere inventivo e non conservativo delle pluralità sociali. Provare a dare luogo a “rapporti non mercantili, non residuali o compensatori(come la nuova beneficenza neoliberale) ma espansivi”, e noi aggiungiamo riproduttivi. Inserire nella problematica della cittadinanza una forte critica ai rapporti capitalisti, anche al loro divenire-autoritario nella crisi, facendo passare questa critica da “scopo” a “forza motrice”, interrompendo ogni teleologia rivoluzionaria, ma utilizzando lo staus quo per muovere contro-narrazioni significative. Mettere in campo processi positivi di trasformazione, e non momenti negativi di resistenza, e lì dove pare esserci spazio solo per la resistenza, rintracciare l’invenzione e la positività dentro il dispiegarsi delle pratiche e dell’investimento collettivo. La crisi dell’eurozona è un buon esempio di come, fuori da previsioni apocalittiche e catastrofistiche, si può utilizzare un’urgenza negativa per mettere in campo atti di cittadinanza trasformativi ed espansivi. Espandere i processi di soggettivazione, far prevalere quella potenza insita nella differenza etimologica e non solo, che c’è tra i due termini civis e polis, e dunque quella necessaria spinta a che non sia il tutto a determinare le sorti delle parti ma le parti in relazione tra loro a determinare la loro stessa forma complessiva, il tutto che le tiene insieme . Democratizzare la democrazia, in ultima analisi , per mettere in campo un’attività plurale e insurrezionale, che si svolge su scene diverse, non automaticamente compatibili, non immediatamente comprensibili, che agiscono in opposizione alle garanzie costituzionali.

Questa oggi è l’unica modalità attiva di cittadinanza che ci convince.

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