"Decolonize this place". Il report del dibattito

Lunedì 10 giugno 2019 allo Sherwood Festival

15 / 6 / 2019

Lunedì 10 giugno 2019 si è tenuto il primo dibattito dello Sherwood festival 2019, dal titolo Decolonize this place. Sguardi, parole e pratiche transfemministe, dedicato alle pratiche decoloniali che i movimenti transfemministi hanno messo in campo negli ultimi mesi.

Sherwood Festival 2019

 Ospiti della serata Selam Tesfai(Attivista di Non una di meno Milano), Wissal Houbabi(Slammer, perfomer e attivista di Non una di meno) e Mackda Ghebremariam Tesfaù (dottoranda di ricerca in sociologia e membro del gruppo InteRGRace). A coordinare la discussione è Gaia Righetto del CSO Django di Treviso (guarda il video integrale del dibattito).

L’azione di Non una di meno Milano contro la statua di Indro Montanelli e la lettera che un gruppo di Donne nere italiane ha inviato al settimanale del Corriere della sera Style, commentando un’immagine apparsa nella copertina di quella stessa rivista in cui il sindaco di Milano Giuseppe Sala era ritratto insieme a due bambin*, uno bianco, al suo fianco, e una nera, aggrappata ai suoi piedi, sono gli spunti da cui nasce questo dibattito. Questi due episodi, infatti, indicano la necessità di una riflessione sulle pratiche, intese come il frutto di una discussione continua che richiede un’interrogazione del vissuto tanto individuale quanto collettivo, con l’obiettivo di comprendere in che modo la messa in discussione di ciascun* permetta pensare nuove lotte e alleanze tra soggetti.

Il titolo scelto rimanda al collettivo newyorkese Decolonize this place, in cui le lotte di indigeni e afroamericani si legano a quelle del popolo palestinese, con riferimento al tema della gentrification, e che si interroga sul ruolo dei luoghi in cui la cultura viene prodotta e fruita, con l’obiettivo di svelare il passato schiavista e coloniale americano.  Al centro del dibattito, quindi, c’è stato tanto il tema dell’intersezionalità, come lente che ci permette di comprendere le molteplici linee di oppressione e sfruttamento che ci attraversano, quanto la necessità di affrontare questi temi partendo da noi, come il femminismo insegna, dal riconoscimento dei nostri privilegi.

Selam, attivista di Non una di Meno Milano e del centro sociale Cantiere, racconta il percorso che ha portato all’azione svolta sulla statua di Indro Montanelli durante lo sciopero globale dell’8 marzo di quest’anno: la statua di quello che è considerato il “padre del giornalismo italiano”, infatti, è stata collocata nel 2006 a Porta Venezia, un quartiere in cui vivono, dagli anni ’60, le comunità di etiopi ed eritree e che è anche il punto di riferimento della comunità LGBT milanese. Per chi abita quei quartieri, ci spiega Selam, la presenza di quella statua è una violenza: Montanelli rappresenta un passato che non vuole di fare i conti con sé stesso e un presente che cancella la storia meticcia di quel quartiere e le responsabilità legate al passato coloniale italiano. Grande lo stupore di fronte all’immediata reazione della stampa nazionale, che si è tradotta nel tentativo di criminalizzare l’azione di Non una di meno – Milano, silenziandone il vero significato: i giornalisti, che si sentono colpiti da questo gesto, riproducono una storia fatta di silenzi e rimozioni, omettendo il fatto che Montanelli dichiarasse orgogliosamente di essere stato un giovane fascista, un conquistatore dell’Africa orientale, oltre ad essere un pedofilo che ha agito come tale. In conclusione, dice Selam, dobbiamo sforzarci di parlare di tutto questo nelle assemblee, imparando ad abbandonare i nostri privilegi davanti a chi non lo può fare: è questa la base per pensare nuove pratiche e nuove lotte, uscendo dalle contingenze che dettano le agende dei movimenti e tessendo legami con le persone che ci stanno intorno.

A Wissal, slammer, performer e attivista di Non una di meno Trieste, è stato chiesto di approfondire il ruolo del linguaggio, la sua capacità di svelamento quando a prendere parola è chi solitamente non ce l’ha.

Sherwood Festival 2019

Wissal, sollecitata da questi spunti, ha raccontato come la musica, nello specifico il rap afroamericano e italiano, sia stato per lei un canale di avvicinamento alla lotta politica, ma prima ancora uno strumento per superare il senso di colpa e di estraneità per la propria condizione di figlia di migranti, nera e povera. Se è il linguaggio a far sentire fuori luogo e stranier*, creando confini immateriali che giustificano quelli che materialmente attraversano le nostre società, il linguaggio stesso permette di ribaltare la prospettiva, di conoscere parole che mettono l’altro nel ruolo dell’oppressore. In un percorso che va dal rap ad Angela Davis poi a Malcom X e che arriva all’attivismo, Wissal ci ha raccontato quanto le parole possano essere violente: l’espressione “permesso di soggiorno”, ad esempio, veicola un messaggio altrettanto violento a chi vive e vuole vivere in un paese che ha sempre pensato come il proprio e di cui si entra a fare parte ufficialmente quando gli si giura fedeltà.

Alla luce di tutto questo, l’intersezionalità in Italia e nel percorso di Non una di meno diventa uno sguardo complessivo sul mondo, che impone di ricordarsi quanto il linguaggio possa creare corto-circuiti che mettono lo stato delle cose a nostro favore: per questo serve una cura del linguaggio che usiamo, che è anche una cura nei confronti della persona che si ha davanti.

A una domanda dal pubblico sul rischio di appropriazione culturale, Wissal risponde facendo riferimento alla scena rap meticcia che si sta espandendo in Italia. Il meticciato del linguaggio richiama la contro-lingua inventata dagli schiavi nelle piantagioni come strumento di liberazione: in entrambi i casi assistiamo ad un uso della lingua che impedisce l’assimilazione, perché non risponde ai suoi canoni ed eccede qualsiasi possibilità di ricomprendere i soggetti in una norma specifica. Su questo stesso tema Wissal ricorda altri due elementi: il primo è legato all’esperienza del movimento transfemminista, che deve evitare di trasformarsi in un privilegio da intellettuali prescindendo dall’attivismo; il secondo elemento è legato alla questione del sessismo dei movimenti, che spesso viene risolto solo a parole, senza che si affronti un percorso collettivo di autocoscienza, come, invece, la pratica femminista insegna.

A concludere il dibattito con un inquadramento teorico su razzismo, colonialismo e intersezionalità è Mackda, dottoranda presso il dipartimento di sociologia dell’Università di Padova. Nel suo intervento, che si apre con un chiarimento sul suo posizionamento teorico, chiarisce il nesso tra capitalismo e colonialismo, il ruolo del razzismo nella società italiana attuale e l’importanza di vedere nell’intersezionalità uno strumento che ci pone dei problemi più che darci delle risposte. I punti cardine del ragionamento sono tre: ilcapitalismo è razziale dalle sue origini; il colonialismo è un momento della costruzione del capitalismo; e, infine, il colonialismo italiano inizia prima del fascismo, con la scoperta dell’America e con la tratta di schiavi e lo sfruttamento risorse nelle Americhe, in India e nel Sud Est asiatico.

Sherwood Festival 2019

Non conosciamo, dice Mackda, forme di capitalismo che non si basino sulla gerarchizzazione lungo le linee del colore: lo Stato nazione nella sua origine imperiale si basa sul binarismo noi-loro che non ha solo ha che fare con piano simbolico e culturale, ma è materiale e plasma la nostra società. Limitare al ventennio fascista l’analisi della nascita del razzismo, quindi, è rischioso, perché lo cancella nelle sue manifestazioni singole, come è avvenuto con la narrazione dell’omicidio di Firenze. A rinforzare questa cancellazione è l’idea che non possa esistere razzismo nel 2019: a questo si deve rispondere ricordando che il razzismo è un fenomeno strutturale che plasma gli equilibri sociali. Alla luce del panorama politico e sociale in cui viviamo, Mackda sostiene che sia necessario ripensare le prassi politiche con categorie nuove, andando oltre le istanze di classe, che tendono a vedere razzismo e genere come dimensioni non strutturali, quali sono, ma sovra-strutturali.

In questo senso, l’intresezionalità è di aiuto, perché ci permettere di capire come le linee di oppressione si intessono nel punto specifico dell’oppressione e come il fare politico di ciascun* parte da questo posizionamento: l’intersezionalità è, quindi, un modo di interrogarsi su dove si è e si va, ma solo a patto che non diventi, come è accaduto, un sinonimo di trasversalità delle lotte. La tre giorni di Verona città transfemminista è stata un esempio di come la lotta al patriarcato e quella antirazzista possono creare alleanze a partire dai posizionamenti delle persone che la organizzano e ha dimostrato la necessità di rendersi conto che questi posizionamenti, per quanto diversi, ci collocano tutt* sulla stessa barca.

A seguito di una domanda ulteriore, sempre relativa al rischio di appropriazione culturale, Mackda insiste sulla possibilità di aggirare questo rischio ponendo la materialità al centro delle lotte, senza che le battaglie vengano assimilate e rese sterili all’interno di dibattiti teorici; altrettanto utile, in questo senso, è cercare di mettere l’accento su questioni che spesso rimangono in sottofondo quando si parla di appropriazione culturale, come l’elemento del profitto che spesso l’accompagna.

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