"Ecologia, sindemia, diseguaglianze": il report del dibattito a Sherwood Festival

8 / 7 / 2021

Il dibattito andato in scena giovedì 1 luglio a Sherwood Festival aveva come titolo “Ecologia, sindemia, disuguaglianze” e ha trattato i temi portanti dell’ultimo anno con due attiviste/i di Ecologia Politica Bologna, Gennaro Avallone, dell’Università di Salerno, e Pietro e Michele del Collettivo Epidemia. Si è discusso di ecologia, di ambiente, di come l’intervento su di esso abbia determinato quella condizione che abbiamo imparato a definire come una crisi sindemica. Si è inoltre analizzato insieme agli ospiti presenti le disuguaglianze che hanno da un lato reso possibile lo svilupparsi della sindemia, e dall’altro che sono state determinate da questa.

La discussione è iniziata con due ospiti da Bologna, Isabella e Giovanni di Until the Revolution, un collettivo di Ecologia Politica Bologna. Con loro si è discusso di un progetto editoriale che ha visto la luce quest’ultimo anno, un volume intitolato “Dialoghi sulla pandemia” edito da Red Star Press e pubblicato a giugno del 2021. Un volume che raccoglie i contributi di numerosissimi gruppi di Ecologia Politica da tutta la penisola che sono stati prodotti proprio durante la prima ondata.

Anna Clara: Prima di entrare nel merito dei contributi e di quello che è stato il sapere condiviso che le discussioni hanno messo a punto vorrei chiedere una breve introduzione di che cosa sia effettivamente questa rete di collettivi di Ecologia Politica, quali siano le parole e gli argomenti chiave, come sia nata e come stia crescendo, che prospettive ha?

Isabella: La rete di Ecologia Politica è una rete di collettivi di critica dell’ecologia politica che sono nati in Italia in momenti diversi, ne nascono tuttora, prima della pandemia per cercare di relazionarsi con i grandi movimenti per la giustizia climatica che nel 2019 hanno portato nelle piazze di tutto il mondo centinaia di migliaia di persone, di giovanissimi che ci hanno dato l’opportunità di guardare di nuovo alla questione dell’ecologia politica e della giustizia climatica e hanno cercato di comunicare insieme, per riuscire a radicalizzare i discorsi che erano stati portati alla ribalta con Fridays For Future o Extinction Rebellion.

Abbiamo pensato che ci fosse in Italia la necessità di legare un sapere critico e accademico con quelle che erano le lotte territoriali di comitati ambientalisti presenti già da tempo, cercando con essi una contaminazione. Per questo qualche mese prima dello scoppio della pandemia ci si è trovate in presenza a Granara durante un incontro assembleare durante il quale si è cercato di gettare le basi di quello che voleva essere il percorso di Ecologia Politica. I movimenti ci hanno dato l’opportunità di approfondire il tema dell’ecologia politica e di legarlo a tutte le altre questioni che nel libro vengono approfondite. Si tratta di discorsi che legano la giustizia climatica alla giustizia sociale, che poi hanno preso vita e protagonismo all’interno delle pagine di questo libro.

A.C.: Grazie Isa per questa prima panoramica. Il sottotitolo del volume è “crisi, riproduzioni, lotte” proprio perché abbraccia e attraversa una serie di prospettive diverse; c’è ad esempio un contributo sulle conseguenze dell’occupazione militare in Sardegna. Ma si parla anche di biodiversità e di cura, che è diventato un po’ un leit motiv, che a fronte di una crisi sanitaria del genere diventa uno dei cardini del nostro pensiero ed agire politico. Adesso vorrei chiedere a Giovanni, al di là di una breve disamina di quelli che sono i lavori raccolti nel volume, quali sono le prospettive che il libro apre al di là della situazione che abbiamo vissuto e pensando a quello che andremo a vivere, che qualcuno ha già definito come Era delle pandemie?

Giovanni: Siamo partite dalla necessità, durante la quarantena, di rompere l’isolamento nel quale ci siamo ritrovate/i costrette/i. Un isolamento che, come abbiamo tematizzato sin da subito, non è stato casuale o per cui la colpa debba ricadere su di noi singoli. Anche da questo infatti parte una riflessione all’interno dell’introduzione, su quello che è l’asse neoliberista, cioè di additare sempre alle singole la colpa di ciò che succede nascondendo le vere responsabilità delle crisi che ci ritroviamo a vivere. Lo abbiamo visto perfettamente, ed è stato espresso a gran voce dalle lotte per la giustizia climatica e sociale, il fatto che le crisi ambientali in atto non sono causate dal fatto che una singola persona faccia la raccolta differenziata nella maniera sbagliata.

Il motivo per cui ci ritroviamo con il pianeta al collasso non nasce da comportamenti individuali, ma da un sistema di sviluppo e di responsabilità indicati da grandi mostri devastatori come ad esempio Eni. Abbiamo deciso quindi di dare una narrazione opposta a quella mainstream, costruendo una serie di seminari che si sono dati online e che poi abbiamo deciso di raccogliere e trascrivere nel libro.

Vedevamo che mancava un punto di vista complessivo sulla questione e si cercava dividere la discussione in dicotomie che noi combattiamo, che mettevano da parte i problemi giustizia climatica. Noi sappiamo invece che la questione sociale, ambientale e sanitaria non sono questioni separate, ma fanno parte di un problema sistemico.

Un’altra esigenza sentita come rete era quella di non scindere i piani relativi alla questione sociale, economica e di disuguaglianze, ma far vedere come tutti i fattori che riguardano i modelli di sviluppo che dominano questo pianeta sono correlati fra loro e determinano le crisi che continuiamo a vivere e che ricadono sule fasce più deboli della popolazione. Quello che siamo andate/i ad analizzare con i contributi è proprio come questo sistema basi la propria riproduzione sul continuo generarsi di crisi ed è perfettamente preparato a queste e, anzi, proprio su queste vengono basati gli investimenti e le modalità in cui il capitale si può rafforzare e in cui poi vengono rafforzate le disuguaglianze sociali e le linee di dominio che imperano su questo pianeta.

Queste sono anche in parte alcune delle prospettive che volevamo dare con il libro, che con estrema modestia vuole essere un contributo per cercare di dare un fuoco in più alla costruzione delle lotte, che queste siano trasversali e che riescano a vedere i problemi totalizzanti e sistemici e che - ognuna con le proprie specificità- vadano ad individuare come nemico il sistema tutto. I contributi per questo sono eterogenei e toccano varie tematiche che spaziano dal lavoro di cura a tutte nel rivendicazioni e gli insegnamenti delle lotte transfemministe, alle questioni sociali del reddito e della riproduzione, alla devastazione ambientale.

Crediamo che l’ecologia non sia legata solamente alla difesa delle forme di vita, ma che sia qualcosa che non guardi le questioni come compartimenti stagni.

A.C.: Grazie mille per averci raccontato il lavoro straordinario che è stato dietro alla creazione di questo volume. Passo al nostro prossimo ospite, Gennaro Avallone, professore dell’Università di Salerno. Il concetto di sindemia mette in relazione i fattori sanitari, sociali ed economici che in realtà preesistevano allo scoppio della pandemia da Covid. È necessario partire da questo concetto per arrivare ad analizzare come l’esistenza, la riproduzione e l’aggravamento delle disuguaglianze sia una condizione che facilita da un lato il verificarsi di una sindemia, e dall’altro come questa si configuri come un fattore che va ad aumentare in prospettiva le disuguaglianze.

Quali sono quindi le differenze delle disuguaglianze prima e dopo la pandemia? Vorrei anche chiederti un ragionamento sulle battaglie sociali da un punto di vista storico: quando parliamo di sovrapposizione di condizioni di nocività, diritto alla salute, diritto al welfare e a un giusto reddito, in realtà non stiamo parlando delle lotte e delle rivendicazioni che abbiamo visto aumentare nell’ultimo anno, ma pensiamo a una lunga storia di battaglie.

Gennaro Avallone: Nella giornata di ieri, il corpo di Adil, operaio della logistica morto durante un picchetto a Novara, è tornato presso il Paese da cui proveniva. Cosa c’entra con l’ecologia politica? C’entra perché la lotta dei facchini è una lotta per guadagnare un salario più alto, e quindi la possibilità di avere maggiori e migliori condizioni di lavoro. Quanto più la precarietà lavorativa aumenta, tanto più difficile è rivendicare la salute all’interno dei posti di lavoro. E più complessivamente, quanto più la precarietà aumenta, tanto più è difficile per le persone trovare il tempo di organizzarsi all’interno dei territori per migliorare le condizioni ambientali, di vita per ridurre le nocività che ci sono nei territori in cui vivono.

Allora c’è un nesso molto stretto tra precarizzazione e sfruttamento del lavoro, ricatto sulla vita quotidiana. Perché per organizzarsi ci vuole la testa e bisogna metterci il cuore, il corpo, ci vuole il tempo e il tempo è sempre più ridotto dai processi di precarizzazione del lavoro. Il nesso è strettissimo fra le condizioni lavorative non solo del lavoro salariato ma anche del lavoro autonomo e la possibilità concreta di lotta alle nocività.

Questa è una prima questione fondamentale che non è maturata oggi, ma viene da lontano. Noi possiamo dire che le prime lotte che si inseriscono nella storia dell’ecologia politica sono le lotte degli schiavi per liberarsi dalla condizioni di schiavitù, quindi stiamo parlando di secoli fa, ma per venire a un orizzonte storicamente più vicino a noi, Marghera ha una storia nella storia del conflitto operaio ma anche dell’elaborazione politica italiana. Alla fine degli anni ’60 iniziano le lotte contro la nocività sul lavoro, lo slogan era semplice: “non si scambia salario con nocività” perché fino a quel momento, nelle fabbriche chi lavorava nei reparti più nocivi aveva diritto a guadagnare leggermente di più. Ad un certo punto le persone cominciano ad ammalarsi sempre di più, anche giovani, e quindi si organizzano per tutelare quella che noi oggi chiamiamo la vita, il vivente.

E questo è avvenuto in tante altre parti del mondo e continua ad avvenire anche fuori dall’Europa, e quindi veniamo alla terza questione che volevo evidenziare: la pandemia non è finita. Il libro è stato scritto dentro la pandemia, alcune parti parlano di post-covid, ma noi siamo pienamente all’interno della pandemia. Certo, se noi guardiamo il mondo, dai dati delle singole agenzie di stampa, allora sembra che avendo poche persone nella terapia intensiva (per fortuna) in Italia la pandemia sia finita.

Nel mondo invece purtroppo, proprio perché la diffusione del virus è stata globale ed accelerata, siamo pienamente all’interno della pandemia. La retorica istituzionale del G7,G8 e G20 è quella di dire che siamo fuori dalla pandemia perché bisogna riavviare l’accumulazione. Questo è il problema. Noi non abbiamo mai bloccato il processo di accumulazione anche quando siamo stati a casa. A casa c’è stata una parte della popolazione, ma i facchini della logistica, le commesse, i braccianti, non sono stati a casa. Teniamo presente addirittura che i braccianti sono stati considerati dall’UE lavoratori essenziali alla stessa stregua degli infermieri e dei dottori ed è stata quindi consentita loro la mobilità all’interno di Schengen e dell’Ue. Perché bisognava garantire i braccianti e i lavoratori all’interno degli allevamenti intensivi alle economie centrali dell’Ue, quindi quella spagnola, italiana, francese e tedesca. Quindi sono arrivati i braccianti e i lavoratori nei grandi macelli di maiali in particolare in Germania soprattutto dalla Romania.

Questo per dire che la centralità è stata e continua ad essere la riproduzione dell’economia della società e dei rapporti di forza per come la conosciamo. Tant’è vero che in Italia non si pone il problema della redistribuzione della ricchezza, ma di quando si può licenziare. Licenziare vuol dire che verranno assunti lavoratori con contratti peggiori di quelli che ci sono ora. Questo è all’interno anche del nostro libro, dove si dice che il metodo dell’ecologia politica cerca di tenere insieme diverse diseguaglianze e processi. Il processo fondamentale è quello della sindemia, cioè mettere insieme diversi processi che, a partire da una patologia, intensificano altre patologie ( si pensi al rapporto fra Covid e persone anziane, o con persone maggiormente malate) e impattano i sistemi sanitari in maniera particolari e sui sistemi del lavoro in maniera specifica, cioè sulle diseguaglianze. Per finire, il libro dice che siamo dentro a una sindemia, non semplicemente una pandemia, ed è chiaro che la via d’uscita è aggredire i fattori che hanno prodotto e che riproducono la sindemia. Fra questi c’è la messa in discussione delle disuguaglianze, dei sistemi sanitari abbattuti, ridotti o inesistenti, privatizzati in molti Paesi. quindi, la messa in discussione delle diseguaglianze a partire dalle diseguaglianze all’interno del lavoro. Il nesso lavoro-ecologia è fondamentale per capire anche le prospettive alternative alla transizione ecologica che, invece, i gruppi dominanti ci propongono.

A.C.: Grazie Gennaro per il tuo contributo. Mi viene da fare un breve inciso. Molte delle cose che hai detto mi sono sembrate collegate ai temi che stiamo andando a costruire verso la mobilitazione che ci sarà il 9-10 luglio a Venezia contro il G20 su economia e finanza. Una mobilitazione che non verrà attraversata da quei movimenti che fanno delle lotte per il reddito il cuore del proprio discorso, ma che verrà attraversata da movimenti transfemministi, per la giustizia climatica, dal sindacalismo di base e molto altro proprio per andare a definire ancora una volta come il processo di finanziarizzazione della vita impieghi ed implichi qualunque aspetto della vita, la sfera non solo produttiva di cui ci hai parlato ma anche quella riproduttiva e l’estrazione di valore anche dalla natura a buon mercato. Il concetto di questa economia, messa a profitto che incentra il valore della crescita e il suo pregio su un elemento molto numerico che è il PIL e non mette invece al centro di essa quello che dovrebbe essere il benessere delle comunità e delle popolazioni che abitano questo pianeta, insieme al resto della biosfera. 

Ed è un su questa linea che vorrei presentare i prossimi ospiti che sono Michele e Pietro del collettivo Epidemia a cui vorrei chiedere, dopo una discussione molto lunga che ha messo in evidenza tante contraddizioni che abbiamo vissuto, quali possono essere degli elementi di alternativa per costituire e per attraversare un’alternativa, se esistono delle esperienze per uscire da questa logica di una forma anche di socialità che deve essere sempre all’insegna delle logiche del profitto e della produzione? nel piccolo questo Festival vuole costruirsi come questa alternativa, è un’esperienza limitata di un mese, però ecco mi chiedo se dal vostro punto di vista abbiate da qualcosa da condividere.

Pietro Coll. Epidemia: Grazie Annaclara. Per quello che riguarda la costruzione di alternative, come dicono gli Zapatisti a “costruire un’alternativa alla distruzione”, mi aggancio a quello che diceva Giovanni prima, cioè di rompere l’isolamento come linea guida del progetto dei collettivi di ecologia politica, dei seminari durante la pandemia, per cui vi ringrazio.

Rompere l’isolamento vuol dire, nelle nostre pratiche, di costituirsi nei collettivi e nelle reti, organizzando un Festival o degli incontri di discussione, di sciopero, di lotta; può voler dire riorganizzare le condizioni materiali come diceva prima Gennaro, concrete del quotidiano, quelle che in tanti chiamano infrastrutture come spazi di esistenza, sulle quali scorre l’esistenza. Nella costruzione di alternative, vie di fuga, di pratiche di riappropriazione, quella che considero importante è proprio il termine delle infrastrutture.

Noi abbiamo spesso parlato nel lavoro del collettivo Epidemia di agro-ecologia. Innanzitutto già nel costituirsi come collettivo e attivando delle forme di cura si rompe l’isolamento. Rompere l’isolamento avviene anche a molti altri livelli, anche fra società ed ecologia, fra lotte per la giustizia sociale e climatica. L’agroecologia si pone in maniera forte rispetto a questo. Noi abbiamo osservato come convergano diversi percorsi di lotta e rivendicazione, di riappropriazione dei corpi e del vivente, le lotte transfemministe, antispeciste e contro la devastazione dei territori, in un campo di lotta che nell’agroecologia ha al centro la riproduzione delle comunità, l’approvvigionarsi di cibo genuino, che è un discorso che abbiamo ritrovato anche durante la pandemia. Abbiamo visto come i braccianti venivano considerati lavoratori essenziali per portare avanti l’agro-industria e l’approvvigionamento di cibo industriale per le città, per i supermercati, mentre veniva imposta la chiusura dei mercati contadini, provocando difficoltà ai piccoli produttori e all’agricoltura di prossimità.

L’agro-ecologia diventa un ottimo modo di capire che cosa può essere un movimento “più che sociale” di carattere per esempio antischiavista/abolizionista, per me l’agroecologia è abolizionista nel senso che rivendica un ruolo diverso del bracciantato che troppo spesso è costituito da corpi razzializzati, ma anche il carattere estrattivo della relazione che l’uomo pensa di intrattenere con la natura e quindi con il non-umano. Rompere l’isolamento vuol dire in questo senso riorganizzare e sperimentare.

A.C.: Diverse cose mi hanno incuriosita: il concetto di agricoltura di prossimità per primo, a fronte proprio dell’anno che abbiamo appena passato e ripensando all’esigenza di una sanità pubblica di prossimità, di queste strutture effettivamente molto più parcellizzate e territoriali che abbiano un immediato riscontro sulle comunità a cui si rivolgono. Chiederei a Michele se ha da aggiungere altro su questo e aggiungo una domanda: se pensiamo alle recentissime politiche economiche e alle dichiarazioni di volontà di elargire questi fondi straordinari a patto che siano investiti in progetti “green”, questa incredibile capacità che il capitalismo ha di riformarsi e rimodellarsi e riadattarsi, mi chiedo se esiste una tendenza di questo tipo legata all’agroecologia, se quindi oltre alle esigenze più genuinamente locali, dal basso, come sono state definite finora, esista un tentativo del capitale di riappropriarsi di questi meccanismi e, se sì, in che modo si istituiscono ed impattano?

Michele: Ci hai dato un compito molto difficile, non mi azzarderei a dire che noi siamo qua ad indicare un’alternativa che abbiamo chiara, sicuramente sentiamo che l’agroecologia riesca a declinare un sapere che non è per il progresso di una conoscenza progressiva e cumulativa, e declina insieme al sapere una pratica di movimento che era un po’ quella che citava Pietro prima, di riorganizzazione materiale della vita e della vita delle comunità, e anche delle pratiche. In questo caso parliamo in particolare di pratiche agrigole, però mi viene anche da dire che non tutti quelli che fanno parte del nostro movimento devono per forza essere dei coltivatori.

In Italia credo che la parola Agroecologia sia stata declinata da queste forme di movimento che abitano la nostra penisola, ed ha questo valore di rottura rispetto a quello che già sta facendo, soprattutto rispetto al cibo, il capitalismo “green” italiano. Il cibo è un brand di grandissimi guadagni per il capitalismo italiano, già ha messo delle buone basi per riprodursi anche in questo senso. In altri luoghi, ad esempio nel Mar di Plàstico in Spagna, in Elegido che è un paese all’interno di questo paesaggio rappresentato da distese di serre, che sono talmente visibili che sono rilevate anche dai satelliti, e a un certo punto si vede un cartello in cui c’è scritto: “Agroecologia a 150 metri”. Questa cosa la racconto spesso perché è indicativa per dire che l’agroecologia non poteva essere a 150 metri, ma in quel caso indicava esclusivamente un tipo di agricoltura, biologica, o comunque senza utilizzo di fitofarmaci. Qua sta un grande scarto che ci riporta al discorso di Gennaro: l’agroecologia parla molto dell’organizzazione dell’umano, dietro la produzione e l’approvvigionamento agricolo, e anche per la riproduzione e quindi anche come noi creiamo delle infrastrutture sociali che noi costruiamo per garantire queste cose.

Tutto il discorso sul ritorno alla Terra viene continuamente significato da realtà esterne che vogliono dire cosa devi fare e come lo devi fare, come essere agricoltore, infatti la nostra lotta è proprio all’interno di questo discorso, in un paesaggio diversamente denso. Con la pandemia abbiamo iniziato a ragionare sulla densità e su come la città era diventata un luogo pericoloso, da che le campagne sono sempre state piene di mostri, di lupi e fantasmi, a un certo punto questi si riversavano sulla città mentre la campagna era diventata un posto idilliaco dove pochi fortunati stava. 

Da là la riflessione su come si stia creando questo scarto, diventando l’alta densità sintomo di presenza di cose mostruose, che possono essere virus invisibili o il ritorno di animali ferali nelle città. Noi ci chiamiamo Collettivo “Epidemia” perché abbiamo studiato la Xylella, ben prima della pandemia abbiamo trovato nel discorso epidemico un’angolatura molto interessante nel guardare la civiltà del capitale e i suoi processi di immunità. Quando fai un orto semplicissimo, ti rendi conto che le epidemie, gli afidi, i parassiti sono dietro l’angolo e ci sono sempre. L’agroecologia non è una realtà epidemica, ma una realtà in cui l’epidemia si manifesta in un certo modo, che non diventa pandemico. Ovviamente questo è molto minacciato da tutto l’agri-business che questo sistema di produzione di cibo che rende inutili i tentativi delle piccole isole verdi di fare qualcosa di buono. 

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