Fare femminismo: oltre gli slogan, nelle relazioni sociali

La presentazione a Padova del libro di Giulia Siviero (Nottetempo), organizzata da Collettivo Squeert.

29 / 5 / 2024

“Fare femminismo” è un libro che mette al centro le testimonianze e le pratiche delle quali di solito non si parla.

A partire dalla percezione che nella lotta transfemminista si ricominci ogni volta da capo perché si ricorda poco del vissuto passato, Giulia Siviero riporta molteplici storie attuando una sorta di agire reattivo rispetto a un femminismo che circola molto e da poco tempo, quello sui social, quello delle parole trasformate in slogan, nel quale potrebbe sembrare che i corpi e le relazioni fossero assenti o trascurate.

Di fronte alle dinamiche di questa ondata, che alimentano il mantenimento di un certo sistema basato un po’ sulla performatività, un po’ sulla superficialità e la velocità delle notizie e dei commenti, nasce la volontà di raccontare pratiche diverse e del passato, perché una narrazione genealogica può comunicare e insegnare ancora moltissimo

L’autrice parte quindi con una riflessione sul ruolo del femminismo che si ri-racconta, in un contesto di narrazioni invisibilizzate e di censura di episodi pregnanti nella storia del femminismo, evidente dalla antiabortisti nei luoghi della salute pubblica, ai libri di scuola, fino alle narrazioni che si trovano sui giornali.

L’esempio eclatante, continua Siviero, sono i libri di storia nei quali il femminismo è spiegato come un blocco unico, in un modo molto vago e connotato da una specie di omogeneità.

Nel caso del movimento suffragista ne vediamo un esempio. Innanzitutto l’utilizzo del termine “suffragette” era inizialmente dispregiativo, e solo in seguito normalizzato. Poi, la componente più radicale del movimento, che si distanzia completamente dalla corrente istituzionale e meno conflittuale, rimane fuori dalla storia in maniera funzionale. Nel racconto storico sono stati invisibilizzati tanti episodi, tante analisi e correnti di pensiero, la teoria e le pratiche di quel femminismo.

In qualche modo - spiega l’autrice - il femminismo che cerco di raccontare nel libro assume il punto di vista dei movimenti più radicali, che si distanziano dai femminismi che hanno lottato chiedendo il riconoscimento di diritti e di parità di genere usando quelle istanze come il punto finale e non come un mezzo.

Il primo capitolo riguarda proprio l’uso della parola come sfida per mettere in scacco il sistema. Vengono raccolte testimonianze ed esempi di presa di parola singola e collettiva, che includono ad esempio l’autodenuncia e l’autocoscienza.

Di fronte alla consapevolezza della lotta che hanno portato avanti le donne per poter parlare, per prendere parola e raccontare, ci si chiede quale sia il ruolo della parola nel femminismo contemporaneo, che uso se ne fa. “Il diritto alla parola è ancora da conquistare o ci siamo arrivate?”

Giulia Siviero propone di sganciare il ragionamento da una logica binaria, per cui da una parte c’è un diritto concesso o per il quale dobbiamo lottare e dall’altra parte un diritto ottenuto.

Esiste una linea di narrazione diversa, che evidenzia come le persone si sono prese lo spazioe per la parola senza che nessuna persona la concedesse.

Già all’inizio del femminismo, durante la rivoluzione francese, Olympe de Gouges denunciò la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” e interruppe un monologo iniziando a parlare con la propria voce, affermando che se una donna può salire sul patibolo, deve poter salire anche sulla tribuna e prendere parola politica.

Un altro esempio è la pratica di autodenuncia dell’aborto. Le donne cominciarono a nominare e a raccontare un’esperienza diffusa della quale tutti sapevano l’esistenza, ma che si faceva finta non esistesse.

L’autodenuncia significa riappropriarsi di un discorso che prima era in mano ad altre persone e sovvertire le parole, risignificandole. Il discrimine sta in come scegliamo di prendere la parola e all’interno di quali contesti.

Oggi è più semplice far sentire la propria voce rispetto agli inizi del femminismo, ma le femministe radicali subiscono ancora l’omogeneizzazione e la standardizzazione all’interno di un movimento che viene raccontato per quella parte che è comoda raccontare.

Altre testimonianze del libro riguardano le pratiche di autoconsapevolezza del proprio corpo. Il self-help, le guide femministe che vengono stampate e fotocopiate tradotte in tutto il mondo e l’inseminazione fai da te sono alcune pratiche che rientrano nell’arte di “arrangiarsi, di fare da sé”.

L’autrice ci riporta esempi di aborti di massa clandestini, di pullman pieni di donne che viaggiavano in altre città o in altri paesi per raggiungere compagne che sapevano fornire il servizio. Storie del genere riaprono delle questioni importanti in questo momento storico di dibattito sui consultori che torna in primo piano: cos’è stato e cos’è il self help e il fare da sé?

Continuiamo a dire che manca l’educazione sessuale (in Italia difatti non c’è mai stata) e continuiamo a ripetere questa cosa senza chiederci che cosa stiamo davvero dicendo.

In questo contesto di assenza totale di educazione sessuale nelle scuole, nel quale i bambini e le bambine forse non conoscono per bene il proprio corpo, ci si interroga su cosa significhi ripartire da qui. Le pratiche di self-help intese come autovisite ci permettono di acquisire consapevolezza riguardo a una gamma di questioni e risultano rivoluzionarie, proprio perché i corpi sia in senso privato che in senso pubblico sono tornati al centro di una battaglia.

Nel momento in cui i diritti continuano ad essere erosi, quindi abbiamo ad esempio l’emendamento di FDI e la 194 che contiene tutti gli elementi per essere svuotata, è utile considerare di far ricircolare l’autogestione, non solo in senso di conoscenza di self-help collettiva.

Negli anni Settanta c’erano strumenti che le femministe stesse hanno inventato e che ultimamente stanno tornando in uso, come il DelEm negli Stati Uniti, un dispositivo portatile per l’autogestione dell’aborto che si può costruire in modo semplice. Le femministe che avevano inventato questo dispositivo e l’avevano portato in tutto il mondo hanno girato un video in cui mostravano l’uso della “piccola macchina sporca”, dimostrando alle istituzioni che le donne sanno gestire determinate situazioni, gestirsi e collettivizzare pratiche.

Aprire spazi di autogestione nei quali non si chieda a nessuno come gestire il nostro corpo può essere uno spazio di conquista di un diritto che non sia precario ma parta da noi.

L’incontro prosegue con degli approfondimenti sul disertare e andare altrove, sottrarsi, individuando come punto comune tra tutte le diverse pratiche del sottrarsi il carattere politico che può avere l’assenza e la possibilità di trasformazione in un’azione.

In relazione al disfare fino alla violenza se necessario, Giulia Sivierio spiega la differenza tra distruggere e disfare. La mistica della non violenza mette sullo stesso piano le azioni radicali di chi lotta e cerca di liberarsi da un oppressione e la violenza vera e propria che viene agita da parte di chi opprime. Superare questa mistica della non violenza e cominciare a fare delle distinzioni è fondamentale, così come disfare i concetti e gli stereotipi che stanno attorno alla femminilità tradizionale, che pone sempre le donne dalla parte della non violenza. Sottrarsi a questa dinamica e disimparare a non lottare è già politico, è un’azione radicale che scardina stereotipi.

La presentazione si conclude con il racconto di alcune pratiche di esibizione del corpo come arma politica, mettendo in evidenza le differenze che ci possono essere rispetto a uno stesso tema come quello del corpo vissuto in maniera diversa a seconda dei contesti, con esempi di occupazioni di spazi e con altre testimonianze che ci ricordano la potenza che c’è nel fare femminismo.

“La misura del femminismo non è l’efficacia politica rispetto alla conquista di qualche cosa, ma è il cambiamento delle vite reali e la creazione di condizioni affinché ci sia maggiore libertà per le donne e per tutte le soggettività”.