Festival Working Class: tavola rotonda su editoria, classe operaia e lotta di classe

Con Massimo Carlotto, Luca Dall’Agnol (ADL Cobas), Silvia Gola (RedActa) e Francesca Coin.

3 / 5 / 2024

Sabato 6 aprile 2024, nel cortile della fabbrica di GKN, a Campi Bisenzio, nella cornice del Festival della Letteratura Working Class si è tenuta la tavola rotonda su editoria, classe operaia e lotta di classe. A presentare e a coordinare, la scrittrice Simona Baldanzi, seguita dallo scrittore Massimo Carlotto, con la partecipazione delle esperienze sindacali di Luca Dall’Agnol, ADL Cobas e Sindacalista tipografia Grafica Veneta e di Silvia Gola, RedActa Sindacato che lavora coi libri, infine, a conclusione la sociologa Francesca Coin.

La tavola ha rappresentato un momento nevralgico, per distanziarsi da quell’idea-stereotipo del libro che viene collocato al di fuori dell’alveo di “prodotto”. L’industria dei libri, infatti, per quanto industria culturale, non è assolutamente diversa dalle altre tipologie di catene di montaggio, nonostante l’idea un po’ elitaria che gravita attorno alla produzione dei libri stessi.

Non si poteva non affrontare tale argomento senza partire dal caso ormai notorio di cronaca, accaduto nella grande azienda di editoria Grafica Veneta sita a Trebaseleghe in provincia di Padova.

Luca Dall’Agnol spiega come l’azienda è leader nella stampa-legatoria in Italia, con quota di mercato del 60% in Italia e del 30% in Europa, con fatturato di 200 milioni di euro ed in attivo 250 milioni di copie vendute.

Dunque un vero e proprio grande player nella stampa di libri (basti pensare che ha stampato Harry Potter) che ha innovato tecnologia e processi di produzione, con tanto di possibilità di stampare, confezionare ed inviare 20mila copie di libri in sole 24 ore. L’azienda ha ottenuto negli anni tantissime certificazioni ambientali e di sostenibilità per l’utilizzo di carta riciclata e inchiostri vegetali.

Partendo da questa apparenza esteriore, nessuno mai poteva immaginare quel che stava succedendo nell’azienda dell’innovazione, della sostenibilità, dell’occupazione sul territorio e del “welfare altamente sviluppato” per i dipendenti. Quella stessa azienda che - a detta dell’Amministratore Delegato - faceva fatica a trovare personale, come si leggeva dalle dichiarazioni roboanti sulla stampa locale e nazionale un anno prima dello scandalo.

In realtà le condizioni lavorative (ed abitative) dei lavoratori in appalto, per la maggior parte di nazionalità Pakistana, erano a dir poco pietose.

Tali lavoratori prestavano la loro forza-lavoro per oltre 12 ore al giorno per ottenere scarsi 1000 euro al mese, gran parte dei quali (800€) venivano dati ai caporali per l’affitto di un posto letto in stanzoni ricavati alla bell’e meglio insieme ad un’altra ventina di lavoratori.

Un caso di caporalato e di vera organizzazione di lavoro differenziato e segregato, in un’azienda definita all’avanguardia nel campo di    produzione, nel cuore del Nord-Est, collocazione geografica da sottolineare dato che cotanti avvenimenti sono immaginate spesso in altre latitudini.

La governance dell’azienda era completamente impregnata da una tale concezione razzista del lavoro da non farne alcun segreto. In una dichiarazione, il SEO di Grafica Veneta, a seguito dello scoperchiamento pubblico, definì i lavoratori pakistani “senza cultura”, specificò inoltre che le loro condizioni abitative erano dettate da un volere ben preciso degli stessi dipendenti e che questi, piuttosto che lamentarsi, avrebbero dovuto ‘ringraziare’ per il lavoro ricevuto.

Da quello scandalo, è seguita un’inchiesta con arresti e domiciliari per i manager. Il processo è ancora in corso.

L’apparenza mediatica di Grafica Veneta è stata man mano  decostruita: se da un lato i lavoratori migranti subivano quel trattamento differenziato, i lavoratori italiani, sebbene in condizioni quantomeno migliorative, non se la passavano granchè bene: orari lavorativi pesanti, straordinari non retribuiti, welfare inesistente nonostante i proclami. L’azienda leader del settore, dunque, nello sventolare messaggi di sostenibilità, nascondeva condizioni lavorative pessime ed illegali.

L’editoria non vive senza libri, ed i libri non esistono senza gli scrittori.

Massimo Carlotto racconta come i lavoratori di Grafica Veneta venivano costretti trasportati in pullman (di notte, di tutta fretta) a collocare le fascette - il più delle volte capriccio di scrittori - sui libri.

Ma una ferita sanguinante del genere avrebbe dovuto creare una frizione enorme all’interno del mondo dell’editoria, ed invece non è così successo. Pochi quegli scrittori che hanno elevato le loro voci, anche se gli esperimenti effettuati (tra cui “Gli stati generali dell’editoria”) si sono rivelati interessanti. Momenti in cui gli autori - fuori dalla logica dell’invito ai festival - si sono riuniti per discutere - loro stessi - del mondo culturale.

Si riporta qui integralmente il testo letto da Massimo Carlotto:

“La crisi di contenuti che investe la cultura di questo Paese ha una causa precisa che si può identificare nella sua dimensione “industriale”. Non ha più senso oggi parlare di cultura in termini generali perché da tempo è stata fagocitata da un sistema produttivo culturale e creativo che annualmente fattura 90 miliardi e occupa a tempo pieno un milione e mezzo di persone, senza contare l’indotto di attività economiche contigue che sempre di più si avvale di personale specializzato, spesso in condizioni di precariato.

Industria significa mercato e la necessità di proporre prodotti vincenti dal punto di vista economico ha determinato in tutti i settori un processo di burocratizzazione dei momenti decisionali che filtra, analizza, modifica ogni aspetto culturale e creativo in nome del “gusto e degli orientamenti” dei consumatori. La conseguenza è una sorta di omologazione che, nel migliore dei casi, rallenta l’emergere e l’affermazione del “nuovo”.

E se arriva, il nuovo non arriva mai dal basso, non è mai espressione di un dibattito, dell’affermarsi di tendenze ma un prodotto ben confezionato da piazzare sul mercato. Il dibattito culturale si è in buona parte concentrato sulle presentazioni e sui festival. Coloro che per ruolo sono deputati a stimolarlo sui media sono sempre gli stessi e in realtà l’obiettivo principale è sempre la promozione. A parte le solite lodevoli eccezioni di qualche rivista, blog o ricerca universitaria che intercettano pochissimi e introdotti fruitori di prodotti culturali.

Il resto, la stragrande maggioranza di coloro che amano la letteratura, il cinema, la musica, il teatro, il fumetto, sono privati degli strumenti necessari per coltivare la propria crescita in autonomia, per sviluppare un pensiero critico adeguato e sono costretti a relazionarsi con i prodotti proposti…

Non c’è settore che non mostri segni profondi di crisi dal punto di vista della credibilità e non è un mistero per nessuno il fatto che, oggi, la cultura italiana non sia più in grado di incidere sulle grandi e piccole scelte del Paese. Nel corso degli anni, a partire dall’avvento del berlusconismo, la relazione con la società si è modificata e oggi il ruolo è soprattutto ideologico e legato alla produzione di consenso. Questo modello di democrazia ha bisogno di un’industria culturale che consoli e distragga, che illuda e depotenzi i conflitti. La cultura come indispensabile radicalità della visione del presente esiste solo come concetto e pratica minoritaria, giusto per affermare l’esistenza della libertà di espressione come concetto formale.

Come ha fatto notare Loriano Macchiavelli qualche mese fa, tentando inutilmente di aprire un dibattito, l’iper produzione consolatoria è il motivo principale della crisi della letteratura di genere. Il noir, il poliziesco, il giallo, il crime (ormai non sappiamo nemmeno più come chiamarlo), perde continuamente lettori. A forza di raccontare la relazione tra crimine e società in modo distorto, lontano dalla realtà, proponendo personaggi e meccanismi sempre uguali alla fine i lettori si stancano e preferiscono leggere altro. Da anni ogni mattina nasce un nuovo commissario che propone storie un po’ romanzo, un po’ sceneggiatura cercando faticosamente di trovare una collocazione editoriale. Una forma di lento suicidio di cui hanno responsabilità gli editori ma soprattutto gli autori che rinunciano a valorizzare i principi fondativi del genere, a essere rigorosi nell’analizzare la relazione tra crimine e società, per inserirsi a pieno titolo nella produzione di una merce vendibile, ben confezionata quando trama e scrittura funzionano, ma sempre più lontana dall’essere perturbante. E dall’essere popolare nel senso più nobile del termine…

Tornando all’analisi dell’industria culturale italiana va evidenziato il pressoché totale disinteresse nei confronti di diversi temi di interesse strategico, ne cito due: il lavoro e l’ambiente.

La cultura ha interrotto bruscamente il rapporto con il mondo del lavoro, anzi ha fatto di peggio: lo ha rimosso, eliminandolo da ogni forma di narrazione e delegando alla stampa, anche la più cialtrona, il compito di raccontarlo. Non interrogarsi sulla relazione materiale ed esistenziale tra le persone e l’occupazione ha determinato un reciproco allontanamento e disinteresse. Certamente una delle cause della mancata fruizione di alcuni prodotti culturali da parte di larghe fasce di popolazione a favore di altri, come quelli televisivi. Fasce che hanno sviluppato la percezione che la cultura sia “distante”, elitaria, snob, incapace di comprendere e di agire.

Crisi climatica. In un momento storico in cui per la prima volta si mette in discussione l’esistenza stessa del pianeta, il mondo culturale italiano spicca per l’incapacità di prendere una posizione. Nonostante sia evidente il peso e gli investimenti dell’industria dei combustibili fossili nell’orientare l’opinione pubblica attraverso strenui negazionisti, arroccati nei settori più disparati. La questione non è di poco conto perché farsi carico del problema ambiente significherebbe adeguare la complessità della cultura all’urgenza dell’intervento. Ma rimettere in discussione sistema economico, consumi, stili di vita al momento non solo non  è pensabile ma non rientra nei fini dell’industria culturale…(festival sponsorizzati da Eni)

L’impressione generale è che la cultura italiana guardi perennemente altrove e quando si oltrepassano i limiti non osi più di tanto. La notizia che un ministro della Difesa arruoli giornalisti e intellettuali in un “Comitato per la cultura della difesa” avrebbe dovuto favorire un legittimo dibattito, quantomeno sull’opportunità e sull’adesione ai valori costituzionali. Invece il silenzio è stato quasi assoluto. Dovuto anche al fatto che oggi tutte le voci dissonanti sul tema del bellicismo vengono additate come forze oscure al soldo di un nemico mai ben identificato. E il soldo, quello vero, arriva dalla sempre più potente industria delle armi. Negli Stati Uniti, il Pentagono finanzia Hollywood in nome della cultura della difesa eppure del cinema americano amiamo proprio l’indipendenza.

E l’iniziativa del ministro della difesa era solo un’avvisaglia dell’assalto alla cosiddetta egemonia culturale da parte di questa destra post fascista che governa ora il Paese. Battaglia che di fatto ha già vinto perché l’industria culturale preferisce adeguarsi. Semplicemente tacendo, evitando ogni coinvolgimento. D’altronde la pratica dell’autocensura è tipica del lavoratore culturale inserito in un processo industriale, che si impone di sorvegliare i propri contenuti. Si potrebbe addirittura ipotizzare che sia diventata la norma in certi ambienti, anche se con altre modalità e fini. Nel mondo delle produzioni cinematografiche e televisive, per esempio. In fondo, il mercato ha le sue regole e pazienza se chi lo gestisce ha il potere di veto sulle scelte artistiche. Inutile rischiare rifiuti e non lavorare, soprattutto se il proprio nome non è abbastanza famoso.

Però non ci siamo resi conto che, col tempo, abbiamo accettato che venissero erosi i confini di un concetto fondamentale in democrazia che si chiama libertà di espressione. E non ce ne siamo resi conto al punto che la stragrande maggioranza delle persone, occupate nel settore, aderiscono convintamente al pensiero di base su cui si regge l’industria culturale italiana. Un’industria deputata a costruire l’immaginario di questo Paese libero e democratico…

E allora la domanda quale immaginario è in grado di proporre questa industria culturale è più che legittima ma al contempo è doveroso chiarire che esistono ancora spazi nell’industria culturale per individuare e costruire percorsi “altri”.  Il bisogno di cultura e arti libere, poetiche, visionarie in cui domini l’immaginazione per raccontare la complessità del mondo in cui viviamo, può trovare risposte”.

Ma come stanno coloro che vivono con i libri?

L’esperienza di RedActa, nasce a seguito delle pratiche di “riduzione/autorganizzazione del personale” da parte del gruppo editoriale Il Saggiatore, comunicata mediante e-mail, all’improvviso.

Il 30 marzo 2021 i lavoratori pubblicarono una lettera aperta rivolta alla casa editrice il Saggiatore. Nella lettera si chiedeva dove fossero finite le numerosissime commissioni (quasi un centinaio di lavorazioni redazionali complete) che ogni anno la casa editrice milanese affidava ai suoi collaboratori esterni, debitamente formati tramite stage e corsi propedeutici. Commissioni che si erano praticamente azzerate dall’oggi al domani. Senza motivazioni. Ma per la prima volta c’era qualcuno pronto a chiederle a voce alta. Si trattava di lavoratori e lavoratrici che all’inizio non si conoscevano, e che si sarebbero legittimamente potuti sentire in diretta competizione l’uno con l’altra: negli anni, mentre la casa editrice allargava la rete dei propri collaboratori, per alcuni di quelli con più esperienza il numero di commesse era diminuito. Eppure invece che competere si sono trovati a cospirare. Hanno condiviso informazioni, ipotesi, paure. Si sono parlati, si sono ascoltati e hanno trovato il modo e le parole per agire insieme. Hanno chiesto con un’unica voce chi, e pagato quanto, avrebbe svolto il loro lavoro da quel momento in poi.

L’editore ha risposto in fretta, privatamente, e senza andare nel merito della questione. La grancassa dell’autopromozione della casa editrice è diventata, per una volta, un bisbiglio quasi impercettibile. Nessuna pagina social, nessuna newsletter del Saggiatore ha mai proferito parola in merito.

Red acta ha continuato con le inchieste (sul mondo del lavoro editoriale), le analisi, le guide (ad es. la guida sui compensi dignitosi) e gli incontri fra lavoratori della filiera, e non solo. Senza smettere mai di riflettere sui meccanismi che regolano il settore in cui lavorano, e senza mai perdere d’occhio tutti gli attori che vi partecipano.

Affidato il peso della chiusura a Francesca Coin, che divide idealmente il mondo della cultura-industria da quel mondo della cultura-spettacolo. Critica il mondo degli studi universitari ritenuti inefficaci. Rimanda ad un senso di ricerca collettivo come accaduto in GKN, moto ispiratore per chi si approccia a questo mondo con un senso insostenibile di solitudine invadente.

La speranza però è viva: sembrerebbe che siamo dinanzi - davvero - ad un nuovo modo di produrre e di pensare, che deve obbligatoriamente avere un senso per le persone e per il territorio.

Il festival della letteratura working-class ce lo fa sperare.