La Scelta di Ivan

“Credo che l'idea di responsabilità sia legata al sacrificio”. Steven Knight

20 / 5 / 2014


E' sera, la Bmw X5 è ferma a un semaforo appena fuori Birmingham, la freccia lampeggia a destra. Il grosso camion che si è accostato da dietro suona più volte dopo che è scattato il verde perché l'auto non riparte. Qualche secondo - o un tempo interminabile - e l'autista cambia verso alla freccia svoltando a sinistra. E' in questo cambio di direzione che si incardina Locke, presentato con successo e inspiegabilmente fuori concorso all'ultima Mostra veneziana, opera seconda scritta e diretta da Steven Knight. Già sceneggiatore per Stephen Frears (Piccoli affari sporchi) e David Cronenberg (La promessadell'assassino) gira in sequenza in otto notti rinchiudendo l'azione nel tempo quasi reale di 85 minuti. Tutta dentro l'abitacolo, un uomo solo, lungo l'autostrada verso Londra. Fuori luci artificiali e oscurità. Ha preso rapidamente una decisione Ivan Locke, ingegnere capo per una potente multinazionale di Chicago che gestisce enormi cantieri di costruzione. Il mattino seguente deve sovrintendere una colata di calcestruzzo senza precedenti che getterà le fondamenta di un grattacielo di 55 piani. Ma ha deciso che non ci sarà: ha ricevuto una telefonata.

Nello squillare continuo del telefono, nelle conversazioni in viva voce che si susseguono tentando talvolta di sovrapporsi, prendono forma i frammenti che compongono la narrazione. Che nell'incedere con passo da thriller rivela invece ben presto uno spessore di racconto morale via via più decifrabile. Voci di uomini, donne, bambini diversamente e profondamente coinvolti negli effetti di una decisione improvvisa e difficile. Quella che non ti concede più tempo, quella che cambia tutto. Un padre di famiglia affettuoso, un marito innamorato della moglie, un professionista stimato da tutti. Un uomo. A un punto cruciale della sua vita, in cui ogni cosa è a rischio di andare perduta. In cui deve, vuole, fare la cosa giusta. Perché qualcosa poco tempo prima gli è sfuggito di mano e porta sua moglie a rinfacciargli che la differenza tra mai e una volta sola è la differenza tra bene e male. Voci ora disperate ora aggressive, ora incredule ora impaurite, verso le quali Ivan deve continuamente ridefinire il proprio ruolo reimpostando la propria voce. Rendendola calma, sicura e convincente, perché è il solo strumento a disposizione “per occuparsi del prossimo passo concreto”. Che può riguardare un cantiere, una stanza d’ospedale, la famiglia. Quando le voci per brevi momenti tacciono c’è un fantasma seduto sul sedile posteriore, cui ringhiare il proprio risentimento.

Che uomo sia Ivan Locke lo capiamo un po’ alla volta. Quando i suoi occhi brillano dicendo al suo aiutante che con quell’ edificio “ruberemo un pezzo di cielo”, quando al suo capo (Bastard nella rubrica telefonica) che gli urla perché non si è dato malato risponde che malato non è, quando non riesce a ripetere a suo figlio che gli vuole bene, quando un caposquadra polacco gli manda a dire che è il miglior uomo in Inghilterra. Frasi, gesti, espressioni che raccontano l’uomo più della sua esplicitata scelta morale, più dell’assunzione di responsabilità, più dell’assumersi il peso delle conseguenze delle proprie azioni. Un trasferimento di percezione veicolato con grande efficacia da una scelta cinematografica di sperimentazione ai limiti del temerario. All’alternanza del clima dentro l’abitacolo si accompagnano sguardi e traiettorie sulla notte dell’autostrada. Carreggiate che si intersecano, giochi di specchi, luci vagamente lisergiche. Fari di auto che fanno correre altre vite, altre storie. Un’illuminazione ipnotica che impasta sentimenti, spiegazioni, accuse, determinazione.

Locke è irremovibile, di una solidità senza crepe come il suo amato calcestruzzo. Interpretato da un sorprendente Tom Hardy che, per la prima volta sottratto alle maschere che lo hanno fatto conoscere al pubblico internazionale, gioca di sottrazione, di toni bassi, di gestione sofferta dell’autocontrollo. Ci costringe a immedesimarci nella sua situazione, a valutare se davvero è la cosa giusta quella contenuta nella sua scelta. Se non ci siano altre soluzioni o compromessi. Ci chiarifica che nel tessuto del racconto morale non si annidano tracce di moralismo. Non ci sono prediche o sermoni: che fare al suo posto resta problema nostro, con cui fare i conti in auto da soli, tornando a casa. Per aiutarci a risolverlo c’è una parola (è in v. o. in diverse sale) che non pronuncia mai: sorry.

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