Lo strano caso del mediatore culturale

La creazione della figura professionale del mediatore culturale a Ca' Foscari tra lavoro gratuito, economia della promessa e dismissione dell'università.

11 / 11 / 2014

 Nella miriade di nuovi e nuovissimi ordinamenti che hanno caratterizzato l’università italiana nel corso degli ultimi 10/15 anni abbiamo visto diversi cambiamenti formali delle nostre facoltà (ora dipartimenti/scuole): dismissione di interi corsi, definanziamento dei servizi, aumento delle tasse. Ma una “novità” merita sicuramente particolare attenzione. Ci riferiamo all’aumento dei corsi di Laurea che prevedono lo svolgimento di uno stage obbligatorio per poter conseguire il titolo.

La possibilità di sostenere un’esperienza lavorativa durante il proprio percorso formativo è oramai notizia antica, infatti già nei primi anni 2000 si paventava la necessità di stabilire una connessione formale per favorire l’inserimento lavorativo di studenti medi e universitari. Tutto ciò accadeva negli anni in cui il leitmotiv della flessibilità era ancora simbolo di un nuovo modello lavorativo e di vita che parlava la lingua delle “possibilità”: di diversificare la propria carriera, di reinventarsi ogni giorno, di perseguire una continua formazione per aprirsi nuove strade. Negli stessi anni l’università si ricostituisce nel famigerato 3+2, lauree brevi che possano favorire sia l’inserimento più rapido nel mondo del lavoro, sia il poter conseguire il titolo anche dopo aver già intrapreso una carriera lavorativa (per salire di grado, per seguire i propri interessi).

Come si sia ribaltata la retorica della flessibilità in precarietà è altresì cosa nota. La noia del posto fisso si è trasformata velocemente in estinzione dello stesso. Se la flessibilità era una scelta ora la precarietà è una condizione.

All’interno di questo scenario le istituzioni universitarie hanno continuato a determinare la pratica dello stage e del tirocinio rendendola obbligatoria, nei fatti proponendo percorsi formativi all’interno di aziende private che spesso, se non nella maggioranza dei casi, hanno poco a che vedere con il percorso di studi e in cui la “formazione” diventa un carattere molto più che secondario.

Nei career-day promossi dagli atenei troviamo offerte in hotel e agenzie viaggi per studenti di letteratura e lingue straniere, front-line (commessi) all’interno degli shop delle stesse università, e anche nei casi in cui l’ente ospitante sia rinomato e coerente al percorso di studi del candidato spesso la presenza di stagisti diviene una scusa per non assumere personale qualificato.

In effetti perché doversi sobbarcare il costo degli stipendi quando ci sono decine di migliaia di studenti che obbligatoriamente devono svolgere dalle 75 alle 300 ore di lavoro pressoché gratuito?

A Ca’Foscari (uno dei tre atenei veneziani) si è prodotto uno step successivo. Si è definito un vero e proprio “nuovo mestiere”, che porta con sé tutta la retorica della promessa che in questi giorni stiamo leggendo sulle pagine de “Il Manifesto” all’interno di una rubrica dedicata al lavoro gratuito. Autosfruttamento come valorizzazione del sé, assoggettamento come ampliamento del curriculum, prestazione a titolo gratuito o poco retribuito (se 2 euro all’ora lordi possono essere considerati una retribuzione) per entrare nel magico mondo dell’arte e del lavoro culturale. Tutto questo in due parole “mediatore culturale”.

In realtà siamo in presenza di un paradosso in quanto mestiere si definisce come “Attività esercitata abitualmente per ricavarne il necessario guadagno”, mentre nell’idea alla base dei promotori di questa attività di “formazione e auto-formazione” (dai bandi di Ca’Foscari) questa figura non dovrà assolutamente, nemmeno in futuro, divenire un lavoro vero e proprio (nel senso antico di “Occupazione specifica che prevede una retribuzione ed è fonte di sostentamento”).

La figura del mediatore culturale prende vita a Venezia come progetto del prof. Giuseppe Barbieri, sulle orme di ciò che accadeva in Francia e a Torino, presso la Fondazione Sandretto ma da queste esperienze si distanzia fin da subito definendola esclusivamente all’interno del percorso formativo universitario. Dall’esperienza, iniziata nel 2002, della Fondazione torinese vengono riprese le keywords (dialogare, ascoltare, domandare, camminare), non la figura professionale, quindi retribuita.

Dal 2009 ad oggi sono diverse le istituzioni culturali, pubbliche e private, che hanno usufruito dei servizi dei mediatori culturali ottenendo, di fatto, personale a titolo gratuito da “spendere” all’interno dei propri eventi. La coordinatrice del progetto Mediatori Culturali di Ca'Foscari ha dichiarato in un’intervista, di cui non conosceva la finalità, la necessità che il mediatore culturale non diventi un “lavoratore a carico” dell’istituzione, in quanto la sua figura di connettore tra pubblico e opera d’arte deve rimanere a titolo gratuito per il fruitore, non può essere quindi una voce di spesa da parte dell’istituzione culturale che lo ospita anche se contribuisce alla crescita del valore della stessa.

Nei fatti la Biennale di Venezia, la Fondazione Querini Stampalia, la Casa dei Tre Oci (Fondazione di Venezia-Civita Tre Venezie), la Fondazione Prada, il Padiglione di Venezia ai Giardini della Biennale, la Fondazione Civici Musei Veneziani (MUVE) e la Fondazione Pinault, che per prima ha sollecitato l’inizio di tale attività, hanno in questi cinque anni accresciuto la propria offerta al pubblico praticamente a costo zero.

Il significativo aumento dei bandi indetti da Ca’Foscari per reperire mediatori culturali ha determinato un’attenzione critica da parte degli studenti veneziani, alcuni dei quali, soprattutto nei primi anni, avevano aderito a questo progetto di formazione, attirati dalla possibilità di entrare in contatto con quel panorama culturale che gli aveva spinti alla scelta della città di Venezia come luogo del proprio percorso formativo.

Nel 2013/2014 all’interno di un progetto espositivo promosso da S.a.L.E docks, spazio autogestito di produzione culturale nei pressi di Punta della Dogana, denominato" #open6", alcuni studenti di Ca’Foscari, Accademia di Belle Arti e DAMS di Padova (militanti dello stesso spazio) hanno prodotto un lavoro di inchiesta e informazione in merito a questa nuova figura dello sfruttamento promossa e rivendicata dalla stessa istituzione universitaria.

"#open6" è apparentemente una mostra collettiva regolata da un bando, in realtà si può definire come un processo di formazione e auto-formazione che mira a destrutturare il classico format mostra, con la sua tradizionale distribuzione di ruoli (curatore, artista, ecc.), promuovendo dinamiche aperte e orizzontali di decisione e confronto. Un vera e propria produzione collettiva che si svolge in svariati mesi e che, almeno nelle prime due edizioni, si è concretizzata in un’esposizione finale in cui è stata messa in luce più la processualità che le “opere” realizzate. In Open, quindi, il display delle opere non è il solo output del processo,  la "mostra" è strumento di inchiesta e di attraversamento critico della città, dei suoi dispositivi biopolitici e della sua natura di fabbrica metropolitana.

Con un lavoro di inchiesta e interviste ai protagonisti, questi studenti, denominatisi precART-kul’t Kollektiv, hanno prodotto un’infografica che riassume la storia del mediatore culturale in "salsa veneziana" mettendo in relazione la tipologia di formazione (poca e spesso criticata), le ore lavorative e la “retribuzione” che Ca’Foscari mette in campo con le spese di sussistenza che gli stessi studenti devono sostenere quotidianamente: le tasse universitarie e il loro aumento progressivo, l’affitto medio in centro storico e la (poca) disponibilità di alloggi ESU, il costo delle mense universitarie e dei trasporti. Inoltre si sono fatti promotori di una “Carta dei diritti del mediatore culturale” in cui si espongono le richieste di una formazione accurata e critica a fianco della rivendicazione di una retribuzione adeguata.

“Parlare di mediatori culturale significa […] individuare un ulteriore paradosso, quello per cui a innescare il meccanismo di sfruttamento non è una grande fondazione d’arte contemporanea o un marchio di moda ma l’istituzione che dovrebbe darci una formazione: l’università.” Queste alcune righe della suddetta Carta, della quale il collettivo chiede l’assunzione da parte delle istituzioni culturali e dell’università stessa.

La scelta di rappresentare visivamente la Carta con una grafica di ispirazione sovietica, una libera interpretazione di Lissitzky, ha le sue basi nel profondo rapporto che l’Ateneo veneziano ha instaurato con CSAR (Centro Studi sulle Arti Russe), inaugurato nel 2011 da Carlo Carraro (ex Rettore) insieme a Mariastella Gelmini (ex Ministro dell’Università e della Ricerca) e Svetlana Medvedeva, moglie di Medvedev (ex Presidente della Federazione Russa) e presidentessa di una Fondazione per le iniziative sociali e culturali con la finalità di promuovere i rapporti tra i due paesi. Guarda caso tra i membri dello CSAR troviamo il già citato prof. Barbieri.

Questo Centro Studi, attraverso il lavoro più o meno sotterraneo della Fondazione Ca’Foscari, ha di fatto preso possesso con le proprie iniziative culturali di numerosi spazi universitari, da biblioteche a aule studio, diventando una delle istituzioni che ha fatto maggiormente uso del “programma” dei mediatori culturali. Da una parte, quindi, espropria luoghi che erano a servizio degli studenti, dall’altra ne sfrutta il lavoro e il tempo di formazione.

Un rapporto questo, tra Università e governo russo, non esente da critiche interne come la determinata presa di posizione di molti docenti e studenti contrari al riconoscimento conferito dalla direttrice dello CSAR Silvia Burini - costretta poi a dimettersi dalla carica di Prorettrice dell’Ateneo a seguito delle proteste -  al Ministro della Cultura Medinsky (nazionalista, omofobo, sostenitore di una «politica culturale di Stato») in piena crisi Ucraina. La stessa Burini, "libera" ormai dalla carica di prorettrice,  pochi giorni fa è volata al Cremlino per ricevere un premio direttamente dalle mani di Putin.

Negli ultimi anni la politica della Fondazione Ca’Foscari e le pratiche di stages e tirocini, tra cui il programma dei mediatori, sono stati obiettivi delle proteste e delle manifestazioni del collettivo studentesco Li.S.C. Gli studenti, dalla occupazione di Ca'Bembo, sede storica a rischio svendita,  (la vicenda, finita all’attenzione dei media mainstream la scorsa primavera,  è quella della permuta di alcuni palazzi storici di proprietà dell'Ateneo) rilanciano per quest’anno una serie di iniziative per sabotare il meccanismo del lavoro gratuito promosso dall’università. Il primo appuntamento sarà proprio il prossimo 14 novembre, giornata europea dello sciopero sociale, in continuità al percorso dei movimenti che porterà al primo maggio 2015, data di inaugurazione di EXPO e tappa fondamentale per ribaltare il modello lavorativo promosso dalla kermesse e dal Job Act di Renzi.

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