La manipolazione del Dna, l’innesto di protesi meccaniche e il potenziamento delle facoltà cognitive sono fattori che hanno cancellato il confine tra natura e cultura. E che spingono a elaborare una etica pubblica del postumano

Metamorfosi del postumano

Elaborare una etica pubblica del postumano

26 / 2 / 2014

Un sag­gio ambi­zioso que­sto di Rosi Brai­dotti. La filo­sofa, di ori­gine ita­liana ma cosmo­po­lita per scelta, si pro­pone infatti di get­tare le basi di un pen­siero filo­so­fico mate­ria­li­sta e fem­mi­ni­sta che con­senta di uscire dai vicoli cie­chi che il poststrut­tu­ra­li­smo ha imboc­cato dopo avere sot­to­po­sto la cri­tica l’umanesimo, con­si­de­rato, nella genea­lo­gia pro­po­sta da Rosi Brai­dotti, un dispo­si­tivo teso a pro­durre sog­get­ti­vità «alli­neate» con il potere costi­tuito. Il poststrut­tu­ra­li­smo, e il pen­siero fem­mi­ni­sta di fine Nove­cento, ha rite­nuto che il «sog­getto» pro­po­sto dalla filo­so­fia occi­den­tale sin dalla Gre­cia antica fosse ani­mato da una vorace ten­sione uni­ver­sale che can­cella dif­fe­renze e punti di vista alteri rispetto a quelli domi­nanti. È stato poi com­pito dei movi­menti sociali e fem­mi­ni­sti sot­to­li­neare che avesse un «pro­filo» inva­ria­bil­mente occi­den­tale e maschile.

L’inganno dell’universalismo 

Que­sto non signi­fica che non ci siano state arti­co­la­zioni anche anti­te­ti­che nella sua con­cet­tua­liz­za­zione da parte di diverse scuole di pen­siero. Per Brai­dotti, però, il sog­getto caro alla filo­so­fia occi­den­tale è stato una cor­tina fumo­gena tesa a occul­tare gerar­chie e rap­porti di potere pre­senti nelle società. E se il fem­mi­ni­smo ha letto il con­flitto tra i sessi a par­tire di un punto di vista poli­tico par­ti­giano, quello delle donne, i movi­menti post­co­lo­niali hanno sot­to­po­sto a cri­tica la pre­tesa nor­ma­tiva dell’universalismo occi­den­tale nei con­fronti di uomini e donne non occidentali.  Rosi Brai­dotti non ha mai nasco­sto i debiti nei con­fronti della tra­di­zione filo­so­fica. Nel suo posi­zio­na­mento rispetto ad essa non ha mai taciuto di aver attinto al pen­siero illu­mi­ni­sta, né ha mai taciuto la sua col­lo­ca­zione poli­tica, che l’ha por­tata a leg­gere con atten­zione i testi del pen­siero cri­tico, sia nella sua ver­sione mar­xiana che fran­co­for­tese. In que­sto Postu­mano si dilunga dif­fu­sa­mente sulla can­giante costel­la­zione cul­tu­rale che ha orien­tato il suo per­corso teo­rico. Emerge una suc­ces­sione di testi e filo­sofi che può creare smar­ri­mento, ma che per Rosi Brai­dotti è da inten­dere come un metodo per segna­lare le tappe, mai un punto di arrivo della sua pro­du­zione teo­rica. In fondo, è suo quel con­cetto di sog­getto nomade che ha appar­te­nenze mul­ti­ple, sem­pre in dive­nire, che può tut­ta­via «posi­zio­narsi» cri­ti­ca­mente rispetto il reale.  Nel «postu­mano» pro­po­sto dalla filo­sofa ita­liana occu­pano un posto rile­vante le tra­sfor­ma­zioni inter­ve­nute da quando la scienza e la tec­no­lo­gia sono sem­pre più usate per poten­ziare il corpo umano o per pro­lun­gare la vita bio­lo­gica di uomini e donne. Sono temi che Rosi Brai­dotti ha affron­tato spesso nel suo per­corso teo­rico. Sono note le sue rifles­sioni sulla figura del cyborg, così come le sue incur­sioni nel ter­ri­to­rio pieno di insi­die della mani­po­la­zione bio­tec­no­lo­gica del corpo. Ogni volta sono state messe in discus­sione le cop­pie ana­li­ti­che di natura e cul­tura, di natu­rale e arti­fi­ciale. Ma mai la filo­sofa ita­liana ha supe­rato il con­fine che distin­gue l’umano dall’inumano. Con que­sto libro, il con­fine è invece oltre­pas­sato. Affer­mare che occorre fare i conti con il postu­mano signi­fica quindi inol­trarsi in un ter­ri­to­rio abi­tato da essere viventi che sono il pro­dotto di una mani­po­la­zione tec­no­lo­gica dei mate­riali bio­lo­gici che com­pon­gono il pro­prio corpo. Sono cioè corpi assem­blati, scom­po­sti e ricom­po­sti. La tec­no­lo­gia è da inter­pre­tare sia come una pro­tesi che inne­sto nel corpo. La mani­po­la­zione del Dna, invece, con­sente di model­lare il corpo come meglio si crede; lo stesso si può dire per la medi­cina, che non solo con­sente di pro­lun­gare la vita bio­lo­gica, ma di scom­porre la mor­fo­lo­gia del corpo umano. Tutto ciò, sot­to­li­nea, Rosi Brai­dotti modi­fica, tra­sforma, sov­verte la pro­du­zione della sog­get­ti­vità, cioè il modo di stare al mondo di uomini e donne. In altri ter­mini, la figura di Pro­teo non ha nulla delle carat­te­ri­sti­che dram­ma­ti­che della tra­di­zione filo­so­fica greca. Una volta che si è appro­priato della cono­scenza pre­ro­ga­tiva degli dei, l’essere umano è diven­tato un ibrido di mate­riale orga­nico e inor­ga­nico che che modi­fica a sua imma­gine e somi­glianza la natura. Può quindi fare a meno degli dei, al punto che può scon­fig­gere la morte.  Rosi Brai­dotti non è una nichi­li­sta che vuole legit­ti­mare la realtà. Vuol deli­neare i campi di inter­vento di una etica pub­blica della con­di­zione postu­mana, che viene con­ti­nua­mente qua­li­fi­cata – nel volume sono pre­senti più defi­ni­zioni del postu­mano, pro­prio a sot­to­li­neare che la sua è una rico­gni­zione sem­pre in dive­nire delle diverse teo­ri­che sul postu­mano — e inter­ro­gata nelle sue con­se­guenze. È cioè con­sa­pe­vole della neces­sità di rego­la­men­tare, ad esem­pio, la mani­po­la­zione del Dna, ma avverte che que­sto non può signi­fi­care porre dei limiti alla ricerca scien­ti­fica. Allo stesso tempo l’elaborazione di una etica pub­blica sul postu­mano deve evi­den­ziare il lato oscuro, cioè la ridu­zione del corpo a merce che può essere scom­po­sta, smem­brata, ven­duta e rias­sem­blata secondo rap­porti di potere che vede sem­pre dei domi­nanti e dei domi­nati. Anche in que­sto caso, però, non pos­sono essere posti dei limiti alla auto­de­ter­mi­na­zione del pro­prio corpo. È su que­sto dop­pio movi­mento – libertà di mani­po­lare il corpo e rap­porti di potere esi­stenti nel vivere in società — che una filo­so­fia mate­ria­li­stica del postu­mano deve pren­dere posizione.

L’organico e l’artificiale 

Un libro dun­que ambi­zioso e impor­tante, per­ché teso ad evi­den­ziare appunto le tra­sfor­ma­zioni avviate dall’uso inten­sivo della scienza e della tec­no­lo­gia. Rosi Brai­dotti ritiene infatti che inte­gra­zione tra orga­nico e arti­fi­ciale sia già alle nostre spalle. Il pen­siero cri­tico devo quindi inda­gare le tra­sfor­ma­zione già inter­ve­nute. Sulla ridu­zione del corpo umano a mac­china l’analisi di Rosi brai­dotti è pun­tuale. Signi­fi­ca­tive sono anche le pagine dedi­cate alla pro­du­zione di sog­get­ti­vità. Assente, però, è come il postu­mano sia una com­po­nente fon­da­men­tale della pro­du­zione di ric­chezza. Il cyborg, così come il sog­getto nomade, sono fat­tori costi­tuenti del regime di accu­mu­la­zione capi­ta­li­stico. Il poten­zia­mento delle facoltà manuali e cogni­tive degli umani è ovvia­mente fun­zio­nale a ritmi di lavoro sem­pre più intensi e a pro­cessi pro­dut­tivi sem­pre più com­plessi. Inol­tre, la map­pa­tura del Dna diventa la con­di­zione neces­sa­ria sia per lo svi­luppo di nuovi set­tori eco­no­mici che per inno­vare l’industria far­ma­ceu­tica. Allo stesso tempo il sog­getto nomade è la figura indi­spen­sa­bile per una eco­no­mia fon­data sulla fles­si­bi­lità. Un’etica pub­blica sul postu­mano non può dun­que che pren­dere posi­zione su un regime di sfrut­ta­mento che fa della sim­biosi tra umano e mac­chi­nico il suo tratto distintivo.

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