Miele

“Ho raccontato una famiglia non catalogabile”. Alice Rohrwacher

3 / 6 / 2014


In alto, a sinistra dello schermo nero, appaiono due piccoli occhi luminosi. Immaginiamo di insetti. Si spostano nel buio come una coppia di lucciole abbracciate. Fino a diventare i fari di un'auto e poi di un'altra e un'altra ancora. Cacciatori che illuminano la casa in mezzo ai campi, luce che entra all’interno e proietta il suo cono su dettagli e corpi che dormono, chiudendosi e aprendosi su di loro come una palpebra. Comincia così Le meraviglie, secondo lavoro di Alice Rohrwacher, Grand Prix della giuria a Cannes 2014. Penetrando silenziosamente nella vita di una famiglia (allargata) che vive di orti, animali e apicoltura in una campagna non lontana dal lago Trasimeno. Accarezzandone uno a uno i componenti in una notte di un'estate che di giorno supera i 40 gradi. Dichiarando subito un’estetica di sfioramenti, sottrazioni e pudori che sembra raccontare anche il carattere dell'autrice. Alice nelle interviste si rivela coerente con il suo sguardo di cineasta trentatreenne timida e pudica che comunque sa esattamente cosa vuole, mentre, in ragione della presenza della sorella Alba, non può sottrarsi alle domande sulla verosimile affinità dei suoi personaggi con la sua famiglia.

Quella sullo schermo è composta da un padre tedesco post sessantottino burbero, irascibile, idealista e autoritario. Una madre energica e dolce, ma in avvicinamento al punto di rottura. Una adolescente di poche parole, che ha dato guardingo avvio al suo cambio di pelle. Una più piccola, che cerca come può di ritardare la maturazione degli obblighi che la attendono. Le due ancora più piccole gemelle diverse, le uniche autorizzate a giocare, che sullo schermo danno vita a un unico personaggio. Una giovane donna dall’accento straniero, che il nostro occhio anagrafico inquadra in qualche luogo del passato comunardo di lui. Si fatica, si suda, si parla con la cadenza del posto, ci si confronta in tedesco e in francese. In un'epoca che potrebbe essere la seconda metà degli anni '90, se prendiamo a riferimento Ambra che canta “T' appartengo”. In una grande casa colonica scalcinata dove si fa il miele “come una volta”. Diversamente da chi vorrebbe trasformare la propria in un più remunerativo agriturismo, da chi ha accettato le regole dominanti e la loro nocività.

La circolarità dei gesti quotidiani, che hanno al centro la cura delle api e la lavorazione del miele, viene spezzata dall’irruzione della fata bianca della trasmissione a premi di una tv locale - Le meraviglie del titolo - e dall’arrivo di un’adolescente tedesco con precedenti penali, loro affidato per un programma di reinserimento, sempre silenzioso. Attraverso questo espediente narrativo Rohrwacher cambia il passo alla vita dei suoi personaggi e sedimenta in sottotraccia la percezione delle contraddizioni che marcano le loro vite. Quelle degli adulti, che sono per tutti diverse da come avrebbero potuto/voluto essere, segnate da valori e ideali rinsecchiti dalla Storia. Quelle degli adolescenti in cerca di una strada, di una libertà che quella sorta di riedizione di una comune degli anni ’60 non può garantire loro, bisognosi di mettere a fuoco affetti e sentimenti. Abitanti di un territorio in subordinazione a una cultura contadina in via di disfacimento, alle prescrizioni imposte dalle multinazionali, alle leggi del dio Mercato, alle spinte verso la riconversione turistica.

Lo sguardo è lieve, l’approccio delicato, il giudizio assente. Al centro la primogenita Gelsomina, vero capofamiglia, giovane esordiente di rara intensità. Lei è il figlio maschio che suo padre voleva, lei discretamente governa, controlla e decide. Può far bere alla sorellina un fascio di luce, può decidere se è il momento del gioco. Purché avvenga di nascosto. E’ il passo verso la modernità, sia che questa assuma l’aspetto ingannevole della fata televisiva, sia quello umanamente concreto di un piccolo uomo: il primo essere maschile che non sia il suo babbo. Sta nascendo finalmente alla vita sulle ceneri delle utopie, dei desideri, delle ideologie. Sta scoprendo la ribellione. I mugugni e le perplessità della proiezione di Cannes sono stati spazzati via dal premio e dall'abitudine tutta nostrana di saltare sul carro del vincitore. A Rohrwacher l’augurio di continuare su questa strada, con i complimenti per aver reso Bellucci attrice recitante, oscurando la sua migliore interpretazione a oggi: il controverso Dobermann (1997), in cui impersonava una bella e aggressiva zingara. Muta.

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Le Meraviglie Trailer