Municipi del conflitto e federazioni dei ribelli

Alcune note in vista dell'incontro con Luigi de Magistris allo Sherwood festival di Padova - centri sociali del Nord-Est

11 / 7 / 2016

Luigi de Magistris, sindaco di Napoli, sarà ospite, giovedì 14 luglio, allo Sherwood Festival di Padova. Pubblichiamo una breve riflessione che vorremmo proporre come punto di partenza del dialogo con De Magistris e Eleonora de Majo, compagna eletta con oltre duemila preferenze nel consiglio comunale partenopeo.

Prima di tutto vogliamo esplicitare che chi si aspetterà toni trionfalistici resterà deluso. Abbiamo già espresso altrove il nostro interesse per l'anomalia napoletana, ne abbiamo riconosciuto la potenzialità, consapevoli del suo status di singolarità, cioè di esperienza irriducibile a quel discorso che con linearità disarmante ha recentemente individuato la priorità nella verticalizzazione delle lotte. Un discorso che ha confermato la sua inconsistenza proprio a partire dalla presa sulle città, nell'ultima tornata amministrativa, dove la versione municipalista di Sinistra Italiana ha raccolto consensi insignificanti. Anche su questo punto, essendoci ampiamente espressi, non ci dilunghiamo.

Evitiamo dunque l'equivoco di chi ha approcciato la dimensione amministrativa a partire dall'entusiasmo per la presa del potere, mutuando le retoriche iberiche, sviluppate (in particolare sul piano municipale) attraverso un solido legame con prassi di democrazia diretta, trasformandole in vuota propaganda.

Non siamo personaggi in cerca d'autore, l'incontro con Luigi de Magistris si situa per noi in un più ampio orizzonte di interlocuzione con soggetti molto diversi tra loro, una ricerca che vuole superare lo stallo dello scontro paralizzante tra autonomia del politico e autonomia della dimensione sociale. La complessità del presente ci impone invece di costruire dispositivi inediti di organizzazione e, in questo senso, è chiaro che la dimensione municipale mantiene intatta la sua natura di laboratorio possibile.

Per primi i movimenti del Nord Est, alla metà degli anni '90, hanno scandalizzato l'ortodossia antagonista intervenendo su quelli che erano stati definiti i nessi amministrativi. Altri tempi - è giusto dirlo - in cui in alcune città è stato possibile implementare politiche sociali all'avanguardia, creare dispositivi di redistribuzione sociale di ricchezza (di cui gli enti locali disponevano) e costruire un clima favorevole allo sviluppo dei movimenti autonomi. Oggi siamo consapevoli che quella fase fa parte del passato, per almeno due motivi. Prima di tutto per una difficoltà oggettiva: le amministrazioni sono oggi notoriamente diventate l'ultimo anello della catena dell'austerità, esattori del territorio, sotto ricatto del patto di stabilità. Secondo perché, qui c'è indubbiamente un elemento di autocritica di cui dobbiamo fare tesoro, una presenza dei movimenti nelle istituzioni, nata per favorire il conflitto, per mettere in crisi un modello di governance liberale dei territori, non può con il tempo deviare verso una forma di autonomia del politico che sancisca un rovesciamento in cui la tattica della presenza istituzionale prevalga sulla strategia della trasformazione radicale dei rapporti sociali.

Perciò nel dialogo con Luigi De Magistris non avremo lo sguardo rivolto all'indietro. Al contrario, vorremmo interrogarci assieme a lui sull'attualità del municipalismo.

E' assolutamente scontato ricordare la centralità della forma-città nello scacchiere globale. Da quando si discute di globalizzazione la dimensione urbana ha rappresentato uno spazio in cui immaginare nuove forme di governo tra la crisi dello stato nazione e l'affermazione del potere imperiale.

Nella tradizione del municipalismo, i governi cittadini rimangono, anche oggi, possibili nodi di opposizione alle politiche neoliberali dei governi centrali. A Napoli possiamo naturalmente citare la divergenza totale di opinione tra il sindaco e il primo ministro Matteo Renzi in merito alla questione del commissariamento di Bagnoli.

E' chiaro, come è accaduto a Barcellona, che è ancora possibile, se non necessario, rinverdire i fasti del municipalismo quale spinta verso l'adozione di strumenti assembleari e di democrazia diretta, dove il governo funzioni su un piano di condivisione tra cittadini, movimenti e rappresentanza. Se è possibile immaginare una rivoluzione del governo che trasformi le proprie istituzioni in istituzioni del comune, è possibile farlo prima di tutto a partire dal piano locale; o almeno così sembrerebbe indicare la ricca storia municipalista italiana, dall'alto Medioevo fino alle esperienze di mutualismo socialista e comunista del Novecento. Non è nemmeno secondario - e questo lo sa bene la giunta a Napoli che ha concesso la cittadinanza onoraria a Ocalan - che la svolta politica alla base del Confederalismo Democratico (sistema di autogoverno non statuale applicato nella regione curda del Rojava) derivi dalla frequentazione del leader curdo con la teoria del municipalismo democratico di Murray Bookchin.

Dunque, se il municipalismo rimane un territorio di possibile sperimentazione, ci sono alcune annotazioni che ci piacerebbe formulare in vista di giovedì:

  1. 1.Municipalismo è un termine che allude ad un set di pratiche che non si riduce mai alla delega, alla presa del potere, alla rappresentanza. La vicenda storica del municipalismo italiano, quel movimento di liberazione dai vincoli feudali (dunque dal centralismo imperiale), nasceva prima di tutto grazie alla coniuratio, un patto volontario, siglato a livello locale, tra quei soggetti precedentemente esclusi dalla gestione della cosa pubblica. Questo patto sanciva di fatto un sistema di governo parallelo a quello istituzionale (certamente nell'alto medioevo l'efficacia di tale governo-ombra era favorita dal disfacimento della struttura imperiale). Nel discorso neomunicipalista, nato in seno all'altermondialismo, la coniuratio prefigurava un aspetto che rimane attuale. Municipalismo non si dà esclusivamente laddove si sia arrivati al governo della città. E' invece fondamentale riconoscere la centralità dei Contro Municipi, ovvero di quelle reti di movimento, di quei comitati, di quelle esperienza di nuova istituzionalità e di quei cantieri sociali in grado di mettere in campo pratiche costituenti anche in presenza di una governance ostile. Inoltre, il riconoscimento di questi Contro Municipi garantisce di costruire un rapporto con forze effettivamente rappresentative della vivacità sociale di un territorio e non con il ceto politico residuale che pretenderebbe di rappresentarli, senza averne alcuna legittimità. Infine giova richiamare il nesso storico tra municipalismo e conflitto. Infatti, la stagione del municipalismo medievale non si sarebbe data senza il protagonismo delle rivolte popolari. Questo legame per noi non è caduto.

  2. 2.Il Municipalismo non può rinchiudersi nel localismo. Il richiamo alla polis come dimensione del buon incontro è un'aspirazione nostalgica destinata al fallimento. Le pratiche di prossimità, i sistemi alternativi di gestione delle economie locali devono accompagnarsi ad una critica complessiva della gestione neoliberale dello spazio. Le zone extra-ordinem che nel municipio possono potenzialmente svilupparsi, devono costituire reti diffuse sul piano nazionale e internazionale. Va quindi superata una logica di enclave che finirebbero per essere riassorbite nei meccanismi capitalistici di estrazione di valore e di finaziarizzazione. Le enclave, piuttosto, devono organizzarsi in connessione e aspirare a produrre egemonia.

  3. 3.Eccoci dunque al tema della federazione. Oggi, soprattutto a seguito delle vittorie municipaliste di Barcellona e Madrid (ma anche di quella di Napoli), si torna a parlare di “città ribelli”, di “città del cambiamento”, insomma della possibilità di creare una federazione di città europee. Bene. Come avviene questo processo? Questo ci pare un tema dirimente. Non è possibile essere assembleari, orizzontali, ibridi in città e poi produrre un dispositivo di autonomia del politico sul piano europeo. Un conto è un think tank continentale che riunisca sindaci, assessori, ricercatori e ONG, un conto è invece costruire la rete europea delle città e dei territori ribelli. Con uno slogan potremmo dire che la seconda opzione funziona nella misura in cui il salto di scala, fondamentale, lo compiano i ribelli e non solo i loro temporanei rappresentanti. Come fanno, dunque, quelle forze sociali irrapresentabili, non rappresentate o prive di interlocuzione con il governo cittadino a contribuire alla federazione? Qui non è in gioco una quota di visibilità, piuttosto la capacità di concatenare piani di intervento: quello della mobilitazione e quello del governo che ovviamente non sempre coincidono.

Se, negli ultimi due anni, il modello organizzativo di Agire nella crisi è stato quello della federazione delle autonomie, è ovvio che il municipalismo rappresenta un orizzonte di estremo interesse, a patto che il termine non diventi terreno di colonizzazione per chi pensa oggi al movimento come ad un progressivo e lineare percorso a tappe della presa del potere, dal locale al globale.

Siamo fiduciosi che, assieme a Luigi de Magistris, alle compagne e ai compagni presenti all'incontro di giovedì prossimo, sapremo restituire al termine municipalismo tutta la carica di una parola che ha incarnato un radicale desiderio di democrazia.

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