Network clandestini nell’era del Web 2.0

di Geert Lovink*

2 / 11 / 2010

“Occuparsi della luce, nella più oscura delle ore”. - Johan Sjerpstra

“I giorni in cui avevi un’immagine differente per i tuoi amici di lavoro e per i tuoi collaboratori e una per le altre persone che conosci probabilmente finiranno presto… Avere due identità per te stesso è un esempio di mancanza di integrità”. – Mark Zuckerberg

La questione dei siti di social networking negli ambiti artistici e di movimento è strategica e tocca alcuni temi chiave, dall’organizzazione interna all’articolazione di campagne di comunicazione e design. Ciò che sembra solo un altro livello di idiozia sociale sembra reclamare risposte di principio. Il panico morale condanna il web 2.0 come pubblicità (“Disarmiamo gli spacciatori!”). La frangia monofunzionale invoca la pubblica condanna della mania mainstream per i gadget più recenti e per le killer apps, le applicazioni di successo. Facebook ci sta friggendo il cervello e rovina le prospettive di successo negli studi (se mai ve ne sono state). Tale critica affrettata dell’ideologia ci impedisce di fare analisi accurate. I social media stanno invadendo tutti gli aspetti della vita.  E’ un fatto. Dal tradizionale punto di vista ‘underground’, controculturale e/o clandestino che dir si voglia, sarebbe inconcepibile utilizzare Facebook o Twitter. Secondo la propria autopercezione il guerrigliero nei barrios comunica “faccia a faccia”, come disse un tempo Hakim Bey. Ma l’incasinata realtà attuale ci insegna qualcos’altro: avete provato a non usare google per una settimana? Come altri hanno già sperimentato, è un test che siete destinati a cannare.

L’underground estremo non può più permettersi di sognare uno stato di invisibilità perché è soggetto alla stessa tecno sorveglianza a cui soggiacciono tutti. Sottoculture deboli rispondono creando allegramente siti, gruppi e canali nella speranza di essere lasciate in pace come comunità. Ed effettivamente può esserci molta quiete in una Coda Lunga. Ma nemmeno sperimentare i più recenti manufatti culturali che le masse non hanno ancora scoperto fa ancora tendenza. Non c’è avanguardia al di fuori del regno del marketing. Abbiamo tutti compreso le sacre leggi del ‘cool’, quindi come potremmo ora sbarazzarcene del tutto? Non basta distruggere ciò che nella società è ‘cool’. E’ possibile ignorare un iProdotto? I social media promettono connessioni non mediate e dirette tra le persone, ed è questa energia utopica che ci trascina a qualche forma di accordo con i grandi media proprietari delle corporation. Invece di limitarsi alla semplice chiamata al rifiuto di tali tecnologie una volta per sempre, che cosa andrebbe dunque fatto?

I social media stanno giocando un ruolo sempre più importante nella ‘organizzazione dell’informazione’. Inizialmente messo da parte come un qualsiasi indirizzario online che genera significati attraverso la chiacchiera informale tra ‘amici’, il Web 2.0 è ora una fonte primaria di informazioni per milioni di persone. Ciò a sua volta condiziona il modo in cui trasformiamo le notizie in questioni sulle quali intendiamo agire. Dove sta l’urgenza? Il giornalismo ufficiale versa in una crisi epocale, ma noi delegheremmo veramente il nostro bisogno quotidiano di una ‘visione sul mondo’ a una nube diffusa di blogs, tweets e email? Non per ora almeno. In questo senso Jurgen Habermas ha ancora ragione. Nel breve periodo i social media restano supplementari, fonti secondarie di informazione che primariamente generano contesti interpersonali. Da una prospettiva di 'economia dell’attenzione' frammentano il discorso pubblico centralizzato, quello organizzato dai media a stampa e a trasmissione radiotelevisiva. Ma sul lungo periodo la percezione della natura costitutiva delle ‘notizie’ diventerà meno rilevante.

L'uso attuale del Web 2.0 è ciò che importa, non come gli opinionisti del web e gli editorialisti strutturano gli argomenti del giorno. Ciò che pensiamo stia ‘accadendo’ è la conseguenza della riconfigurazione del sociale a favore di ambiti informali, un’ecologia mediatica in cui controlliamo costantemente cosa sta succedendo. L'erosione dei media ufficiali renderà solo più difficile definire cosa sia veramente ‘underground’. Nascondersi nella abitudine dell’abbandono è, ed è sempre stata un’opzione ma, nel declino del Pop, è diventato secondario e decisamente meno sexy sopravvivere nella periferia. Le tecniche ricombinatorie di mashup e di riappropriazione hanno esaurito sé stesse. Le rovine dell'era industriale sono state nuovamente colonizzate e trasformate in valore immobiliare. L'occupazione di uffici vuoti, simboli dell’era postindustriale, deve ancora decollare e probabilmente questo non accadrà mai a causa delle dure regole e dei regimi di sorveglianza. Nulla viene lasciato indietro. Lo stesso spazio abbandonato è diventato scarso, se si esclude il deserto.

La scarsità di spazio urbano ci spinge ulteriormente nella Rete. Questo fatto sociale di per sé stesso ci mette di fronte al problema del Web 2.0. Abbiamo bisogno di pensare ad una separazione più netta tra organizzazione interna e comunicazione esterna. Per colpa della mancanza di privacy e dell’incremento nel controllo, la protesta (militante) non può fare affidamento sui dispositivi elettronici, soprattutto nelle fasi iniziali e nei momenti decisivi di azioni socio-culturali. Questo è un problema grave tanto quanto l’uso delle email come mezzo di mobilitazione e dibattito interno. Si  è tentati dall'usare i telefoni cellulari per le strade coordinando le azioni. Saper disattivare questi strumenti nel momento giusto è un arte, paragonabile al settimo senso che bisogna evolvere per localizzare le videocamere di sorveglianza attive. E' probabile che l'attivismo debba, ancora una volta, diventare iperlocale e offline al fine di colpire i suoi bersagli in maniera efficace. Questo può essere il caso persino delle strutture delle ONG più grandi.

Dopo lo ‘slow-food’,  gli ecomarketers hanno scoperto la ‘slow communication’. Avremo prima o poi bar o locali privi di wi-fi nel nome di uno stile di vita rilassato? Non prendiamo questa strada. Mettersi offline non dovrebbe essere promosso come un credo. La comunicazione non è una religione, a meno che voi non abbiate scommesso tutto sull'implosione di tutte le istituzioni. La necessità di mobilitazione nelle lotte deve essere distinta dalle tendenze ecologiche sul genere dei mercati di agricoltori che offrono prodotti locali. Dopo che Facebook ha cambiato per l'ennesisma volta le impostazioni della privacy, Mary Joyce di DigiActive ha suggerito ai propri compagni di smettere di seguire digitalmente i propri fratelli attivisti, di ‘rimuoverne l’amicizia’ e lasciare qualsiasi gruppo politico di cui fossero membri su Facebook: “Cancellare ogni status politico, ogni nota e link e non aggiungerne di nuovi, rimuovere qualsiasi ‘tag’ dalle proprie foto mentre si prende parte ad attività politiche o in presenza di attivisti conosciuti, eliminare ogni connessione che ti colleghi a idee, organizzazioni e persone politicamente pericolose." (10 Dicembre 2009). Questo è un problema che viene preso molto sul serio nel lavoro di Danah Boyd che mette costantemente in guardia sulle questioni legate alla privacy nei siti di social networking.

Le strategie Luddiste offline possono diventare reali solo se vengono praticate collettivamente, dopo aver preso le distanze da uno stile di vita atomizzato. DigiActive continua: “Gli attivisti devono creare profili separati anonimi per le loro attività politiche, che non contengano accurate informazioni personali e siano completamente disconnessi dai loro veri amici, da affiliazioni o località. In alcuni casi può essere sensato creare dei profili usa e getta, come del resto molti attivisti usano telefoni usa e getta: creare un account falso per fare un azione sensibile e quindi non usarlo mai più. Cosi da fare in modo che un singolo indirizzo IP sia direttamente connesso al tuo solito account, e al quale dovresti accedere ogni volta da computer pubblici diversi situati negli internet point o nei cybercafè e mai dal tuo computer di casa." Questa è la conoscenza del futuro, fino ad ora condivisa solo da pochi.

In una discussione con Clay Shirky, Evgeny Morozov afferma: "Credo che un movimento di protesta di massa abbia bisogno di un leader carismatico come Sacharov, per sviluppare realmente il suo potenziale. Temo che l'era di twitter non producerà un nuovo Sacharov". I nuovi media decostruiscono attivamente, disassemblano, smontano, descolarizzano, frammentano e decompongono. Il computer in rete in questo senso è una macchina da guerra fredda postmoderna. Immobilizza. Le masse a cui faceva riferimento la ‘vecchia scuola’ erano solite delegare i loro desideri e proiettarli su un capo carismatico. Finora abbiamo cercato invano un modo per ricomporre le masse. Ciò che Morozov suggerisce comincia dalla parte opposta: non ci saranno masse fino a quando noi saboteremo innanzitutto la produzione di leaders. Invece di creare contropotere, abbiamo smantellato il potere. Ciò significa che abbiamo raggiunto l'età foucaultiana.

Una fase chiave dei movimenti sociali è il contatto iniziale tra unità apparentemente autonome. Chiamiamolo l'’erotica del contatto’. Avete mai sperimentato la metamorfosi di 'connessioni deboli' in trasformazione verso legami rivoluzionari? E’ difficile immaginare che questa eccitante fase possa essere eliminata dall'equazione digitale. Creare nuove connessioni è essenziale nel processo artistico-politico. E’ il momento del ‘cambiamento’, il momento in cui il deserto del consenso si trasforma in un oasi fiorente. Michael Hardt e Antonio Negri affermano: "Il tipo di transizione con cui stiamo lavorando richiede crescente autonomia sia dal controllo pubblico che privato; la metamorfosi dei soggetti sociali attraverso l’apprendimento nella cooperazione, nella comunicazione e nell’organizzazione di incontri sociali; e quindi una progressiva accumulazione del comune"(Hardt-Negri, Commonwealth). Non è nient’altro che la scienza della rivoluzione: lo scopo finale degli studi sull'organizzazione, e il suo caso di studio 'underground’.

Leggere correttamente lo spirito del tempo non basta. Abbiamo bisogno di sperimentare nuove forme di organizzazione. Questo è ciò che rende la lettura di Zizek, Badiou e altri rivoluzionari accademici insoddisfacente. Le loro ricette sono chiaramente retro-leniniste nella retorica e mancano di curiosità per le forme contemporanee di organizzazione. Il web 2.0 mette le carte in tavola su come organizzare il dissenso nell'era digitale. Come fanno oggigiorno i movimenti sociali a farne parte? Se non c'è nulla da nascondere dovremmo adottare un modello di ‘cospirazione aperta’? I movimenti crescono dai ‘cristalli di massa’ di cui parlò Elias Canetti nel suo libro più letto, "Massa e potere", ovvero dai piccoli gruppi che sapevano come attirare la folla nelle strade e nelle piazze? E’ per questo che restiamo così affascinati dalla ‘comunicazione virale’? Fino ad ora la curiosità è stata principalmente per l’aspetto emulativo insito nel 'divenire virali'. Ma chi decide i contenuti di cos'è virale? I network organizzati diventeranno i ‘cristalli’ del XXI secolo?

*pubblicato per la ‘Underground Special Issue’ della rivista australiana d’arte ‘Artlink’.

L’articolo originale si trova sul blog di Geert Lovink nel sito dell'Institute of Network Cultures

Tradotto utilizzando la funzione Note di Facebook da Cristiano Doni, Guillaume LaBerge e Elena Nìnà Sauvage. 

Bookmark and Share