Oef *21 - Una pandemia molte crisi. Il report del dibattito

L’edizione di quest’anno - per la prima volta a settembre e non in contemporanea con il festival dell’Economia di Trento - più breve, ma non meno incisiva, vuole immaginare AltriMondi Possibili. Dal 10 al 12 settembre al parco Santa Chiara di Trento.

12 / 9 / 2021

Un’edizione diversa, ma non per questa meno coraggiosa. L’OltrEconomia Festival ritorna a settembre dopo due anni dall’edizione che l’ha preceduta. 

Oggi, dopo un sofferto stop, l’OltrEconomia ha deciso di esserci, di ritrovarsi nuovamente e fisicamente facendo quello che sa fare meglio, quello per cui è nato: l’essere spazio di crescita e immaginazione collettiva, per costruire insieme altri mondi possibili, non a caso il titolo di questa nuova edizione e che quest’anno viene dedicata ad Agitu Ideo che tante volte ha attraversato lo spazio del festival a volte con il suo banchetto a vendere formaggi ma ancor più spesso sul palco, a parlare delle lotte necessarie. Oggi ad OltrEconomia c’è una comunità altra che si interroga, che si ritrova per volontà ma in primis per necessità, quella di ricucire esistenze frammentate e sanare ferite ancora da rimarginare.

Abbiamo il dovere, ricorda Francesca Caprini di Yaku, e il bisogno di riorganizzarci e capire insieme come andare avanti, tra le macerie di una pandemia che non nasce dal nulla ma che, come una grande lente di ingrandimento, ci fa vedere quelle contraddizioni e quei conflitti che da anni i movimenti di tutto il mondo vogliono combattere alla strenua ricerca di una cura, che non è e non sarà mai quella prodotta dai governi ancora una volta piegati alle logiche di mercato. È una cura collettiva, transfemminista e anticapitalista che si oppone alle molte crisi generate da una sola pandemia, che con il tempo abbiamo cominciato a chiamare sindemia, la più appropriata tra le definizioni per un virus che solo all’apparenza si colpiva tutti e tutte allo stesso modo.

Niente di nuovo

Mettere in discussione l’economia, il pilastro su cui si fonda la società neoliberista, partendo proprio dalla pandemia di Coronavirus. Vittorio Agnoletto entra così, con due piedi, sul terreno dell’avversario, partendo da una tragedia dai numeri impressionanti, soprattutto nel nostro paese e ancor di più nella sua regione di provenienza, la Lombardia, che se fosse diventata una nazione a sé come tanto auspicava Bossi, allora in quel caso sarebbe stata al secondo posto in tutto per il numero di morti causati dal Covid in rapporto ai suoi abitanti, circa 300 ogni 100mila, seconda solo al Perù. I media negli scorsi mesi hanno spesso portato l’attenzione sugli effetti della pandemia in India, uno stato che conta una popolazione ventitre volte superiore a quella italiana ma che, nonostante questo, conta solo il triplo dei decessi rispetto al nostro stato. E si chiede come mai, Agnoletto, una delle economie più forti, uno dei paesi più industrializzati al mondo stia pagando un tributo così alto. “Io credo - sottolinea il medico e attivista -  che ci stiamo trovando di fronte a un combinato disposto tra azione del virus ad azione, insipienza, ignoranza e non azione di chi ha responsabilità nella gestione della salute pubblica, tanto a livello locale quanto a livello nazionale”.

E come spiegare altrimenti questi numeri? Rispetto a quanto accaduto non ci troviamo di fronte a nulla di nuovo. Non potevamo sapere quando, come e da dove sarebbe arrivato quel che è arrivato nel 2020 ma che il mondo stesse correndo verso il precipizio, quello sì che lo sapevamo: lo si stava gridando ancora a Genova, vent’anni fa, così come al Forum sociale mondiale di Porto Alegre. In quell'occasione Susan George, presidente di Attac France metteva in guardia sul fatto che se la finanza speculativa avesse continuato a dominare l’economia reale, l’Europa sarebbe andata incontro a una crisi economico sociale nei prossimi senza precedenti. E così è stato, dal 2007 al 2009, e senza nemmeno riprendersi del tutto. E sempre in quel momento intervenne Walden Bello, sociologo e leader di uno dei più importanti movimenti ecologisti filippini che diceva che se quello di sviluppo andrà avanti, sfruttando ogni centimetro quadrato del pianeta allora andremo incontro a crisi climatiche sfoceranno nella scomparsa di alcune terre, sommerse dal livello del mare e costringendo intere popolazioni ad emigrare altrove.

E qui si colloca la pandemia, l’ennesima conseguenza di un modello di sviluppo che opera attraverso schemi ben precisi: la deforestazione massiva, gli allevamenti intensivi causano l’abbattimento delle barriere tra specie favorendo la zoonosi, il salto di un agente infettivo che passa da animali a essere umani, una delle tante conseguenze di un sistema energivoro che sfrutta ogni millimetro di superficie capitalizzabile. E nemmeno qui nulla di nuovo, la storia dell’essere umano è stata scandita dalle pandemie ma quanto rilevato negli ultimi anni è il progressivo assottigliamento della distanza tra l’una e l’altra. E così sarà ancora e ancora fino a che permarrà tale modello di sviluppo che non è ancora stato messo in discussione.

Il laboratorio lombardo verso lo smantellamento del sistema sanitario nazionale

In Italia, e in particolare nella ricca Lombardia, il Sistema sanitario viene presentato come un’eccellenza. E allora perchè si è fatto prendere così alla sprovvista? La risposta è presto detta. Il 40% dei fondi pubblici in ambito sanitario vengono destinati ai privati che come in qualsiasi altro ambito, anche in quello sanitario puntano al profitto. E per generare il profitto si necessitano di malati e malattie. La prevenzione sparisce, diventando non solo un’opzione poco conveniente ma una vera e propria antagonista. Il problema si fa drammatico quando è proprio il pubblico a comportarsi come il privato gestendo con logiche rasentanti il limite dell'assurdo e remando in direzione opposta alle proprie finalità, ovvero mantenere le persone in salute così da generare risparmio sulle stesse casse nazionali. Ma quello che invece accade è che la prevenzione sia destinataria del solo 3% dei già pochi fondi riservati alla sanità. Non esiste, va detto, sistema ospedaliero in grado di reggere da solo una pandemia ma ecco che quando la sanità territoriale viene smantellata in favore del guadagno privato l’onda non può fare altro che travolgerci in pieno.

Se guardiamo al futuro è necessario puntare a un sistema sanitario che sia davvero universale, sostenuto dalla fiscalità generale in termini proporzionali, che garantisca l’accesso a tutte e tutti senza ticket e che investa sulla medicina territoriale preventiva.

Se poi invece guardiamo a come verranno distribuiti i primi fondi europei, in cui la parte destinata alla sanità è già esigua, si parla di costruzione di nuovi hub ospedalieri e sviluppo di nuove tecnologie: “Non è questa la priorità in una situazione pandemica”, ribadisce Agnoletto.

Disuguaglianze endemiche

Tornare a parlare di sindemia, un termine di certo non nuovo ma che si sposa bene con il portato della situazione attuale: c’è un virus, una gestione politica ma c’è anche e soprattutto una condizione di povertà, le cosiddette determinanti sociali, che pesano in maniera prepotente sulle ripercussioni sanitarie.

Quanto accaduto durante le riunioni del G20 si possono sintetizzare con le parole di Don Luigi Ciotti, “La guerra non si dichiara solo con le armi”, la decisione di non approvare la proposta avanzata da India e Sudafrica, appoggiata da cento paesi e sostenuta dai movimenti e dalla società civile di tutto il mondo, a proposito di una moratoria della durata di tre anni sui vaccini, farmaci, diagnostica e know- how dei vaccini, una posizione scellerata che equivale a condannare a morte milioni di persone del Sud del mondo. Dieci paesi, tra cui il nostro, ha acquistato il 75% dei vaccini prodotti su scala mondiale e ora gli stessi paese motivano la propria scelta parlando di donazione ma l’elemosina non potrà mai sostituire i diritti. Vaccinare è utile, fondamentale ma se non si intraprende una seria campagna di vaccinazione globale corriamo il rischio di fare arrivare varianti che nessuno di noi conosce ma su cui le grandi case farmaceutiche potranno sperimentare e generare ancora profitti. Sul terzo richiamo ci sono ancora troppi punti di domanda dal punto di vista sanitario, ci vacciniamo tutte e tutti contro la variante delta e se poi ne arriva un’altra? Il punto non è più che qualcuno sta lucrando su una pandemia che tutti vogliono sradicare ma il punto è proprio che c’è chi questa pandemia non la vuole eliminare affatto allo scopo di renderla endemica. È necessario far approvare la proposta di moratoria, desecretare gli accordi con le grandi case farmaceutiche fatte a nome nostro e con i nostri soldi.

Solo per una casuale fuga di notizie si è scoperto che in Argentina l’azienda Pfizer ha chiesto che venisse impegnata la Banca Centrale come garanzia in caso di richieste di risarcimento per possibili reazioni, in altri paesi dell’America Latina si parlava di altre infrastrutture pubbliche, come porti nazionali. Eppure la maggior parte dei finanziamenti grazie ai quali il vaccino è stato sviluppato provengono dalle casse pubbliche, il solo Astrazeneca per esempio ne ha ricevuti il 97,2% del totale ma, nonostante questi, i guadagni restano tutti concentrati in mano alle aziende senza alcun principio di redistribuzione.

La pandemia non può essere la scusa per smantellare il welfare

È necessario puntare alla costruzione di un'azienda farmaceutica pubblica a dimensione europea: i costi dei farmaci, dei vaccini sarebbero abbattuti e si potrebbero ultimare studi  sulle malattie dimenticate, quelle che colpiscono i poveri e dove le aziende non investono perché non generano profitti. La stessa modalità di condurre ricerca sarebbe diversa. 

I vaccini che stanno facendo sono stati sperimentati per determinare l'efficacia nel passaggio dall’infezione alla malattia conclamata, ovvero ricovero e decesso. Ma sin da subito la politica ha cominciato a parlare, sbagliando, di immunità di gregge e efficacia sulla trasmissione. I vaccini sono importantissimi, ribadisce Agnoletto che proprio in questo periodo sta coordinando una campagna per il diritto universale al vaccino, ma è necessario dire la verità anche per non dare adito alle frange più convinte dei movimenti antivaccinisti che, vedendo che i contagi non si placano, dicono che il vaccino non serve. Ma la fretta di andare sul mercato era troppa e non c’era il tempo di spiegare e per questo si è preferito mischiare il concetto di evoluzione sintomatica con quello di trasmissione. 

La base sociale della sinistra e in generale di chi sta in basso si sta spaccando. Siamo messi gli uni contro gli altri, la discussione si riduce a “”Green Pass sì, Green Pass no”, con toni di scontro inaccettabili. Si leggono editoriali, dichiarazioni di politici che si dichiarano a sinistra, gli stessi che pochi giorni prima rendevano omaggio a Gino Strada,  in cui si afferma che se se non ti vaccini dovrai pagarti le cure in caso di malattia. Quale sarà il prossimo passo? Togliere il diritto alla salute ai fumatori? Ai tossicodipendenti? La cura è e dovrà rimanere per tutte e tutti, non dipende e non dovrà dipendere dall’analisi dei comportamenti individuali. “Non accetto - conclude il suo intervento Agnoletto - che una pandemia venga usata per togliere il diritto universale alla salute. Voi siete la malattia, noi saremo la Cura”.

Genere e pandemia

La retorica del virus democratico è tramontata dopo poco, riprende Barbara Poggio, le asimmetrie analizzate sono notevoli e mettono in luce il fatto portali all’estremo squilibri che ci sono sempre stati. Il Virus ha contagiato molte più donne perché sono le donne ad essere più esposte in quei settori professionali a contatto con le persone, dai malati alle casse del supermercato. Allo stesso tempo la pandemia di è abbattuta sul mercato del lavoro con un divario di genere abissale. In Italia, su 101 mila nuove disoccupazioni 90 mila hanno riguardato il settore femminile.

E chi non ha perso il lavoro ha dovuto interfacciarsi con lo smart working, un termine fuorviante e scorretto in quanto fa riferimento a un lavoro svolto per tutta la settimana senza strumenti, formazioni e garanzie adeguate e spesso nemmeno lo spazio per poter lavorare, vista la presenza dei figli in DAD.

Durante le fasi più acute del lockdown, si è visto un aumento esponenziale della violenza domestica, con persone costrette chiuse in casa con i propri abusanti e, allo stempo, un attacco ai diritti riproduttivi e non riproduttivi, con limitazioni ai servizi propedeutici al parto e, soprattutto, all'interruzione volontaria di gravidanza. In altre parole, utilizzare la scusa del Covid-19 per tornare indietro sui diritti acquisiti

Chi ha gestito la pandemia in Italia?

Nel contesto di governo della crisi sono sorti immediatamente comitati, task forces, gruppi decisionali composti da numerosi soggetti impiegati ad affrontare i diversi aspetti sanitari e logistici. La maggior parte di essere erano composte da uomini e per tutta risposta il ministero delle pari opportunità ha creato una task force composta da sole donne, con competenze vaghe e che hanno scoperchiato ancora una volta la retorica che le donne possono occuparsi solo di donne e non di problemi che coinvolgono la società in tutte le sue sfaccettature. Eppure esistono molte competenze femminili, molte dei gruppi coordinati dai vaccini sono coordinati da donne ma nella sfera del tecnicismo la loro presenza sparisce. 

In Virus Veritas

Per l’economista Monica di Sisto “In Virus Veritas”, perchè la pandemia ci ha fatto scoprire per quello che siamo e che pensavamo di non essere. Il Covid-19 ci lascia con 205 milioni di persone a fine 2022 senza lavoro ma prima erano 187 milioni. E su questo la tecnologia non c’entea a margine di un dibattito tenutosi a Bruxelles un lobbista delle miniere affermava freddamente che la meccanizzazione non era conveniente e non serviva fino a che c’erano bambini disposti a lavorare per pochi dollari al giorno. E quello che ci sembra distante in realtà si sta avvicinando sempre più, oramai sempre più bambini, spesso di prima e seconda generazione vengano sfruttati nei campi e nei mercati rionali a portare cassette su cassette. 

Questo tipo di economia non nasce dal nulla. Su Genova un celebre economista ha detto che “I ragazzi di allora avevano ragione” molti però non erano ragazzi ma anche professionisti, attivisti e militanti che hanno messo a disposizione le proprie competenze assieme a quei ragazzi per il bene di tutte e tutti, non per le proprie carriere. “Portare la nostra versione dell’economia significava perseguire il collettivo - continua Di Sisto -. Non ci hanno ascoltato e adesso non ci va bene che si dica che quei avevano ragione proprio perché non erano ragazzi, ma donne e uomini che cercavano di capire, anche con quei ragazzi, come ottenere quei cambiamenti”. 

La ricetta per la catastrofe

Se prendiamo il Pil italiano, il 13% è passato da reddito da lavoro a reddito di capitale, significa che ci sono stati sfilati dalla tasca per andare a comporre quella ricchezza finanziarizzata e gonfiata rispetto la consistenza reale. Quel mondo liscio, globalizzato che i Governi volevano assolutamente deregolamentato e animato da trattati contro i quali ci siamo opposti negli anni è andato a costruire la ricetta perfetta per la catastrofe. Il debito pubblico del nostro paese entro il 2023 deve ridursi dal 12% al 4%, così dice il DEF, nero su bianco. Non è vero che l’Europa ha smesso di considerare il perimetro del debito pubblico dei paese membri come qualcosa di secondario o successivo rispetto la salute pubblica, chi dice il contrario mente perché i documenti statali dicono il contrario.

“In questa pandemia sono spariti i nostri corpi - prosegue - e che i grandi fanno finta di niente. Se non ritorniamo fisicamente a contrapporci continueremo a non essere visti. Questa parola, questa fisicità, questa presenza va riconquistata e non può essere delegata. Dobbiamo essere come siamo perché la forza di una piazza è la forza di chi la compone. Una politica senza popolo non esiste, è schiava è orientabile. DObbiamo insorgere come dice la GKN di Firenze. Non sono questi i momenti in cui rimanere assieme. Facciamolo assieme, in tanti, in sicurezza. Ma facciamolo e facciamoci vedere. Insorgiamo”.

Il video completo del dibattito

** Pic Credit: Pietro Cappelletti

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