Padova, Cso Pedro 24.04 - Dibattito "Io ero quella notte alla Diaz. Io ci rientrerei mille e mille volte"

Dalle testimonianze degli abusi di polizia a Genova al reato di tortura

19 / 4 / 2015

Il C.S.O. Pedro presenta questo dibattito all'interno della campagna "La libertà non si misura" venerdì 24 aprile alle ore 20.00 Interverranno:

Avvocato Aurora D'Agostino

Arnaldo Cestaro (testimone diretto dei fatti alla Scuola Diaz, da Vicenza; autore del ricorso alla Corte Europea dei Diritti Umani)

Stefania Galante (testimone diretta padovana dei fatti alla Scuola Diaz)

Con questa frase pubblicata sul proprio profilo facebook l'agente Fabio Tortosa ha commentato la decisione della Corte Europea di Strasburgo rispetto ai fatti di Genova 2001. Parole che dimostrano ancora una volta l'atteggiamento omertoso del corpo e delle direngenze delle forze dell'ordine, ma non solo. Quelle poche righe online rimandano alla questione dell'impunità del personale in divisa che viene data per scontata a causa del nostro ordinamento giuridico. L'assenza di una fattispecie di reato che sanziona la tortura operata da un pubblico ufficiale è una mancanza del diritto penale italiano, più volte evidenziata da diversi organismi internazionali (ONU, Unione Europea). Il fatto stesso che non ci siano delle norme adeguate da questo punto di vista, legittima gli abusi e le violenze attuati in ormai moltissimi episodi saltati alla stampa nazionale: non parliamo solo delle giornate di Genova (tra la piazza, Diaz e Bolzaneto), ma anche delle morti di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva, giusto per citarne alcuni.

Una vera e propria sub-cultura della sopraffazione trova spazio nelle caserme e tra gli ufficiali di polizia: l'identificazione del nemico in colui che si pensa stia commetendo un reato (indipendentemente dalla gravità di questo) , giustifica azioni che vanno dalle percosse fisiche alla vessazione psicologica. Il tutto agito nella sicurezza dell'anonimato garantito dalla lealtà e complicità dei colleghi da una parte, dalla difesa mediatica e legale dell'istituzione poliziesca e dei suoi sindacati dall'altra.

E' ovvio che il G8 del 2001 rappresenta tuttora una ferita non rimarginata (e forse mai lo sarà) della nostra democrazia. I dirigenti e i politici responsabili della repressione di piazza, che è costata la vita di Carlo Giuliani, e delle atrocità inflitte alla Diaz non sono mai stati condannati né quindi puniti, anzi hanno ottenuto dei notevoli avanzamenti di carriera nella pubblica amminsitrazione.

Ciò che rende attuale la Genova di 14 anni fa è la persistenza dell'impunità delle forze dell'ordine e una perenne resistenza ad ogni tentativo di trasparenza e di controllo dell'operato degli agenti; basti pensare alla difficoltà di istituire l'obbligo del numero identificativo sulle divise dei reparti. Un provvedimento – già adottato in molti Paesi europei - che permetterebbe di riconoscere le responsabilità individuali di chi fuoriesce dal perimetro del lecito e per la mancanza del quale l'Italia è costantemente sanzionata. Da aggiungere il vuoto totale per quanto rigurda le regole di ingaggio che dovrebbero normare il comportamento degli ufficiali sul campo,non previste dal codice Rocco risalente all'epoca fascista.

Fino a che non verrà inserito il reato di tortura nel nostro codice penale e non verranno disposte queste misure, non possiamo definirci cittadini di un Paese civile e di uno Stato che tutela i diritti fondamentali. Quegli stessi diritti personali e collettivi sempre più limitati da leggi liberticide e da pesanti provvedimenti giudiziari che colpiscono soprattutto gli attivisti dei movimenti sociali, come successo anche a Genova.

La legge, evidentemente, non è uguale per tutti. E' ora di ripensare i nostri apparati normativi e l'idea di giustizia, lasciandoci alle spalle il principio del "due pesi, due misure".

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