Reinventare la fabbrica

Buenos Aires, Argentina, 2003: la determinazione degli operai nel riappropriarsi delle fabbriche da cui erano stati licenziati con la crisi del 2001.

12 / 11 / 2020

Torna la rubrica "Suture"- che uscirà ogni giovedì alle 12.30, a cura di Valeria Andreolli. Esistono migliaia di storie individuali di esperienze collettive che ignoriamo quasi completamente. Esistono protagonisti senza nome sparsi in diverse parti del mondo, seminati in diversi momenti storici, tutti però accumunati dal vivere sulla propria pelle oppressioni e lotte che noi in genere ascoltiamo o leggiamo distrattamente sui media, ma che per loro sono realtà concretissime. Questa serie di racconti brevi ci trascina nel mondo quotidiano di queste persone e, attraverso i loro ricordi, frammentati e incompleti come quelli di tutti, ci permette di ricostruire la loro storia e di approfondire contesti lontani dalla nostra conoscenza diretta. 

Ascolti con attenzione le parole del signore con le labbra sottili e gli occhiali seduto a pochi metri da te. È un professore dell’Università di Buenos Aires e sta elencando numeri e termini la cui correlazione è quello che cerca di spiegare, e tu di capire. Parla in un gergo che non ti appartiene, o almeno fino ad un paio di anni fa ne eri convinto, era il gergo di chi sta seduto alla scrivania nei piani alti della fabbrica. Quello che si parlava più in basso, tra i nastri trasportatori e i muletti, era fatto solo di arnesi, congegni, azioni precise, movimenti ripetitivi, era fatto di oggetti e atti pratici, di sostanze pericolose e gesti calcolati, e non c’era spazio per altro.

Ora è tutto diverso. Ora questo professore con gli occhiali è qui, con te, con voi, in assemblea, per insegnarvi a leggere anche i numeri, a leggere e capire quelle parole nuove che designano atti e cose che non puoi toccare né vedere, ma che pure hanno conseguenze concretissime.

Alcune di queste parole in realtà le hai sempre conosciute: “crisi”, “debito”. Non sono oggetti o persone che hai mai potuto identificare, eppure erano loro che stabilivano se quella sera a casa avreste potuto cenare o se il prezzo del pane era troppo alto e avreste dovuto contrarre lo stomaco e farlo tacere fino al giorno seguente, quando il tasso di cambio con il dollaro sarebbe stato diverso e forse quella sera, con gli stessi pesos, il pane sareste riusciti a comprarlo.

“Crisi” è una parola che hai imparato da piccolo e che purtroppo non hai più potuto dimenticare, perché non ha mai dato tregua al tuo Paese di pianure steppose e montagne ghiacciate.

L’ultima di queste crisi è stata quella che ha fatto sì che oggi, ora tu stia ascoltando il professore che parla, circondato da tante facce come la tua, concentrate nello sforzo di assimilare un insieme di nozioni che avevate sempre ignorato, senza mai chiedervi se quest’ignoranza fosse strumentale a qualcosa o qualcuno.

L’ultima crisi è stata quella che ha recapitato a casa tua la lettera di licenziamento. “La fabbrica chiude per fallimento”, diceva. L’ultima crisi è stata quella che ti ha portato davanti al cancello dello stabilimento a fare i picchetti, ad improvvisare accampamenti per impedire che sagome scure venissero a portare via i macchinari, a resistere alle cariche della polizia, violente, meschine, molto più politiche di quanto non fossero le ragioni che vi animavano a bloccare coi vostri corpi lo svuotamento della fabbrica. Voi eravate mossi da esigenze che hanno i nomi concreti con cui siete abituati ad esprimervi: la pancia che brontola prima di andare a dormire, il tetto sopra la vostra testa, i buchi nelle scarpe. Senza quelle dodici ore in fabbrica al giorno, tu avresti perso ogni entrata e avresti di conseguenza guadagnato la fame e la strada.

Per questo ti sei opposto per cinque mesi alle mani tentacolari del proprietario, fatte di burocrati, ufficiali giudiziari e poliziotti, che tentavano in tutti i modi di strapparvi gli impianti e riappropriarsene. Nel frattempo il tuo conto si assottigliava sempre di più e tua figlia diventava sempre più magra, ma al tuo fianco erano comparse tante persone, uomini e donne che non avevano alcuna esperienza diretta della fabbrica, ma che facevano i turni al posto tuo quando dovevi tornare a casa, gente del comitato di quartiere, studenti, disoccupati, persone come il professore che sta parlando ora, che vi hanno aiutato ad ottenere il decreto di esproprio e riprendere così la produzione. Ma una produzione tutta nuova, senza padroni seduti ai piani alti, dietro alla scrivania, che decidono chi sbattere in strada e quanto farvi sudare, una produzione creata dai piani bassi, fatta di decisioni collettive ed esigenze concrete.

Le prime assemblee nella sala de mate y de discusiones, a bere mate e discutere per ore sulla necessità o meno di darsi un regolamento interno, sull’ammontare dello stipendio, sul numero di lavoratori, su come evitare gli sprechi, su quante ore lavorare e poi su chi mandare in viaggio, a raccontare ad altri operai con le vostre stesse braccia e la vostra stessa fame, che esiste un modo di gestire la fabbrica dove niente è delegato e ogni minimo dettaglio viene deciso in assemblea.

Il professore ha finito il suo discorso. Si stanno alzando le prime mani dei tuoi colleghi in cerca di chiarimenti. Tu pensi che tra poco tornerai a casa per un paio d’ore e poi sarai un’altra volta qui, di nuovo in fabbrica, con tua moglie e la bambina, perché stasera nella stanza dove sei adesso proietterete quel film che tua moglie voleva vedere da quando si era imbattuta nei cartelloni pubblicitari sulla via di fronte a casa, ma che le era sempre stato precluso dal tempo e dai soldi. Oggi avete entrambi e, in più, un nuovo modo di pensare al lavoro.

Link Utili:

Intervista a Aldo Marchetti di Barbara Bertoncin, da Una Città n. 209 / 2014

Intervista a Raúl Godoy di Jamila Mascat, da Micromega

The Take, Naomi Klein e Avi Lewis

** Pic Credit: Fernando Der Meguerditchian, Lu Harreguy e Juliana Faggi - Brújula.

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