S01E02 – Good revolt for bad girls

Good Girls Revolt è una serie liberamente ispirata alle vicende del 1970, raccontate in un libro della giornalista Lynn Povich

18 / 1 / 2017

Ebbene sì, fa un po' “specie” vedere una serie televisiva che parla di lotte per i diritti sul lavoro targata Amazon.

Questo per dire che non esistono dispositivi neutrali, e nemmeno narrazioni. Abbiamo visto nell'ultimo anno diversi tentativi – cinematografici e non – di neutralizzare parte di quella storia che, come militanti di movimenti sociali (oltre che serial addicted), sentiamo anche un po' nostra (vedi Stonewall o The Get Down – prodotti su cui a livello estetico e registico non ho nulla da eccepire ma che hanno la brutta abitudine di edulcorare la Storia per renderla meno rivoluzionaria e conflittuale).

Abbiamo gioito con riserva, quindi, di fronte a una serie – non televisiva ma distribuita sul web – che tratta di argomenti a noi affini, come la lotta femminile per la parità salariale. È certo una contraddizione che sia targata amazon, una delle aziende che abbiamo conosciuto come tra le più sfruttatrici in ambito lavorativo: attraverso reportage di giornalisti infiltrati nei suoi magazzini e gli scioperi in diverse parti d'Europa che hanno coinvolto migliaia di dipendenti della multinazionale.

Good Girls Revolt è una serie liberamente ispirata alle vicende del 1970, raccontate in un libro della giornalista Lynn Povich (una delle protagoniste di allora) quando 46 “assistenti/ricercatrici” della rivista News Week fecero causa per chiedere parità di salario e di opportunità lavorative. Per poter essere anch'esse reporter, alla stregua dei colleghi uomini. Le vicende narrate prendono il via al termine del 1969, esattamente il giorno successivo al concerto di Altamont, dove gli Hells Angels – chiamati per effettuare il ruolo di security – si contraddistinsero per un uso spropositato della violenza fino all'omicidio del giovane afroamericano Meredith Hunter.

E da questo primo scoop veniamo catapultati nel mondo dell'informazione senza internet, smartphone e social network. Dove la ricerca delle fonti e delle notizie significava biglietti aerei, cabine telefoniche e tanta – tanta – pazienza. Un mondo, nel caso di questa serie, in cui lo sguardo femminile è protagonista, più svelto a leggere dei cambiamenti sociali in corso d'opera o sul punto di esplodere, ma – forse – meno accorto nel rendersi conto della propria condizione.

Le protagoniste sono sicuramente stereotipate, probabilmente per la difficoltà di mostrare le differenti condizioni sociali e storie di provenienza di ciascuna. Il racconto infatti è corale, certo ci sono protagoniste che “spiccano” ma c'è il tentativo di non mostrare un'uniforme background delle donne che diedero vita alla “rivolta delle brave ragazze”.

Questo tentativo si estende anche all'intero background storico-sociale, cercando di portare all'interno della narrazione tutte quelle spinte rivoluzionarie che si stavano dando - o affacciando - nella storia americana contemporanea. E quindi ecco la Factory, le Black Panthers, gli scioperi, il writing....e, ovviamente, gli ultimi anni della guerra in Vietnam proprio nel momento di massimo investimento di uomini da parte degli Stati Uniti.

Le donne protagoniste sono diverse tra loro, anche rispetto al "livello di consapevolezza". Raccontano un cammino verso la comprensione della loro condizione di “cittadine di serie B” con salari pari a un terzo di quelli maschili e con scelte sempre condizionate dagli uomini della famiglia – siano essi padri o mariti.

In un periodo in cui le lotte femministe stanno riprendendo potenza e protagonismo nel discorso pubblico uno sguardo alle vicende storiche che ne sono state all'origine è assolutamente necessario, per iniziare a raccontare e a incuriosire – per poi approfondire e lottare.

Non deve sorprenderci che la serie sia stata cancellata dal responsabile di Amazon video, Roy Price, proprio alcuni giorni dopo la sconfitta della Clinton alle presidenziali americane. Nella stanza dei bottoni in cui è stata presa questa decisione sembra ci fossero solo maschietti, e che non sia minimamente stata presa in considerazione la grande quantità di pubblico femminile tra i 18 ed i 49 anni che caratterizzava l'audience della serie. Sembra che la Sony, produttrice della stessa, stia cercando di venderla ad altri network o di trasformarla in una più innocua comedy.

«While women make up half the population, half of moviegoers, and half of graduates from top film schools, they only comprise 20 percent of the executive positions in large media companies. They are even less common behind the camera: women make up only 3 percent of film directors and 12 percent of directors of streaming shows. For every one woman screenwriter, there are 2.5 male screenwriters». Queste le parole su alcuni quotidiani statunitensi che mettono l'accento sulla condizione lavorativa femminile – nell'ambito della creatività e della produzione culturale in questo caso – ancora lontana dalla parità, salariale e di opportunità.

Forse la messa in scena di una presa di coscienza della diseguaglianza non è stata ritenuta una buona idea.

«Injustice hurts, doesn’t it?» she says.

«It should. It’s your evidence that something is wrong. Don’t ignore it».

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