Sherwood Festival 2013 - Dibattito a più voci sulla "licenza di tortura"

Non si tratta di episodi isolati, ma di un quadro sistemico da contrastare per affermare un'orizzonte di libertà, diritti e democrazia

11 / 7 / 2013

Sono stati densi di riflessioni e di suggestioni gli interventi che si sono succeduti sul palco del Cinestreet lo scorso 10 luglio in seno allo Sherwood Festival 2013.

Significativamente intitolata “Licenza di tortura” la serata ha avuto il pregio di affrontare il tema della discussione avvalendosi di ospiti che ad esso hanno guardato da angolazioni molto diverse. Si sono alternati infatti, coordinati dagli stimoli sempre puntuali dall'avvocato Giuseppe Romano, Claudia Guido, autrice del progetto fotografico che ha dato il titolo alla serata; Filippo Vendemmiati, curatore della mostra, giornalista Rai e autore del documentario “E' stato morto un ragazzo” sull'assassinio di Federico Aldrovandi, proiettato e fine serata; Annamaria Alborghetti, presidente della Camera Penale di Padova e tra i responsabili dell'Osservatorio sul carcere dell'Unione delle Camere Penali; Giuseppe Mosconi, docente, giurista, presidente di Antigone Veneto; Ottavia, fondatrice della neonata Onlus Acad, associazione contro gli abusi in divisa. Essendosi all'ultimo momento trovate impedite a partecipare Lucia Uva, sorella di Giuseppe Uva e Patrizia Moretti, mamma di Federico Aldrovandi, è stato possibile ascoltare in collegamento telefonico i loro toccanti interventi.

Mentre i governi si susseguono senza prendere in carico le risoluzioni Onu e della Corte Europea di Strasburgo che ingiungono al nostro paese l'introduzione del reato di tortura nel nostro ordinamento penale, così come ormai sottolineato anche in recenti sentenze della nostra magistratura, una convergenza inedita è stata messa a fuoco.

Un punto di vista giornalistico, Vendemmiati, originato prima di tutto da una spinta morale, che è arrivato a sintetizzare la controinchiesta sulla morte di Aldro in un lungometraggio reso disponibile gratuitamente in rete e oggetto nel giro di poche settimane di decine di migliaia di download.

Uno artistico, Guido, che nei ritratti dei familiari delle vittime di una violenza di Stato capace di giungere fino all'omicidio è riuscita a condensare ragionamento, pensiero critico e solidarietà come e in certi casi più della parola.

Uno professionale, Alborghetti, in grado di coniugare la cronaca più recente, fatta di nomi (e sono tanti) che purtroppo conosciamo bene e non potremo dimenticare, con episodi più antichi resi ancora più inquietanti dall'atteggiamento della magistratura, come fu per poliziotti riconosciuti colpevoli di vere e proprie torture, ma condannati a pene lievi giovandosi dell'attenuante di aver agito “per motivi di particolare valore morale e sociale”.

Quello giuridico, Mosconi, che ha ricordato come tutto il sistema dell'esercizio dell'azione penale abbia ancora la forma carcere come punto di riferimento primario, laddove la sua dimensione di deterrenza simbolica di fatto si traduce unicamente in luogo di concreta e ingovernabile sanzione e afflizione, fino ad integrare sistematicamente le coordinate della tortura.

Uno di ricerca e approntamento di sistemi di prevenzione e soccorso, Ottavia, indicando forme possibili ai autoorganizzazione e autotutela.

Uno infine, Uva e Moretti, in grado di raccontare dal di dentro la devastazione degli affetti, il senso di impotenza, le crudeltà messe in campo solo per essere soggetti che non si sono rassegnati ad abbandonare la ricerca della verità.

Sullo sfondo uno scenario che non ha potuto non riportare alle giornate del G8 di Genova 2001, alle atrocità commesse nella scuola Diaz e nei locali della caserma di Bolzaneto, al sangue di persone inermi versato nelle strade e nelle piazze, al cadavere di Carlo Giuliani, ragazzo di vent'anni assassinato dai Carabinieri. Ricordando a tutti che i nomi Aldrovandi, Cucchi, Uva, Bianzino e tutti gli altri significano che poco siamo riusciti a fare in più di dieci anni. Il salvacondotto non scritto che garantisce l'impunità al personale delle forze dell'ordine è ancora ben lontano dall'essere rimosso. Ancora aspettiamo numeri o sigle di riconoscimento sulle divise degli uomini della nostre quattro polizie, irriconoscibili in assetto antisommossa, comunque impuniti in ogni atrocità commessa in servizio.

Aspettiamo norme certe sulle regole di ingaggio, sull'uso della forza e delle armi.

Aspettiamo che la politica bipartisan rompa la solidità del fronte comune sino a ora organizzato e metta mano a quei progetti di introduzione del reato di tortura sistematicamente paralizzati in Commissione Giustizia.

Aspettiamo, ma in questi anni abbiamo sedimentato, rafforzato e condiviso il nostro diritto di resistere.

E di continuare a lottare.

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