“Triangle” in cenere nella città operaia

di Silvana Silvestri, Il Manifesto 22 novembre 2014

28 / 11 / 2014

Torino Film Festival. Cento anni di distanza separano l’incendio della fabbrica di New York dal crollo di Barletta: Costanza Quatriglio mette in moto le emozioni della forza lavoro

Una fab­brica di con­fe­zioni di ini­zio secolo a New York. Il labo­ra­to­rio di maglie­ria di Bar­letta. Spe­cu­lari i disa­stri delle due fab­bri­che avve­nuti a un secolo di distanza, La Trian­gle Shirt­waist Com­pany bru­ciata nel 1911 e la palaz­zina crol­lata in Puglia nell’ottobre del 2011: in mezzo alle mace­rie i destini delle ope­raie scom­parse - la cara sorella, l’amata figlia - e le soprav­vis­sute. 

Que­ste vicende da sto­ria del movi­mento ope­raio sono avvi­ci­nate in pro­gres­sione sti­li­stica ed emo­tiva da Costanza Qua­tri­glio in Trian­gle che sarà pre­sen­tato al Festi­val di Torino il 26 novem­bre. 

Dall’orrore dell’evento, alla con­si­de­ra­zione del lavoro, e infine alla testi­mo­nianza diretta, ma quanto emo­zio­nante, di una ope­raia che è uscita mira­co­lo­sa­mente illesa dal crollo. Il film uti­lizza i mate­riali di reper­to­rio con un gusto déco, geo­me­trico e tale da destare lo stu­pore delle con­qui­ste di ini­zio secolo: l’elettricità, i grat­ta­cieli che si innal­za­vano ad altezze mai viste, la pro­du­zione che sfor­nava merci sem­pre più nume­rose a salari sem­pre più ridotti. Per­fino quelle bat­ta­gliere mani­fe­sta­zioni ope­raie le cui tracce tra­pe­lano a mala­pena dagli Stati Uniti. Fil­mati d’epoca che si aprono davanti ai nostri occhi come pagine di libro, calei­do­scopi dalla rad­dop­piata sor­presa, come tro­varsi all’angolo delle ave­nues squa­drate (e all’angolo di Washing­ton ave­nue si tro­vava il palazzo in fiamme), si decom­pon­gono poi nella voce fuori campo della docu­men­ta­zione diretta, delle parole di chi visse l’incendio di quel nono piano chiuso a chiave per evi­tare che le ope­raie por­tas­sero via qual­che pez­zetto di mer­letto o si pren­des­sero pause troppo lun­ghe. 

A New York la fab­brica che pro­du­ceva le Shirt­waist, le cami­cette alla moda di allora, vita stretta, pizzi e mani­che con spalle a pal­lon­cino, era stata in scio­pero da feb­braio, pre­ce­duta dal grande scio­pero dei tes­sili dei ven­ti­mila nel 2008, e quando scop­piò l’incendio, qual­cuno ebbe dubbi sulle ori­gini di quel disa­stro. È ricor­dato come il più grande inci­dente indu­striale della sto­ria della città, mori­rono 146 ope­raie, soprat­tutto immi­grate ebree del cen­tro Europa e ita­liane

Erano durati a lungo i pic­chetti, all’epoca vie­tati, nel corso dello scio­pero. I padroni assol­da­vano i gang­ster con­tro le ope­raie che veni­vano arre­state tante volte che i giu­dici le cono­sce­vano tutte per nome. Non esi­ste­vano norme antin­cen­dio, le ton­nel­late di tes­suto acca­ta­state erano infiam­ma­bili, l’illuminazione a gas. Solo dopo l’incendio si pro­mulgò una legge che impo­neva le norme di sicu­rezza. I due pro­prie­tari che ave­vano dispo­sto di chiu­dere a chiave le ope­raie nel labo­ra­to­rio erano al piano di sopra e si sal­va­rono, e al pro­cesso che seguì furono assolti (in appello con­dan­nati a pagare 75 dol­lari a fami­glia). Una sto­ria che si ripete, ma anche una sto­ria dimen­ti­cata, risco­perta solo da poco, tanto che nean­che si cono­sce­vano tutti i nomi delle vit­time. Forza lavoro da macello.

Rac­con­tano le ope­raie di Bar­letta che nella palaz­zina si sen­ti­vano scric­chio­lii sospetti, ave­vano avver­tito anche il comune. La moglie del pro­prie­ta­rio scese giù a dire a quelli che in strada sta­vano facendo lavori di demo­li­zione di un’altra palaz­zina accanto che le mura tre­ma­vano e si sentì rispon­dere: «fate magliette? andate a fare magliette, qui ce la vediamo noi» ma quei rumori sini­stri che si sen­ti­vano erano l’annuncio di un crollo (uno dei primi che si sono sus­se­guiti negli ultimi anni nella cro­naca ita­liana, nean­che più meta­fore: crolli, esplo­sioni, smot­ta­menti, eson­da­zioni). 

Nel crollo di quella palaz­zina di tre piani, cin­que furono le vit­time tra cui la figlia quat­tor­di­cenne dei tito­lari, uscita prima da scuola. Cin­que vit­time come quella Rosie Mehl, o Sara Coo­per o Con­cetta Pre­sti­fi­lippo che per­sero la vita a New York. I rac­conti sono simili, la novità di andare a lavo­rare per la prima volta, di tro­varsi insieme con le altre a pranzo e all’uscita, di ridere e rac­con­tarsi pro­blemi e gioie. 

Un’operaia, Mariella Fasa­nella estratta viva dalle mace­rie dopo essere rima­sta ben sette ore sotto le mace­rie, è la testi­mone del rac­conto prima della tra­ge­dia, e poi della sua rina­scita alla vita, al lavoro. Ne viene fuori un bel­lis­simo rac­conto, la testi­mo­nianza di una donna forte e sen­si­bile. Ha rico­struito tutta la sua vita dopo la tra­ge­dia (anche lei, così come avvenne con l’avvento del cot­timo in Ame­rica, ora lavora a pezzo, più maglie con­se­gna e più gua­da­gna (dieci euro, venti al giorno? non lon­tani dai 6,7 dol­lari a set­ti­mana delle ope­raie ame­ri­cane), descrive le carat­te­ri­sti­che del suo lavoro: «non devi avere pen­sieri né pre­oc­cu­pa­zioni, per­ché devi fare un lavoro che richiede con­cen­tra­zione» fino a far diven­tare la mac­china da cucire qual­cosa di vivo con cui dia­lo­gare. Come in uno spec­chio scor­rono le bobine delle grandi fab­bri­che ame­ri­cane, le ope­raie di ini­zio secolo altret­tanto fisse sulle loro quat­tor­dici ore di lavoro, e dall’altra parte i fili di lamé dei nuovi capi che poi fini­scono a sei euro sulle ban­ca­relle e che sal­gono e scen­dono dai mac­chi­nari con le loro lumi­no­sità ten­ta­co­lari. 

Die­tro a que­sto vol­teg­giare da bal­let meca­ni­que c’è la sto­ria che si ripete, la vicenda umana del ven­te­simo secolo e oltre. Costanza Qua­tri­glio con la sapienza e la pro­fon­dità dei suoi rac­conti rie­sce a ricu­cire le vicende di un secolo di lavoro riem­piendo lo schermo di emo­zioni con il ritmo delle imma­gini e delle mac­chine: quelle delle ragazze con­tem­po­ra­nee le regala alle com­pa­gne di un tempo, tanto avranno avuto la stessa voglia di vivere e di ridere, si danno ideal­mente la mano.

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