Venezia78 - "È stata la mano di Dio", sognando (sempre) Maradona

Il lungomare, il ragazzo con il walkman, lo stadio e le corse in motorino, così esplode la necessità di raccontare di Sorrentino.

8 / 9 / 2021

Sono passati 35 anni dal gol del secolo e dalla mano de Dios in Argentina-Inghilterra.

Era 22 giugno del 1986, quarti di finale del Mondiale, quello che vide trionfare l’Argentina, quello dove Maradona segnò l’anti-gol per eccellenza: perché segnare con la mano va contro la più basilare regola del calcio. Maradona, genio del calcio e sregolatezza, che con la sua morte, è diventato ancora più “leggenda” ha un ruolo fondamentale nell’ultimo film di Paolo Sorrentino.

Già in corsa per il Leone D’oro, per la critica americana dovrebbe - addirittura - esser candidato agli Oscar, per concorrere persino nelle categorie principali.

Scott Feinberg  - uno dei più esperti, fidati e letti editorialisti di Hollywood, la cui opinione conta molto nelle edizioni annuali di Oscar, Emmy e Tony awards - si sbilancia e dice «il processo di selezione per la corsa è in gran parte politico. Se l’Italia vuole accontentare interessi locali, faccia pure. Ma se vuole tornare a vincere un Oscar, forse è il caso di rivolgersi ancora al Maestro che lo ha vinto per ultimo».

Siamo a Napoli negli anni '80: anni migliori e al contempo peggiori per un adolescente. Quel ragazzo è proprio Sorrentino, nella sua giovane controfigura Fabietto Schisa (Filippo Scotti all'esordio), che si troverà a dover affrontare due grandi eventi che gli sconvolgeranno la vita: l'arrivo a Napoli di Maradona e una tragedia personale che lo porterà a crescere in un lampo.

È stata la mano di Dio è - ad ora - il film più personale di Sorrentino dove ci si trova davanti ad una intima rievocazione della propria gioventù.

Ha 16 anni, Fabietto Schisa, quando torna a casa e scopre che entrambi i suoi genitori - Salvatore (Toni Servillo) e Concetta (Teresa Saponangelo) - sono morti, uccisi da una fuga di monossido di carbonio. La notte della tragedia, lui si trovava allo stadio, a guardare Diego Armando Maradona giocare per la sua squadra, il Napoli. 

Il miracolo - di fatto - si scontra con la tragedia, tanto da rendere difficile capire dove finisce uno e inizia l’altro, e durante la sua prima estate da orfano Fabietto comincerà a guardare Napoli e quel che rimane della sua famiglia con occhi diversi, dal fratello Marchino (Marlon Joubert), che sogna di diventare un attore e lavorare con Fellini, da sua sorella Daniela, al contrabbandiere di sigarette che diventerà il suo primo vero amico, e lo porterà per la prima volta a Capri, fino alla perdita della sua verginità e alla scoperta della sua musa ispiratrice, zia Patrizia (Luisa Ranieri).

Una volta Paolo Sorrentino disse che in qualche modo era stato proprio Maradona a salvargli la vita, nella pellicola, invece, la sua proiezione giovanile Fabietto vuole una vita immaginaria, "proprio come quella che avevo prima". E nella speranza che il cinema possa dargli salvezza ecco che Fabio diventa grande e fa vedere come ha realizzato - su un treno diretto a Roma - ciò che è adesso.

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