Vogliamo tutto: alle origini della letteratura working class in Italia

Secondo articolo della rubrica "La penna e il martello".

17 / 5 / 2024

“… egli non può mai avere il tutto, deve sempre saper aspettare, aver pazienza, rinunciare (…) Egli sguscia e sgattaiola, è questo il suo modo di sopravvivere, e ogni fama accordatagli da se stesso e dagli altri non fa che ribadire che la dignità da eroe si acquista solo con l’umiliazione dell’impulso alla felicità intera, universale, indivisa”- Theodor Adorno, Dialettica dell’illuminismo

 Dopo gli anni 50’ e l’esperienza squisitamente politica della Resistenza i movimenti vogliono fare un passo avanti. Non vogliono più solo il riconoscimento: pretendono ora il potere politico. La nascente letteratura working class si inserisce con dirompenza in questo filone. Le storie borghesi non sono più seduttive per la classe lavoratrice. Si vuole rivendicare e celebrare questa differenza. Le fabbriche divengono immaginario di lotta. Iniziano le violente occupazioni: Torino, Milano, Roma, talvolta anche Napoli o Bari.

Il cinema, l’arte, la poesia fanno conoscenza di un nuovo soggetto politico con una forte connotazione di classe: l’operaio.

In questo contesto, nel 1971, viene dato alle stampe Vogliamo tutto (Feltrinelli,1971) di Nanni Balestrini. Vera epopea di classe, il viaggio dell’eroe e protagonista Alfonso attraverserà tutta la Penisola per concludere infine a Torino. 

Il romanzo è di per sé avanguardistico, sia nei contenuti che nello stile. Balestrini distrugge la prosa, la fa collassare su sé stessa, la asciuga di ogni tipo di punteggiatura, la lascia in sospeso arricchendola di anacoluti. Ne risulta un flusso di coscienza (poi sua cifra stilistica) che ci riporta più alla tradizione orale che a linguaggio scritto. L’uso dei dialettismi si salda con un lessico volgare e blasfemo. La violenza politica si ritorce nel racconto come fosse raccontata tutta d’un fiato, vomitata e urlata sul foglio dallo stesso Alfonso.  Il linguaggio lumpenproletario di Alfonso si salderà via via con lessico dei volantini politici di allora. Classe, Ho Chi Minn, rivoluzione, comunismo. Il contenuto si fa verbo. La narrazione paternalista e pauperista scompare, resta nelle parole la violenza che si fa prassi, la prassi che diventa infine rivoluzione. 

L’operaio di Vogliamo tutto non è una persona simpatica. Alfonso è meschino, manipolatore, del tutto asservito all’edonismo più esasperato. In fabbrica a Mirafiori si procura un piccolo incidente al dito. Lo terrà fermo e sporco per giorni fino a farlo gonfiare. Una performance teatrale in infermeria gli concederà la mutua per dodici giorni, il tempo necessario a sperperare l’anticipo del suo stipendio. Minaccerà con un coltello un ingegnere della FIAT dopo un dibattito sul salario, farà poi botte coi guardoni della fabbrica. Dormirà al Nichelino, storica occupazione di operai di Mirafiori. 

Alfonso non ha nemmeno interessi intellettuali oltre alla lotta politica. Il suo linguaggio è espressione stessa delle parole e degli slogan che distribuisce coi ciclostilati. Nella folle corsa verso il sol dell’avvenire, l’idioma diviene sempre più pregno di rivendicazioni violente. L’odio di classe diviene sentimento dionisiaco e forza distruttrice. 

Non è interessato al lavoro e nemmeno al salario. Vuole il lusso, la ricchezza: rifiuta in toto l’etica del lavoro come stile di vita. I sindacati della FIAT parlano di scatto di categoria, di negoziazione del salario, di premi produzione, di ritmi lavorativi da rinegoziare. Con uno zelo quasi romantico, il protagonista del romanzo rifiuta tutto questo. “Il lavoro fa schifo”, tuona perentorio. Non c’è davvero niente da negoziare oltre il comunismo.

3 novembre del 69’, gli sconti a Torino si fanno violentissimi e Alfonso è lì, a guidare la rivolta. Sembra di leggere il resoconto di un attacco dei GAP durante la Resistenza. Auto incendiate, barricate, armi, gas lacrimogeni.

“Era quasi l’alba e c’era un grande sole rosso bellissimo che stava venendo su”.

Con questa ultima allegorica frase, Balestrini mette fine a “Vogliamo Tutto”. Non c’è più nulla da raccontare. Alfonso ha rifiutato il lavoro e la sua morale corrotta, ha vinto la sua battaglia. Cinque secoli di etica protestante non lo hanno minimamente sfiorato.

Oggi la narrazione della lotta operaia soffre di alcuni vizi di forma già affrontati da Balestrini in Vogliamo tutto. Si fa fatica a sganciarsi dal realismo capitalista di cui parlava Fisher.

Ci lasciamo sedurre dai racconti di fatica e sudore della classe lavoratrice. Guardiamo con innata deferenza ai nostri genitori, alle nostre famiglie lavoratrici. Rispettiamo con ossequioso riguardo la volontà di compagne e compagni nei luoghi di lavoro e di lotta. Che il nostro lavoro sia manuale, intellettuale, di cura ci sentiamo orgogliosamente parte di quella grande commistione che è la working class.

Ammiriamo con silenzioso stupore Il Quarto stato di Valpeda e, forse, anche i manifesti di epoca sovietica che richiamano al realismo socialista. Percepiamo di avere uno spessore morale maggiore di chi sta dall’altra parte della barricata, proviamo ad analizzare la politica con occhio critico. Proviamo a empatizzare con ciò che accade lontano da noi e ci facciamo portabandiera di un’intersezionalità anche quando non ci riguarda direttamente con un linguaggio facente ampio uso di moralizzazioni e accademismi.

Ed è questo il merito di Balestrini. Il saperci raccontare le lotte con uno stile di scrittura d’avanguardia e rinunciando a fronzoli ed estetismi lasciandola ad un flusso di coscienza che ci riporta a quella tradizione orale di racconti, al viaggio dell’eroe (o in questo caso, anti-eroe) che è a tutti gli effetti il viaggio di Alfonso dal sud Italia fino alle metropoli del nord.

Un testo ancora oggi da leggere e rileggere. Un monito ancora lì a ricordarci che l’unica via maestra è il comunismo, l’abolizione del lavoro salariato, la libertà di svilupparci come esseri umani al di fuori dalle gabbie del capitale.

Un poderoso attacco a tutte quelle tradizioni identitarie, morali, pauperiste e inficiate dalla retorica del merito, dell’intellettualismo, dello sforzo, del dolore che ci rende solo più empatici. Tradizioni che, seppur efficaci armi di aggregazioni e di lotte, dovranno esser consegnate nostro malgrado alla storia quando sorgerà il sol dell’avvenire.

«Compagni rifiutiamo il lavoro. Vogliamo tutto il potere vogliamo tutta la ricchezza. Sarà una lunga lotta di anni con successi e insuccessi con sconfitte e avanzate. Ma questa è la lotta che noi dobbiamo adesso cominciare una lotta a fondo dura e violenta. Dobbiamo lottare perché non ci sia più il lavoro. Dobbiamo lottare per la distruzione violenta del capitale. Dobbiamo lottare contro uno Stato fondato sul lavoro. Diciamo Sì alla violenza operaia.».