Dalle Ande all’Amazzonia tra biopirati e petroleros

El Coca (Puerto Francisco de Orellana), Amazzonia, lunedì 10 agosto 2009. Di Riccardo Bottazzo.

21 / 8 / 2009

Dalle Ande all’Amazzonia tra biopirati e petroleros

di Riccardo Bottazzo

El Coca (Puerto Francisco de Orellana), Amazzonia, lunedì 10 agosto 2009

Per scendere da Quito e dai suoi quasi 3 mila metri di altitudine, bisogna innanzitutto salire.

Bisogna salire perché la capitale dell’Ecuador si distende per tutti i suoi 30 chilometri di lunghezza in una profonda conca incastrata nel bel mezzo della Cordigliera. I suoi barrios periferici sembrano voler spingere le immense montagne che li sovrastano un po’ più in là, come per ritagliarsi lo spazio necessario a respirare. Dall’alto del Panecillo, la collina che domina la capitale ecuatoriana, la Virgen de Quito sorveglia severa la città. Ma guarda solo verso nord, questa madonna partoriente che i quiteños venerano come la Virgen dai Sette Nomi. Guarda la basilica del Voto Nacional, il centro storico, le aree commerciali e i quartieri residenziali. Non può o non vuole vedere, lo sterminato sur della città, dove, per chilometri e chilometri, i quartieri poveri lasciano presto il posto a baraccopoli e discariche.

E’ un pezzo di città questo, che sembra boccheggiare ogni attimo di vita proprio come noi, appena scesi dall’aereo e abituati a vivere sulle tranquille sponde dell’Adriatico, faticavamo a trovare in ogni respiro l’ossigeno sufficiente a vivere, e ogni passo ci costava come dieci passi.

Ma l’uomo è un crudele animale con la spiccata capacità di abituarsi a tutto. Alla povertà (degli altri) come all’altitudine. Basta abituarsi, non farci caso e imparare a girare le spalle. Proprio come fa la Virgen del Panecillo.

Chi invece vuole vedere, capire, raccontare e lottare si prepara ad affrontare anche l’altra faccia del desarollo, lo “sviluppo”,  che ha schiavizzato e spogliato il sur del mondo nel nome di una economia la cui insostenibilità oramai è palese anche agli stessi fautori della globalizzazione.

E’ da Quito che, domenica 9 agosto, la carovana di Ya Basta si mette in marcia. In marcia proprio come la Revolucion Ciudadana – traducibile come “la rivoluzione di cittadinanza” – di cui il presidente Rafael Correa non perde occasione di vantarsi. Che la Revolucion Ciudadana sia in marcia lo gridano i manifesti governativi da tutti i muri. Un quartiere ripavimentato (“La Revolucion ciudadana està en marcha” e faccione fiero di Correa), una nuova carretera ((“La Revolucion ciudadana està en marcha” e bandierone patriottico dell’Ecuador)… In marcia per dove, poi è tutto un altro discorso. Per un’analisi approfondita del fenomeno vi rimandiamo al bel pezzo di Paola Colleoni (www.globalproject.info/art-14127.html).

La carovana di Ya Basta invece non ama le marce e preferisce camminare con Antonio Machado - caminante, no hay camino, se hace camino al andar – lungo altre strade, verso altre mete.

E il primo camino è tutto in salita. Per scendere da Quito verso l’immenso bacino fluviale amazzonico, abbiamo detto, bisogna prima salire. Su, sino a quota 4000, dove comincia la vegetazione tipica del particolare ecosistema andino d’alta quota detto “pàramo” in cui oltre 5 mila improbabili specie vegetali si sono adattate a sopravvivere a quote impossibili diventando velluto spalmato sui versanti delle montagne. Pozze d’acqua bollente e termale si alternano alle prime sorgenti d’acqua ghiacciata che turbinano a valle con salti nel verde di decine e decine di metri. Sono i primi rivoli di quello che a Oriente diventerà il Rio delle Amazzoni.

La strada corre tra le vallate e le montagne della Cordigliera. Ponti traballanti, frane, interruzioni frequenti e mai segnalate. Di tanto in tanto, un pezzo di carreggiata è risistemato e il consueto cartellone governativo ricorda ai viaggiatori che “La Revolucion ciudadana està en marcha”. Ma la lotta, tra la Revolucion e le Ande, è una lotta impari. Asfaltato qualche metro di carretera, il chilometro precedente è già tutto da rifare.

Scendendo a quote più “umane”, il respiro si fa meno affannoso. Cominciano ad apparire i primi segnali dello “sviluppo”. Lunghi recinti dividono la carretera da grandi allevamenti di bestiame e di tori da Lidia. Tori per la corrida che a Quito e a Guayaquil, si continua a praticare, pur senza uccidere il toro. Sul fondo delle vallate, parallelamente ai vorticosi torrenti, corre anche l’oleodotto. Il petrolio ci dà il bentornato alla civiltà. Cartelli di “Prohibido pasar”, blocchi di polizia, le prime tracce di inquinamento e di devastazione ambientale.

Dopo cinque ore di viaggio, finalmente, le ultime montagne si aprono come un gigantesco scenario e nel palcoscenico appare un impossibile, sterminato oceano verde. L’Amazzonia.

La carovana è attesa dalla comunità Mariposa. Indigeni del pueblo kichwa de Rukullakta. L’amico Enrique, che ci accompagnerà per un paio di giorni, ci ha combinato un appuntamento con un loro rappresentante.

Parcheggiamo il pickup che abbiamo noleggiato a Quito a mezz’ora da quelle quattro case in croce che è la “città” di Archidona. Cinquemila abitanti, una metropoli da queste parti. E’ buio fitto. La comunità è vicina, ci assicura Enrique. Zaini in spalla e torce in mano. “Vicino” significa un’ora di arrampicata, su per un fiume di fango, sino a una dozzina di capanne palafitticole. Attorno a noi solo la notte e la foresta. Rimandiamo gli incontri e le interviste a domani e, buttati a terra gli zaini, ci buttiamo pure noi a dormire in una capanna.

Non sono i rumori della foresta a svegliarci la mattina dopo. La foresta non è mai stata zitta un solo momento. Per tutta la notte siamo stati cullati da suoni, grida e sussurri come per ricordarci che attorno a noi la foresta si estende come una cosa viva. Una cosa capace di dare la vita ma anche la morte, di vivere come di morire. La luce del mattino ci regala la nostra prima visione della foresta amazzonica. Tutto è immenso. Quasi sproporzionato rispetto a quelle che consideravamo le misure umane. Le piante ornamentali che viziamo nei nostri salotti, qui sono alberi giganteschi. Le foglie e le felci sono larghe come lenzuola. I fiori, piatti coloratissimi pulsanti di vita. Eugenio ha la fortuna di vedere una farfalla azzurra, grossa come lo schermo di un computer, che quando sbatte le ali lancia flash di luce per spaventare i predatori. E’ la specie morpho azul, lepidottero prelibato per i trafficanti internazionali di farfalle che le spacciano a peso d’oro ai collezionisti privati. Ma c’è anche l’altra faccia del paradiso. Insetti famelici del nostro sangue, serpenti velenosi o velenosissimi, formiche così grosse che gli indigeni le usano per suturarsi le ferite, lasciandosi mordere e poi staccando loro le teste.

Nelson Mamallacta, “guardiano delle sementi” del pueblo kichwa de Rukullakta, prima di farsi filmare si leva la maglietta e si mette a torso nudo. Quella t-shirts con Barman, scherza, gli sembrava davvero fuori luogo!

Nelson, che discorre di tradizioni e sciamanesimo con la stessa disinvoltura con cui parla di “file in formato pdf per poterli stampare meglio”, ci racconta come vive il pueblo kichwa ai confini della foresta amazzonica. La lucha contro le multinazionali che stuprano la foresta per estrarre oro e argento, la contaminacion che rimane dopo il passaggio de los petroleros. Temi che ritroveremo molte altre volte nel corso della carovana. In particolare, Nelson – da buon guardiano delle sementi del suo pueblo -  ci parla di biodiversità. E, da queste parti, non c’è che da guardare intorno. Ci sono più specie in un ettaro di Amazzonia che in tutti gli Stati Uniti e il Canada messi assieme. Nelson ci racconta la storia dell’ayahuasca, una pianta medicinale che i kichwa usano per le cerimonie, e di un gringo norteamericano,  Loren Miller, che alcuni anni fa si presentò loro come un amico e come amico fu accolto ed introdotto nei segreti dei curanderos. Il gringo però non era un amico. Rubò le piante di ahyauasca e, tornato negli Stati Uniti, le brevettò. La storia non è neppure originale: è la stessa del curaro, del chinino e di tante altre piante medicinali. Il gringo e l’erba che non era sua ottennero un gran successo commerciale: lui divenne presidente di un colosso farmaceutico come l’Ipmc, international plants medicine corporation, e il farmaco è tutt’oggi utilizzato nella cura e nel trattamento di stati psicotici. “Ci accorgemmo del furto quando la polizia ci disse che per continuare ad utilizzare l’ayahuasca avremmo dovuto pagare i diritti alla Ipmc – spiega Nelson -. Il gringo ci ha insegnato una parola nuova: biopirateria. A noi non passava neppure per la testa che si potesse rubare cose che appartengono a tutto un pueblo, come le piante e la conoscenza!”

Salutati Nelson e gli altri amici di Mariposa, la carovana prosegue a Oriente verso altre storie, verso altre comunità in lotta. Seguiamo il corso dei ruscelli che piano piano si trasformano in fiumi. Attraversiamo la terra delle naranjillas, dove un disastroso programma di sviluppo agricolo ha imposto la monocolture di questa sorta di mandarini. L’uso massiccio di antiparassitari, pesticidi e di agenti chimici ha provocato centinaia di morti per malattia, suicidi o pazzia dei campesinos. Le piccole aziende familiari sono state tutte spazzate via dai costi insostenibili della produzione (la chimica è sempre più costosa dell’agricoltura, chiedete al gringo dell’Ipmc!) Le poche famiglie che sopravvivono le vediamo sul bordo della carretera che cercano di vendere cassette di naranjillas ai viaggiatori.

Ancora a Oriente. La cordigliera oramai è scomparsa, inghiottita dalla foresta. La prossima tappa è El Coca, la città tra i due grandi fiumi. Il luogo in cui Francisco de Orellana credette di trovare il mitico El Dorado. Ci arriviamo mentre l’aurora tinge con i suoi colori pastello l’immenso cielo dell’Amazzonia.

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