Lotte nell’università e ricomposizione politica - Sugli ultimi scioperi universitari nel Regno Unito

12 / 4 / 2018

Traduciamo e ripubblichiamo questo articolo di Elio Di Muccio, originalmente comparso sul sito dell’organizzazione di movimento britannica Plan C. Si tratta di un bilancio del più lungo sciopero universitario degli ultimi decenni nel Regno Unito – contro la ristrutturazione del sistema pensionistico per il personale universitario – che ha visto anche un’importante partecipazione della componente precaria del personale docente e una forte mobilitazione di solidarietà da parte degli studenti. In questi giorni, la base del sindacato University and College Union (UCU) sta votando in merito all’accordo proposto dopo lo sciopero da Universities UK (UUK), l’associazione di rappresentanza datoriale delle università britanniche.

Il movimento studentesco del 2010 contro la triplicazione delle tasse universitarie ha principalmente preso la forma di azioni dirette e la sua tattica per eccellenza è stata l’occupazione dello spazio pubblico. Fu una potente sfida contro la privatizzazione dei servizi pubblici tramite austerità. Dobbiamo essere fieri dei risultati del movimento, come i picchetti fisicamente imposti dalle/gli studentesse/i, ma dobbiamo anche ammettere che quell’esperienza è finita sconfitta nella misura in cui le riforme sono passate e la rivendicazione dell’istruzione gratuita è rimasta disattesa. La conclusione di questa lotta ha lasciato intatto lo status dell’istruzione superiore come un privilegio e non come un diritto.

Le ragioni di questa sconfitta sono molteplici, ma alcune sono da evidenziarsi a causa della loro contemporanea rilevanza: la mancanza di sostegno militante da parte del personale universitario (con notevoli e lodevoli eccezioni); un’eccessiva concentrazione sull’appropriazione di risorse materiali tramite i sindacati studenteschi, che hanno esaurito le/gli attiviste/i e le/i leader emergenti; l’incapacità di soddisfare la richiesta – da parte di una base spossata e fluida – di “diversificare” le tattiche del movimento. Ma il movimento non si è mai spento e alla fine ha sviluppato delle risposte a queste richieste – per esempio gli scioperi del pagamento degli affitti [rent strikes], che evidenziano la molteplicità di possibili opzioni per interferire con i flussi di entrate delle università – e un approccio più selettivo all’appropriazione di risorse dei sindacati studenteschi.

Grazie a questi continui sforzi, l’istruzione gratuita è tornata nel programma del Labour Party. L’impegno a fornire una formazione continua, «dalla culla alla tomba», per tutti – sul modello della sanità pubblica – è una componente essenziale di una strategia rivendicativa volta a espandere la nostra autonomia rispetto ai padroni. Scioperi prolungati come quello che ha appena avuto luogo contro la riforma del sistema pensionistico Universities Superannuation Scheme (USS) – riforma che prevede tagli delle pensioni tra il 20% e il 40% per il personale universitario, dalle/gli insegnanti precarie/i e a basso reddito fino alle/i dirigenti, passando per le/i ricercatrici/ori e le/i professoresse/i – sono per le/gli studentesse/i un buon esempio di come si possa imporre la propria dignità. Gli scioperi possono dare alle/gli studentesse/i la fiducia in sé stesse/i necessaria a sfidare le percezioni e i pregiudizi in merito alla loro condizione sociale. Uno di questi pregiudizi è quello secondo cui entrare nell’università significa trasformarsi in vincenti della mobilità sociale. In altre parole, gli scioperi universitari ci ricordano che andare a scuola non basta per uscire dalla working class – per passare dall’essere sfruttate/i all’essere sfruttatrici/ori.

Nonostante gli scioperi abbiano il potere di spronare immaginari radicali, non dobbiamo dimenticare che lo sciopero attuale è strettamente legato alle pensioni. Tuttavia, resta potenzialmente in grado di mettere in discussione le riforme neoliberali del sistema educativo. Innanzitutto, non c’è mai stata così tanta cooperazione resistente tra le/gli studentesse/i e il personale universitario dai tempi del movimento del 2010. Forse un tale livello di solidarietà tra studentesse/i e personale non si era mai visto prima nel Regno Unito. Ciò è avvenuto perché c’è una crescente convergenza tra le condizioni materiali delle lavoratrici/ori attuali e quelle/i del futuro.

Le politiche del governo sono all’origine della “crisi” del sistema pensionistico USS. Di fronte alla crescente precarizzazione della mano d’opera nazionale, lo stato ha dovuto tentare di svincolarsi dalla responsabilità di mantenere una popolazione radicalmente impoverita e invecchiata. Ha così legiferato che tutte/i le/i lavoratrici/ori devono registrarsi in un fondo pensione, dal quale le/i lavoratrici/ori meno pagate/i possono “scegliere” di uscire. Ciò si è tradotto in una tipica lotta tra lavoratrici/ori e capitale per determinare chi debba pagare il prezzo della sicurezza di lungo termine delle/i lavoratrici/ori. Nonostante le due parti fossero arrivate a un compromesso che non aveva soddisfatto tutte/i, UUK – rappresentante del capitale britannico nel settore universitario – è poi tornata all’attacco. Questo tentativo di ridurre le pensioni del personale non è solo un gigantesco esercizio di taglio dei costi. Infatti, oltre ai già esistenti investimenti non etici, UUK vuole finanziarizzare il sistema pensionistico USS, isolando le università dai potenziali costi del collasso del fondo pensione – per controlli carenti o per crisi finanziaria – e scaricando i costi sulle/i lavoratrici/ori. Allo stesso modo, l’annuncio da parte del governo di un riesame dell’istruzione universitaria mira ad abolire ogni limite massimo alle tasse universitarie. Questo permetterebbe alle università di far pagare le/gli studentesse/i sulla base delle probabilità di trovare lavoro dopo laurea, e dei livelli salariali e gerarchici offerti da tale lavoro. Entrambe le riforme sono un modo di tagliare i fondi soprattutto a quelle università che dipendono fortemente dall’insegnamento e che hanno relativamente poche risorse oltre agli insegnanti. Tali riforme aggraverebbero la precarietà e la gerarchizzazione del lavoro nel sistema educativo, irrigidendone il classismo.

Fortunatamente, la resistenza è stata eccellente. Studentesse/i e lavoratrici/ori hanno capito che le università giocano un ruolo centrale nel capitalismo globale e che l’attuale situazione costituisce un’occasione cruciale di cambiamento. Il lungo sciopero è stato accompagnato da nuove e vecchie strategie. I padroni sono indeboliti e divisi, le loro fila si scompigliano. E se è vero che non si dà una marcata diffusione di aspirazioni anticapitaliste tra il personale del settore educativo, la diversità e la militanza dei picchetti hanno dimostrato che i tempi sono ancora opportuni per una ricomposizione politica della leadership UCU in linea con l’attuale ricomposizione degli interessi materiali della sua base.

Il recente sciopero dimostra che una parte significativa della base dell’UCU è costituita da lavoratrici/ori precarie/i con contratti instabili o senza un contratto come dipendenti, e che le questioni relative alla continua precarizzazione dell’istruzione devono essere prese in considerazione dal sindacato per re-immaginare un’istruzione universitaria adeguata ai bisogni di studentesse/i e lavoratrici/ori. Molti nuovi membri hanno vissuto, sono stati educati da, il movimento studentesco e la resistenza all’austerity. Trasformarci in personale docente universitario ci ha mostrato che i dirigenti dell’accademia sono capitalisti il cui mestiere è vendere lauree. Se potessero venderle senza fornire istruzione in cambio, lo farebbero. Per questo, è assurdo pensare che gli scioperi danneggino l’istruzione degli studenti, perché sottolineano invece le carenze del sistema educativo.

La politica sindacale, quindi, deve cambiare di conseguenza. In un modo o nell’altro, la UCU dovrà riconoscere che molte/i delle/i sue/oi nuove/i militanti sono lavoratrici/ori precarie/i, i cui interessi vanno difesi tramite la politicizzazione della relazione lavorativa e del modo in cui essa si ripercuote sull’istruzione. Questi tentativi di leggere la questione delle pensioni in una prospettiva olistica – che comprenda la mercificazione e la precarizzazione dell’istruzione superiore attraverso il prisma delle pensioni – indica un cammino che va oltre il rischio di un eccessivo settorialismo delle rivendicazioni e delle lotte sindacali. Questa trasformazione presagisce uno spazio politico che superi la coscienza sindacale e che sta venendo creato dall’interno del sindacato da coloro che, formatisi nel movimento studentesco, ora fanno fronte a condizioni di lavoro precarie in un’università che non li rispetta, ma che imparerà a temerli.

Tuttavia, il sindacato e il movimento studentesco sono ancora in posizione difensiva. Questo perché le università hanno diversificato i loro portafogli azionari e investito nei mercati globali, programmando così di generare più profitti dal settore immobiliare, dai servizi di accoglienza, dall’insegnamento digitale fuori dal Regno Unito, e di trasformarsi in agenzie di lavoro temporaneo per aziende che cercano tutor e ricercatrici/ori come consulenti occasionali. Ognuno di questi investimenti comporta l’assorbimento di lavoratrici/ori i cui bisogni non erano mai stati presi in considerazione prima dai nostri movimenti. Per questo dobbiamo essere più radicali, pragmatiche/i e strategiche/i nel formulare le nostre rivendicazioni su queste nuove basi.

Una possibile strategia è quella di vedere l’istruzione come un settore economico nel quale il valore della merce – la laurea – è minacciato dall’aumento dell’offerta. Più aumentano i voti di laurea, più diminuisce il valore anche delle “migliori” lauree. La media dei voti, infatti, sta aumentando in tutto il sistema universitario [1]. Un modo fattibile di intralciare il funzionamento delle università sarebbe quello di spingere al massimo l’inflazione dei voti per mettere in evidenza le carenze del sistema educativo. Dare voto massimo a ogni studente nel quadro di un boicottaggio delle correzioni degli esami permetterebbe al personale accademico di effettuare gli esami rifiutando però di dare i veri voti, in modo da aumentare il proprio potere negoziale rispetto ai dirigenti. Le/gli studentesse/i riceverebbero comunque il feedback qualitativo necessario a migliorare e potrebbero continuare normalmente il loro percorso accademico. Per la prima volta, la correzione degli esami non sarebbe una questione di competizione ma un’esperienza pedagogica. Per finire, il personale amministrativo potrebbe rispettare il proprio contratto d’impiego, pubblicando i voti puntualmente e partecipando alla protesta allo stesso tempo, invece che dover passare gli scioperi a far fronte alle ansietà e alle preoccupazioni delle/gli studentesse/i. Si potrebbe in questo modo evidenziare la questione oggetto della lotta – qualunque essa sia – e strutturare la protesta in modo che chiunque possa partecipare secondo le proprie capacità alla costruzione dell’istruzione gratuita.

Altre strategie, come uno sciopero delle tasse universitarie o la richiesta di rimborsi da parte degli studenti [per l’insegnamento perso a causa di uno sciopero], sono anch’esse innovative ma non sono adeguate alla necessità di far circolare tra le/i lavoratrici/ori le lotte studentesche e le lotte sull’istruzione. Una richiesta di rimborsi da parte degli studenti sarebbe benvenuta se effettuata in coordinazione con i sindacati e la sinistra universitaria – poiché può aumentare i costi finanziari, altrimenti scarsi, dello sciopero del personale docente – ma è una tattica che emerge dalla soggettività dello studente come consumatore individuale; è pragmatica, ma ostacola l’azione collettiva invece di incoraggiarla. Allo stesso modo, uno sciopero delle tasse universitarie è difficile da immaginare in una situazione in cui le tasse sono finanziate tramite l’indebitamento e in cui i tagli ai finanziamenti sono il metodo più efficace del governo per esasperare la crisi dei servizi pubblici e poi giustificare tagli e privatizzazioni.

Guardando avanti, è necessario un diffuso impegno all’interno della UCU rispetto alle questioni relative alla precarizzazione e alla mercificazione. Tali sforzi devono collegarsi a un più ampio movimento politico che tenti di ristrutturare l’istruzione universitaria come qualcosa che appartenga alle/i lavoratrici/ori e alle/gli studentesse/i, controllata e gestita da queste/i ultime/i. Ciò può essere realizzato tramite la ricomposizione sindacale in corso, dalla base al vertice. Tale ricomposizione è potenzialmente in grado di riposizionare la coscienza sindacale, dando spazio a rivendicazioni che trascendano i tradizionali e limitanti settorialismi e lavorismi delle lotte sindacali. Questa ricomposizione non sarà priva di frizioni, si tratterà di un impegno lento e costante. Tuttavia, lo sciopero per le pensioni ha segnato un punto di rottura che ci permette di vedere tale trasformazione come una possibilità immanente, da realizzarsi tramite un duro lavoro di militanza sui picchetti.

 (Traduzione a cura di Lorenzo Fe)

[1] https://www.timeshighereducation.com/news/universities-biggest-shares-21s-and-firsts-revealed

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