Messico - Il Gazolinazo e le proteste

La società civile scende in piazza contro l'aumento della benzina

12 / 1 / 2017

Proponiamo la traduzione di un articolo di Luis Hernandez Navarro, pubblicato ne La Jornada, il 10 gennaio 2017, circa la lotta contro il “gasolinazo”, ovvero l’aumento brusco del prezzo della benzina deciso dal governo a partire dal primo gennaio. Le proteste sono cominciate a inizio anno quando, dopo la liberalizzazione del mercato, sono entrati in vigore gli aumenti dei prezzi che hanno portato la benzina da 13,98 pesos per litro a 15,99 pesos. Il “gasolinazo” di gennaio ha fatto esplodere la protesta, che si è estesa da Veracruz a Puebla, da Monterrey a Città del Messico. 

L’immagine è stata riprodotta migliaia di volte come simbolo dei tempi che corrono. All’uscita di un negozio dipartimentale saccheggiato da una moltitudine di persone del popolo, un giovane porta sulle proprie spalle un enorme schermo nuovo. Con quello schermo si carica del reclamo di essere un bisognoso in un paese dove esserlo non è solo una tragedia materiale, ma anche il simbolo di una sconfitta sociale.

Collocati alla festa del consumo continuo, i signori del denaro ostentano la loro fortuna senza modestia. Esibiscono i loro lussi senza alcun pudore, come evidenza materiale del loro esito nella vita. E i reietti, privi di biglietto d’ingresso per lo spettacolo del dispendio, guardano l’ostentazione e l’opulenza dai loro umili alloggi attraverso la vetrina dei programmi televisivi. Fino a quando non arriva l’opportunità di prendersi una rivincita. 

Con quello schermo, il suo nuovo proprietario ha l’illusione di essersi intrufolato al festino dei ricchi. La raccolta della rapina, due o tre volte superiore ai quasi 10 milioni di televisori che il governo federale regalò con il pretesto del blackout dell’analogico del 2015, non compromette né il suo voto né la sua lealtà, come successe durante i comizi di quell’anno. 

Quel televisore, inoltre, rappresenta la sua personale rappresaglia di fronte alla rapina senza fine dei politici. Se i governatori di Veracruz, Chihuahua, Quintana Roo, Coahuila e Nuevo Leon hanno sottratto alle casse dello stato senza soffrire per questo alcun castigo, perché non cercare di ottenere un bene senza doverlo pagare?

Quello schermo lo ha ottenuto frantumando la legge. Ma forse non lo fanno anche i los de arriba? Lo ha preso grazie ad un colpo di fortuna e audacia, in un atto di rabbia e rancore accumulati durante gli anni, che l’aumento del prezzo della benzina ha fatto scoppiare. 

Questa è una spiegazione dell’ondata di saccheggi che ha scosso varie regioni del paese, come nello Stato del Messico, Vecracruz, Hidalgo e Nuevo Leon. Tuttavia, c’è chi ne dubita e ne offre un’altra: quella del complotto. Il furto – dicono alcuni – è stato organizzato dai funzionari pubblici come parte di una variante della dottrina dello shock, per giustificare l’intervento della forza pubblica contro coloro che non sono d’accordo con l’aumento dei prezzi della benzina, e scoraggiare le proteste popolari.

Questa strategia della paura combina campagne di disinformazione nelle reti sociali, chiamate pubbliche a rapinare i magazzini, assenza della forza pubblica a salvaguardia dei negozi, gruppi di cittadini ai quali agenti governativi e di polizia offrono denaro e impunità per commettere gli assalti e le azioni di provocazione come Antorcha Campesina. 

Nelle reti sociali si sono diffuse numerose testimonianze e prove che sembrano rinforzare questa ipotesi, soprattutto nei casi verificatesi nello Stato del Messico e a Puebla. In più di un video si può vedere come sia la polizia a rubare la mercanzia. 

Questo strategia ha portato a dei risultati? Sì e no. Sì, perché in diversi settori della popolazione si è creato un clima di timore e incertezza che ha inibito la partecipazione alle proteste. Sì, perché gruppi di impresari che, in un primo momento, si erano opposti al gazolinazo, ora chiedono misure severe per fermare le proteste. 

No, perché, malgrado tutto, lontano dal diminuire, il malcontento sociale continua ad estendersi e non mostra segni di volersi fermare nel breve termine. La relazione tra il numero delle proteste e quello dei saccheggi è, secondo il conteggio delle note giornalistiche, almeno di cinque a uno. E no, perché il furto si è esteso più in là del controllo dei suoi ipotetici patrocinatori: più di 800 negozi secondo la Concanaco (Confederación de Cámaras Nacionales de Comercio, Servicios y Turismo). 

Quindi, gli assalti ai grandi magazzini sono azioni orchestrate da attori governativi o sono l’espressione del rancore sociale? Molto probabilmente la seconda. Anche se in un primo momento sono state influenzate da alcune sfere di potere, sono anche l’espressione del malcontento sociale genuino e accumulato.

Il furto è la faccia più visibile della sollevazione popolare in marcia, ma è distante dall’esserne l’unica. In tutto il paese si sono registrate marce, liberazioni dei caselli delle autostrade, blocchi ai distributori di benzina, lungo le strade, le linee ferroviarie e alla centrale della Pemex (importante azienda petrolifera messicana). Le dimostrazioni di solidarietà sono numerose. I camionisti che a Chihuahua hanno ostruito il traffico delle macchine dicono, una metà scherzando mentre l’altra seriamente, che mai hanno mangiato così bene come adesso grazie all’appoggio popolare: carne a colazione, pranzo e cena.  

La protesta contro il gazolinazo è un fatto inedito, generalizzato, amorfo, spontaneo, privo di una direzione prestabilita e di un centro organizzativo. Nei fatti si tratta di differenti proteste regionali, ognuna diversa dall’altra. 

In prima linea tra gli oppositori si trovano i camionisti, seguiti dai trasportatori, dai tassisti, da tutti quelli il cui lavoro è direttamente legato al consumo di combustibile. Sono questi che hanno organizzato molti dei blocchi lungo le strade. Hanno pagato un prezzo molto alto. Non sono pochi i loro compagni che sono detenuti. 

Ma alle giornate di protesta partecipano anche agricoltori, contadini, cittadini autoconvocati, casalinghe, professionisti, medici e maestri. Il gazolinazo ha colpito una parte della classe media che cercava di mantenersi a galla e l’ha lanciata nelle piazze pubbliche. La manifestazione di Monterrey ha reso al meglio questa situazione. 

Il blocco nel potere si è frantumato. I governatori di Sonora, Chihuahua e Tamaulipas chiedono di riconsiderare l’aumento del prezzo della benzina. Lo stato di Jalisco è andato oltre e ha stretto un accordo con Enrique Alfaro e il Movimiento Ciudadano (Movimento Cittadino). Con un tono più energico, lo stesso è stato fatto dalla Conferenza dell’Episcopato Messicana (CEM). E se qualcosa dovesse fallire, la ciliegina sulla torta di questo guasto, è il fatto che Coparmex (Confederación Patronal de la República Mexicana) ha rifiutato il patto economico proposto da Peña Nieto. 

Sconcertata, una buona parte della dirigenza oppositrice tradizionale, tanto sociale come politica, è stata superata. Il suo sbigottimento cammina mano per mano con l’incapacità governativa di comprendere ciò che ha di fronte. Nuovi leader popolari locali sono emersi dal calore della protesta. 

Le marce dello scorso 7 gennaio, in almeno 25 stati, sono sembrate un indicatore dell’avanzamento della protesta nazionale. In queste, si è passati dall’esigenza di abbassare il prezzo dei combustibili alla richiesta di rinuncia al potere da parte del Presidente. Queste manifestazioni, alcune grandi alcune piccole, potrebbero essere un punto di inflessione nella capacità di organizzare la resistenza. 

(traduzione a cura dell'Associazione Ya Basta! Êdî Bese!)

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