Messico - Verso le elezioni continuano le violazioni dei diritti umani

3 / 4 / 2018

Il primo luglio si concluderà il mandato di Enrique Peña Nieto come presidente della repubblica del Messico. Sei anni che si sono rivelati i peggiori per quanto riguarda la tutela dei diritti umani, soprattutto il 2017 durante il quale ci sono state 26.573 vittime di omicidio colposo, cifra che ha alimentato quelle tristemente sconosciute degli anni scorsi (35 mila circa desaparecidos e 240 mila morti).

All’avvicinarsi della scadenza elettorale le notizie relative alla politica riempiono le testate giornalistiche, i programmi televisivi, i discorsi della gente. Ci si prepara alle alleanze dell’ultimo minuto, ci si espone per raccogliere i voti degli indecisi, si promettono soluzioni ad ogni tipo di problema. Ma nelle ultime settimane le affermazioni dei candidati sono accompagnate da fatti di cronaca nera che irrompono sulle pagine dei giornali e che riportano lo sguardo alla realtà che circonda e di cui è fortemente permeata la società messicana: sparizioni forzate, femminicidi, impunità, militarizzazione e apertura a progetti che saccheggiano ancora una volta le ricchezze del territorio. 

Solo per fare alcuni esempi, dallo scorso 19 marzo sono scomparsi Salomón Aceves, Marco García e Daniel Díaz, studenti dell’Universidad de Medios Audiovisuales di Guadalajara, nello stato di Jalisco. Mentre facevano ritorno dalle riprese di un documentario a cui stavano lavorando, un gruppo di uomini armati li ha prelevati e di loro non si è più saputo nulla. Fin da subito i compagni di università si sono mobilitati organizzando manifestazioni e iniziative dove chiedono a gran voce la riapparizione con vita dei loro amici, sottolineando che non sono criminali – modo in cui le autorità, invece, tendono a definire le vittime di sparizione forzata – ma studenti e pretendendo che non scenda ancora una volta il silenzio su vicende simili da parte delle istituzioni. 

Nello stesso giorno e a pochi chilometri di distanza è avvenuta anche la sparizione di un altro studente, César Ulises Arellano Camacho, il cui corpo è stato ritrovato lo scorso 26 marzo. La Fiscalía General e lo stesso governatore dello stato hanno dichiarato che le cause della morte sono da ricondursi ad uno strangolamento provocato da qualcosa che è stato ingerito e che si tratterebbe di suicidio. Queste affermazioni arrivano ben prima che le indagini disposte definiscano le cause della morte dello studente, mancando completamente di rispetto alla vittima stessa e ai familiari, oltre a dimostrare l’assenza di trasparenza e d’intenzione di ricercare la verità.

Vittima di sparizione forzata è stata anche María Guadalupe Hernández Flores, conosciuta come Kleo. Lesbica e femminista, si batteva per i diritti delle donne e della comunità LGBTQ. La sua storia tanto ricorda quella di Marielle Franco, altra attivista vittima di femminicidio in Brasile pochi giorni fa. Kleo è scomparsa l’11 marzo, dopo che era stata vista l’ultima volta mentre saliva su un autobus, e il suo corpo è stato ritrovato nei giorni scorsi, in parte seppellito, in una proprietà del municipio di Coroneo, nello stato di Guanajuato. Sul suo corpo c’erano evidenti segni di tortura e mentre le associazioni chiedono che anche questo crimine non rimanga impunito, la polizia non menziona alcuna indagine in corso per scoprire il colpevole. Il suo nome va ad aggiungersi alla lunga lista di femminicidi perpetrati contro le donne in Messico. Secondo l’INEGI (Instituto Nacional de Estadística y Geografía) tra il 2007 e il 2016 sono state assassinate 22.482 donne, una ogni quattro ore. Una violenza che trova spazio soprattutto tra le mura domestiche, ma non solo, e che viene alimentata da politiche e da una cultura fortemente patriarcale, machista e sessista come quella messicana.

In entrambi i casi è evidente la strategia dello stato - e non della criminalità organizzata, i narcos ecc., utili per lo più a sviare l’attenzione dal vero nemico – di imporre il proprio controllo e il proprio potere nelle vite delle persone, limitando ogni forma che comunichi dissenso o anche solo che cerchi di raccontare la verità.

Questo sistema criminale colpisce in maniera indiscriminata tutti, sia gli attivisti costantemente in prima linea sia le persone comuni nella loro quotidianità. Alle denunce e all’indignazione della popolazione, il governo messicano risponde con la repressione, con la criminalizzazione delle vittime e alimentando il marcio al proprio interno lasciando impuniti i colpevoli. Non da ultimo è l’approvazione, sul finire del 2017, della Ley de Seguridad Interior che da pieni poteri all’esercito in materia di sicurezza interna e che potrà essere utilizzato dal presidente anche durante le manifestazioni. In questo modo ci si prepara agli ultimi mesi di campagna elettorale e alle mobilitazioni che molto probabilmente avranno luogo incrementando la militarizzazione del paese e andando sempre più nella direzione di uno stato d’eccezione e antidemocratico. 

A questo clima di tensione è necessario rispondere continuando a far sentire la propria voce, a riempire le strade e le piazze con i propri corpi, a cercare di creare un fronte unico delle lotte creando spazi di democrazia diretta. Una prospettiva futura che era, ed è tuttora, al centro della motivazione che ha spinto il Congresso Nazionale Indigeno e l’EZLN a proporre Marichuy come candidata indipendente per queste presidenziali. Non sarà l’arrivo di un nuovo presidente a risolvere i problemi che affliggono il Messico, ma la mobilitazione dal basso di quella parte della società che non ha più fiducia nelle istituzioni si rifiuta di accettare altre ingiustizie, che si mette in gioco, rischiando tutto, quando pretende di smantellare il sistema che continua ad opprimerla, che ha scelto di non voltarsi dall’altra parte. 

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