io e te trailer

La sedia elettrica

“Io sto bene nei luoghi chiusi”. Bernardo Bertolucci

1 / 11 / 2012


Quando a Cannes, nel maggio scorso, Bertolucci uscì dalla press conference insieme ai suoi attori e sceneggiatori non c’era nemmeno un fotografo. Per un regista cui l’anno prima era stata conferita la Palma d’Oro alla carriera, sorta di risarcimento per i premi mancati. Tutti a caccia di Robert Pattinson o Kristen Stewart. Lui risalì la rampa con uno scatto bruciante della sedia a rotelle e sparì dietro le porte dell’ascensore. La chiama “la mia sedia elettrica”: la punizione per i chilometri di dolly, il carrello su cui scorre la macchina da presa, che ha reso inconfondibile il suo cinema. Solo per Novecento il suo operatore ne ha conteggiati più di quattro. Ora mi risulta difficile separare la visione di Io e te, il suo ultimo lavoro, dal destino che ha colpito duro più di dieci anni fa, a seguito di una banale operazione di ernia del disco. Dalla determinazione, dopo The dreamers nel 2003, ad abbandonare la regia a causa di questa inabilità. Perché poco più di un anno fa, folgorato dal romanzo di Nicolò Ammaniti, decise che se non avrebbe più potuto adattare il suo sguardo ai grandi spazi riempiti da migliaia di comparse, i piccoli spazi si sarebbero adattati al suo cinema.

Il cielo in una stanza di Bertolucci si trova a un minuto da casa sua, nello studio trasteverino di un amico artista. E’ una cantina attrezzata in cui si rifugia clandestinamente per una settimana Lorenzo, quattordicenne brufoloso irascibile e sociopatico, invece che partire con la classe per la settimana bianca; ma vi fa ben presto irruzione incontrastabile Olivia, sorellastra venticinquenne tosta tossica e bella. Tutto qui? Tutto qui. Il resto è dato dalla impossibilità di sottrarsi all’istintivo bisogno di coniugare immagini così fortemente perimetrate con lo stato di menomazione del regista e con la sua filmografia, che compie quest'anno mezzo secolo. Affiorano gli spazi della casa-utero di Partner, quelli vuoti dell’appartamento de L’ultimo tango, quelli della villa liberty de L’assedio, di nuovo un appartamento parigino in The dreamers. Ritornano gli adolescenti di Novecento, quelli de L’ultimo imperatore e in fondo anche quelli di The dreamers erano adolescenti solo po’ cresciuti. Le caste fantasie incestuose di Lorenzo che rimandano a La luna, l'abbigliamento romantico-aggressivo-finto-povero di Olivia che ricorda quello di Maria Schneider. Quello che colpisce maggiormente è che non si tratta di autocitazioni, di autocompiacimento estetizzante camuffato. E' veramente un cinema “nuovo” quello che maneggia Bertolucci, talmente nuovo che inizialmente era stato immaginato in 3D e non si sa se dispiacersi o meno che abbia poi deciso per il formato convenzionale. Ma è come se l’autore trascinasse involontariamente dietro di sé, agganciate alla sua sedia elettrica, tracce inconfondibili del suo cinema. Come se, assieme a quel piccolo Malcolm McDowell che è il suo Lorenzo (Jacopo Olmo si chiama, come Depardieu in Novecento) anche lui sia protagonista di un viaggio infinito dentro i confini della protezione. Come se Olivia (l’esordiente Tea Falco, apprezzata foto-artista) fosse venuta a stanare anche lui, a costringerlo a provare - di nuovo - dei sentimenti, ad affrontare la vita. Perché vecchi e adolescenti condividono la libertà di provare sentimenti anche molto trasgressivi e la libertà di appoggiarsi all'altro.

Anche il suo è (stato) un corpo in bilico, tra sparizione, autoreclusione e salvezza, libertà. Finalmente identificata, fortunosamente ritrovata tra gli spazi claustrofobici - ma Bertolucci parla di claustrofilia- in cui inquietudine solitudine e smarrimento possono trovare sintesi liberatoria nelle note di “Space Oddity”. Il suo '68 è ancora una volta lì, nascosto sotto il cappottone di Olivia, tra King Kong e Marlene Dietrich. Nell'eroina che ti succhia la vita, nella fuga dalla famiglia, nella ricerca di sé, nella voglia e nel timore di esplorare il mondo. Io e te è un piccolo grande film che non solo segna un ritorno sul versante opposto a quello ipertecnologico: suggerisce una lezione di umiltà e coraggio, ricorda che ogni spazio può essere attraversato anche senza bussola, persino senza gambe. Rendendo aperto il finale del romanzo dalla somma algebrica di due solitudini Bertolucci ricava un teorema teso a dimostrare che siamo sempre e solo noi i padroni del nostro destino, solo in noi si nasconde la forza che serve per affrontare quel maledetto affare che è la vita.

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