Sui muri....una città che parla

3 / 2 / 2018

È cronaca di questi giorni a Padova (questo il sondaggio proposto dal quotidiano locale Il Mattino) la demolizione di un muro che divide via Trieste con Piazzetta De Gasperi. Tale notizia non dovrebbe creare un grosso scalpore, se non fosse che sono stati scomodati critici d'arte, chi più professionale chi invece improvvisato. Il dibattito acceso divideva chi riteneva giusto «far sparire», insieme al muro, anche i disegni rappresentanti il famoso pilota Ayrton Senna e la raffigurazione del Cristo Redentore di Rio e chi invece sosteneva che le opere dovessero essere salvate.

Vorremmo uscire da questo sterile dibattito e fare una riflessione un po' più profonda.

Partendo dal presupposto che l'abbattimento di una barriera dovrebbe sempre essere sinonimo di vittoria, in quanto la storia ci insegna che i muri sono sempre stati alzati per nascondere, isolare, dividere, ci si è posti in questa occasione un quesito che va oltre la semplice meccanica del gesto: può un'opera fatta da uno street artist mettere in dubbio una decisione presa da un'amministrazione comunale? Quanta potenza deve avere un'opera, o l'artista che la crea, per far sì che un'amministrazione decreti la tutela o meno della stessa?

Non ci vuole molto per capire che l'arte di strada non sottostà alle regole canoniche,  al contrario è proprio questo che imprime forza di questa corrente!

Siamo immersi in un'epoca in cui su una stessa piazza si vedono sfilare prima donne e uomini che lottano quotidianamente per i diritti di tutti indiscriminatamente, e qualche ora dopo tristi soggetti che fanno dei confini e della superiorità etnica i loro cavalli di battaglia, sfoggiando slogan e simboli “vietati" dalla Costituzione Italiana. In nome della tanto bistrattata democrazia le Amministrazioni non danno risposta né tantomeno si oppongono a tali vergognose manifestazioni, ma appena si parla di street art subito prendono posizione. Non dimostrano coraggio quando si tratta di condannare “parate fasciste” o eventi affini, ma si arrogano il diritto di dare un freno a chi cerca di rendere, a modo suo, la propria città un po' meno grigia.

Nessuno lo mette in dubbio, alcune opere sono più gradevoli di altre, ma più che della realizzazione in sé, non ci si dovrebbe piuttosto interrogare sul messaggio che l'artista vuole far passare? Prendiamo uno degli esempi più noti ed apprezzati nel mondo, ovvero Banksy: un artista eclettico, complesso, sempre pungente ed attuale. Un uomo dal cuore grande, in grado di regalare un po' di colore in mezzo alle macerie di città distrutte dai continui conflitti, come nel caso dei lavori eseguiti a Gaza. Vanno le sue opere giudicate per la giusta prospettiva, la tecnica impeccabile, o il loro valore va oltre le regole imposte dai rigidi schemi artistici?

Per «quelli che benpensano», per tutti i conservatori e conformisti, ritenere poco democratica la scelta di alcuni street artist di imporre le proprie opere alla città diventa un pensiero costante: bisogna sempre  «chiedere prima il permesso», per evitare di dare fastidio, sintomo questo di una società che vorrebbe tutti muti, privi di fantasia, impossibilitati ad uscire dagli schemi. E' proprio in questo clima di repressione mascherato da una finta possibilità di avere accesso a tutte le risorse, che chi riesce a guardare un po’ più in là del proprio naso si fa forza e sente la necessità di gridare il proprio dissenso.

Costretti ad uscire di notte, quando le città di desertificano ed è più difficile essere “beccati”, gli artisti della strada levano un po' di grigio e restituiscono i giusti colori a delle vie sempre più isolate, cupe e spente.

«Muri puliti, popoli muti» recita un famoso detto e da questo è giusto partire per una semplice riflessione che vede nella street art una chiave di lettura delle città.

Nessuno si schiera in difesa di scarabocchi fatti dal primo che riceve la paghetta e decide di reinvestirla nell'acquisto di due bombolette spray da scaricare inconsapevolmente sul primo muro libero, tantomeno è legittimabile un disegno, nemmeno il più bello del mondo, su un monumento o un edificio di valore storico. Ma troppo spesso, presi dalla frenesia di questa vita, andiamo di corsa e ci perdiamo gli appelli che vengono impressi sulle pareti delle zone in cui viviamo.

L'idea di poter regalare un sorriso, una lacrima o una piccola riflessione attraverso la propria opera, restituendo un po' di criticità a dei cittadini lobotomizzati dall'ansia di produrre, crea nello street artist la voglia di rischiare l'immacolatezza della propria fedina penale e di mettersi a nudo donando un po' di sé mettendolo a disposizione di tutti.

Contro musei esclusivi, in cui bisogna pagare per entrare e far esperienza della bellezza, gli street artist sono quindi persone estremamente generose, che investono il proprio tempo ed i propri risparmi per dare il loro contributo a rendere questo mondo un po’ meno grigio ed omologato.

Bookmark and Share