Cesare non muore mai.

Diaz. La Cassazione rende pubbliche le motivazioni della condanna per i vertici di Polizia.

3 / 10 / 2012


Fu un puro esercizio di violenza, un'operazione militarizzata e condotta in maniera cinica e sadica. Usa queste parole la quinta sezione penale della Corte di Cassazione per motivare in 186 pagine la conferma delle condanne inflitte a 25 poliziotti per il reato di falso - essendo quello per lesioni da tempo prescritto - relativamente a quanto accadde la notte del 21 luglio 2001 a Genova, nei locali della scuola Diaz. Storia che conosciamo. Storia che riguarda tutti. Chi era a Genova nelle giornate del G8 e chi non c'era. Perché nulla è cambiato: le nostre quattro polizie godono ancora della stessa delega in bianco alla risoluzione del conflitto sociale attraverso l'uso indiscriminato della forza e con la medesime garanzie di impunità. Chi non c'era avrà visto Diaz, il solido film di Daniele Vicari, che ha portato la sua camera a mano dentro i locali della scuola e dentro quelli della caserma di Bolzaneto, gli unici luoghi rimasti impenetrabili alle migliaia di occhi elettronici che resero quel G8 un evento connotato da un tasso di mediatizzazione senza precedenti. Le cose andarono veramente a quel modo. Fu davvero una macelleria messicana. Una notte cilena, come disse con maggiore eleganza una sinistra d'opposizione come sempre balbuziente e prona.

Ore è la Cassazione a scrivere ciò che da subito i movimenti avevano denunciato: “c'era da riscattare l'immagine della polizia italiana apparsa inerte” dopo che le televisioni di tutto il mondo avevano mandato in onda le immagini delle sanguinose cariche di corso Italia contro i pacifisti, senza curarsi di aggredire selvaggiamente donne, anziani e finanche padri con il figlio al collo. Volti insanguinati e terrorizzati, mani alzate, suppliche inutili, robocop irriconoscibili che si accaniscono contro corpi inermi stesi a terra. E' qui che la Corte segna un punto di novità rispetto alla definizione istituzionale della verità: quando riferisce che “l'esortazione rivolta dal capo della polizia... ad eseguire arresti” è la molla che fa scattare il massacro, la “esortazione che ha finito con l'avere il sopravvento rispetto alla verifica del buon esito della perquisizione stessa”. Quello di De Gennaro non è così più un fantasma giudiziario. Suo è l'input dell'operazione, sue le disposizioni per la gestione dell'operazione al prefetto La Barbera - quello che sorveglierà “un sistematico e ingiustificato uso della forza” - sue le determinazioni a organizzare in seguito “una scellerata operazione mistificatoria”: le false armi, la falsa coltellata, la false molotov, i falsi referti sui manifestanti asseritamente trovati già feriti. A De Gennaro, assolto in Cassazione per avere istigato al falso l'allora questore di Genova Giuseppe Colucci durante il dibattimento genovese, va riferita una responsabilità indiscutibile, fermo restando che è impensabile possa essersi sottratto all'obbligo di consultare o quantomeno informare i suoi diretti superiori. Che nella fattispecie furono il ministro dell'Interno Scajola e il presidente del consiglio Berlusconi. Gli stessi che il 22 luglio certificavano in Parlamento la cattura dei violenti coperti dai pacifisti. Il vicepresidente del Consiglio Fini, da parte sua, era presenza permanente nei locali della centrale operativa.

Attorno a De Gennaro è stato edificato un muro di omertà volto ad interrompere ogni possibile ulteriore identificazione della catena di comando, ogni possibile implicazione del potere politico. Sono stati sacrificati, non prima di averli ripetutamente promossi ed attrezzati di profumatissimi stipendi, una manciata di funzionari. Per loro pena sospesa in attesa dell'affidamento in prova ai servizi sociali. Gratteri Luperi Caldarozzi Canterini Mortola sono nomi che resteranno per sempre scolpiti nella nostra memoria, così come l'immagine di un ragazzo in canottiera steso in una pozza di sangue, vittima pianificata di quella stessa necessità di “riscatto” che governerà l'operazione Diaz. Protezioni politiche fornite sia da destra che da sinistra sono invece state fornite a De Gennaro al punto di farlo transitare attraverso i ruoli di commissario straordinario per i rifiuti, coordinatore dei servizi segreti e infine sottosegretario alla presidenza del Consiglio, incarico che ricopre tuttora.

Se il ministero dell'Interno è stato costretto a sospendere i condannati dalle loro cariche in ragione dell'intervenuta interdizione dai pubblici uffici, non ha peraltro avviato alcun procedimento disciplinare e nulla induce a pensare che qualcosa o qualcuno costringa De Gennaro a lasciare il suo incarico. Il che francamente poco rileva: scivolerà in una pensione dorata alla chetichella come ha fatto un paio di mesi fa il suo collega comandante del Ros dei Carabinieri generale Ganzer, sulla testa del quale pende una condanna a 14 anni di reclusione per associazione per delinquere emessa dal Tribunale di Milano.

Rileva invece che la sentenza abbia ripreso un nodo che già la Corte di Appello aveva sottolineato come irrisolto: quello relativo ad azioni che integrano la fattispecie della tortura, facendo esplicito riferimento alla impotenza della Corte a prendere in esame un reato che non è disciplinato dalle leggi italiane. Malgrado una risoluzione Onu del lontano 1984 esorti i legislatori delle nazioni europee a farsene carico. Rileva perché ci riguarda da vicino, perché attiene ai comportamenti criminali delle nostre polizie quando agiscono in funzione di ordine pubblico nella fondata presunzione di godere in quella veste del massimo grado di impunità possibile. Mentre infatti Napolitano scopre finalmente - forse perché il suo mandato è agli sgoccioli - che serve l'impossibile maggioranza qualificata dei due terzi delle Camere per approvare un provvedimento di amnistia che ridia almeno un simulacro di dignità al nostro circuito penitenziario, mentre la cronaca riferisce di maltrattamenti persino nelle celle del Vaticano, l'approvazione di una legge che metta a segno il reato di tortura viene ancora una volta affossata. Il testo di legge - peraltro assai debole e compromissorio – recentemente approvato in commissione giustizia al Senato è stato rimandato indietro perché potrebbe essere usato “strumentalmente a danno delle forze dell'ordine”. Questo malgrado fosse caduto il principio secondo il quale la tortura è un reato specifico del singolo funzionario (fatte salve quindi le gerarchie superiori) e quello secondo cui il reato non può essere oggetto di prescrizione. Il Diritto di Polizia, insomma, rimane in tutto e per tutto inalterato. E Cesare di morire non ne vuol proprio sapere.

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