Contro gli invalsi pratichiamo la vera autonomia scolastica

10 / 2 / 2017

Proseguono gli  approfondimenti a cura del Coordinamento Studenti Medi Venezia-Mestre, che riguardano varie tematiche legate al mondo giovanile e studentesco, inseriti all'interno di un ciclo di workshop auto-formativi che si svolgono a L.O.Co (via Piave 2 - Mestre).

Il test INVALSI nasce nel 2004 dall’omonimo ente, parallelamente alla nascita dei primi ragionamenti sull’autonomia scolastica, con l’obbiettivo di mantenere un connotato nazionale e unitario del Sistema di Istruzione italiano. Le prove di italiano e matematica, somministrate inizialmente solo alle scuole elementari e medie, hanno visto una espansione del loro ambito di applicazione all’esame di terza media e al secondo anno delle scuole superiori. 

Per giustificare il loro graduale aumento d’importanza i vari governi, nel corso degli anni, hanno creato ad hoc un curriculum ipotetico di questi test che presenta tutt’ora la volontà, più che discutibile a causa della natura stessa dei test, di utilizzarli per stilare una vera e propria graduatoria delle scuole migliori, basata appunto sui risultati dei test. Quest’anno le INVALSI, che verranno somministrate alle classi del secondo anno delle scuole superiori il 9 maggio, vedono all’orizzonte (A.S. 2017/2018) due possibili novità introdotte dalle deleghe della “Buona Scuola”. Oltre all’introduzione, a tutti i livelli, del test INVALSI di inglese, la proposta prevede la somministrazione dei test durante il quinto anno di scuola superiore, rendendoli prerequisito per l’ammissione all’esame di stato  ed inserendoli al posto della terza prova.

Quello che le prove INVALSI hanno prodotto fino ad ora è stata solamente la spesa di circa 5 milioni di euro all’anno per la loro somministrazione, senza contare i costi di mantenimento dell’ente che la gestisce.

L’affermarsi del ruolo di valutazione dei diversi istituti tramite le INVALSI presenta il malato parametro attraverso il quale il Ministero dell’Istruzione continua a giudicare i migliori e i peggiori istituti italiani. Parametro che si basa su di un test, per la maggior parte a crocette, che utilizza criteri di giudizio parziali, nozionistici ed ovviamente standardizzati per misurare la crescita personale ed il livello di apprendimento generale di una classe o di una scuola. Il MIUR stila classifiche tra istituti, disinteressandosi completamente dello sviluppo del senso critico, dell’interesse per le materie scolastiche ed extrascolastiche, dell’esposizione del pensiero, del ragionamento e della partecipazione degli studenti. 

Con l’approvazione della “Buona Scuola” e la conseguente introduzione dei rapporti di Autovalutazione delle diverse scuole in cui si inseriscono, le prove INVALSI hanno consolidato la loro importanza, causando una modifica della didattica in favore della preparazione alla somministrazione delle prove stesse, andando a sacrificare, di conseguenza, non solo il senso critico e di analisi di cui parlavamo sopra, ma persino il programma ministeriale stesso. Inoltre, nel corso degli anni, le continue modifiche del curriculum ipotetico dei test INVALSI sono state più volte affiancate dall’idea di premiare economicamente le scuole che si sarebbero dimostrate migliori nello svolgimento dei test. Questa intenzione, non ancora applicata, avrebbe la sola conseguenza di favorire la crescita di istituti spesso situati in zone più avvantaggiate e frequentati da studenti provenienti da famiglie benestanti, a scapito delle scuole di contesti più complessi su cui, invece, sarebbe necessario investire per raggiungere un’eguaglianza tra l’offerta formativa delle diverse scuole. Non sarebbe certo una novità in un contesto, italiano ma anche europeo, in cui si ammette come strutturale una realtà a “due velocità”: da una parte l’eccellenza dall’altra tutto il resto. 

La distinzione in scuole di serie A e scuole di serie B, concettualmente intrinseca nella natura di questi test, trova sostegno in un’altra novità introdotta dalla “Buona Scuola”, ossia la possibilità per i privati di finanziare una scuola pubblica. Senza dilungarsi troppo sull’ovvia creazione di un corto circuito in cui chi finanzia la scuola decide i programmi e anche le aziende con cui praticare l’Alternanza Scuola-Lavoro, completando quindi il ciclo di messa a profitto di una scuola divenuta ormai azienda tout court, vorremmo anche far notare come i privati, ovviamente, modulerebbero il proprio intervento in maniera differenziale: da un lato scuole d’eccellenza (crediamo in questo caso che l’esempio dei campus americani possa ben rappresentare in potenza la struttura classista che si andrebbe a delineare), dall’altro istituti iper-specializzati (le 8 deleghe aumentano gli indirizzi tecnici da 6 a 11), in cui le grandi aziende andrebbero a pescare la propria manodopera. La Buona Scuola di fatto ristruttura il mondo della formazione in vista di una riforma della produzione stessa che rimetta al centro l’estrazione di ricchezza dal lavoro vivo.

Stiamo assistendo quindi ad un continuo impoverimento, economico e culturale, della scuola pubblica utilizzata strumentalmente da chi governa da un lato come finta garanzia di un’equità sociale, in quanto ancora nominalmente pubblica e mezzo di mobilità sociale, dall’altra come strumento di modifica delle dinamiche sociali ed economiche in favore di una redistribuzione della ricchezza sempre e comunque dal basso verso l’alto. 

Questo sarà l’ultimo anno in cui sarà possibile boicottare le prove INVALSI prima del loro inserimento in maturità. Crediamo quindi che il 9 maggio, data di somministrazione, abbia un valore simbolico, nonché di iniziativa politica, elevatissimo. Auspichiamo che quella data possa essere assunta da tutte le realtà studentesche come un primo passo di un percorso che ci porti ad attaccare i nodi che abbiamo elencato. La finta autonomia scolastica si sta in realtà trasformando in un accentramento di poteri: all’interno dell’istituto nella figura del preside, a livello nazionale nel ministero dell’istruzione. Rifiutare il tentativo di omologazione e uniformazione degli istituti scolastici deve essere prassi centrale nei prossimi anni. Costruire una scuola diversa passa inevitabilmente dal mettere in pratica un percorso di autonomia e autogestione a partire dai collettivi studenteschi per dire che non si può più delegare a Roma, né tantomeno a Bruxelles, cosa sia opportuno inserire nei programmi di studio. Sottrarre le scuole alla messa a profitto vuol dire ridare centralità agli studenti, ai loro bisogni, allo sviluppo del senso critico e alla capacità di analisi, non alla formazione di manodopera mai o mal pagata. In definitiva è necessario darsi, come realtà studentesche, un programma politico per costruire dal basso la scuola che vorremmo e per un futuro senza sfruttamento e precarietà

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