Legalità: spazi di manovra tra giustizia e conformità

23 / 3 / 2018

Pubblichiamo un contributo di Monica Scafati sull’evoluzione del rapporto tra legalità e autoritarismo nel quadro delle trasformazioni che stanno investendo lo Stato di diritto. Monica Scafati è attivista per i diritti umani, ricercatrice indipendente, interprete di lingua araba e mediatrice per la cooperazione tra i movimenti delle due sponde del Mediterraneo. Collabora da anni con diverse realtà e associazioni europee, italiane, tunisine e sub sahariane per il rispetto del diritto alla libertà di movimento e per la denuncia degli effetti della politica dei passaporti e del sistema dei visti Ha pubblicato numerosi contributi di inchiesta, testimonianza, approfondimento e riflessione, in particolare sulla questione migratoria.

- Storia recente del concetto di legalità

Il concetto di legalità prende le mosse dalla Rivoluzione Francese e, tra alterne vicende, viene ad essere considerato come sottinteso, e lasciato il più delle volte inespresso. Nella recente storia italiana riemerge esplicitamente nel dibattito pubblico nel 1995 con la nascita di Libera, che riprende il discorso vertendo sull’educazione alla legalità come veicolo di produzione di cittadinanza.

Il principio di legalità era imprescindibile rispetto all’urgente richiesta di giustizia di persone e territori vittimizzati dalle mafie, e doveva essere il collante di una società pronta a levarsi compatta contro il sistema mafioso; una “ragion comune” a cui ogni esperienza individuale di vessazione mafiosa poteva essere ricondotta e collettivamente presa in carico dalla comunità, affinché nessuno dovesse correre singolarmente il rischio di diventare vittima di una rivendicazione di giustizia.

Libera ha prestato particolare attenzione alla definizione del concetto di legalità, raccomandando di non fermarsi alla definizione di vocabolari “stringati” in cui si riporta come unico significato “conforme alla legge”. Perché la legalità, dice Libera, è uno strumento di giustizia, una garanzia di eguaglianza e rispetto della dignità che dà cittadinanza a tutti e forza ai più deboli, che consente la convivenza civile e il senso di appartenenza ad una comunità.

Quindi la regola (o la legge) non è imposizione autoritaria, ma massima sintesi delle istanze dei membri, e la legalità è scelta libera e consapevole di un comportamento deontologico che si innesta su un orizzonte di reciprocità positiva e responsabile. Il significato sostanziale era quindi quello di una perenne tensione alla giustizia. Una giustizia che per più di una ragione non poteva ritenere bastevole e soddisfacente la conformità alla legge, e che non necessariamente coincide con questa perché la legge, a differenza del comportamento deontologico, può essere aggirata, manipolata o elusa, e anche -se non soprattutto- può essere di per sé ingiusta, o in termini meno radicali, può talvolta mostrarsi incapace di garantire una giustizia sociale diffusa.

Lo scopo della legge è di perseguire la giustizia, e gradualmente accumula da questo punto di vista piccole vittorie o successi. Nel suo perpetuo “tendere verso” è quindi sempre perfettibile fino al completo raggiungimento dell’obiettivo. Infatti, parallelamente a come sono state promulgate moltissime leggi, molte sono state nel tempo modificate e/o abrogate, dando prova di come la dinamica spontanea dello sviluppo sociale - col suo ripetuto insorgere di nuovi paradigmi, condizioni, problematicità e strumenti - renda le strategie di governabilità circoscritte nel tempo e nello spazio, ineludibilmente mutevoli e transitorie. Sono attualmente in vigore leggi che in un tempo precedente non lo erano, come ugualmente, al contrario, non sono più in vigore leggi che in altri momenti lo sono state.

Nel corso di questo processo di trasformazione/evoluzione sociale, sono stati individuati degli “universali”, diritti inalienabili sanciti in alcune Convenzioni e Carte, verso la garanzia dei quali ogni buon legiferare dovrebbe tendere. Le Carte e le Convenzioni sono però degli “assoluti”, degli “a priori” che non fanno riferimento a contesti concreti, che hanno bisogno di essere recepiti come atto di indirizzo dai governi che hanno il concreto potere, tramite l’attività legislativa, di renderli linee guida per i cittadini circa i comportamenti quotidiani nelle molteplici ed eterogenee situazioni sociali.

Considerando l’epoca recente, vale a dire quella inaugurata con il termine del secondo conflitto mondiale, il primo fondamentale nucleo di “assoluti” da considerare è quello della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, approvata il 10 dicembre 1948 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (composta all’epoca da 58 Paesi membri, ed arrivata oggi a 193) nel cui preambolo possiamo leggere che: «L’Assemblea Generale proclama la presente dichiarazione universale dei diritti umani come ideale comune da raggiungersi da tutti i popoli e da tutte le Nazioni, al fine che ogni individuo ed ogni organo della società, avendo costantemente presente questa Dichiarazione, si sforzi di promuovere, con l'insegnamento e l'educazione, il rispetto di questi diritti e di queste libertà e di garantirne, mediante misure progressive di carattere nazionale e internazionale, l'universale ed effettivo riconoscimento e rispetto tanto fra i popoli degli stessi Stati membri, quanto fra quelli dei territori sottoposti alla loro giurisdizione».

-   Educazione alla legalità, sottrazione di legittimità e propaganda di conformità

Avendo presente quanto appena riportato, e tornando a Libera e al concetto di legalità, nel 1999 il Ministero della Pubblica Istruzione sottoscrive ed emana un protocollo d’intesa volto a sistematizzare l’educazione alla legalità nel panorama degli apprendimenti scolastici. Interessante o quanto meno indicativo a tal riguardo, il ritenere che la strategia di apprendimento della legalità fosse l’affiancamento all’educazione alla salute e soprattutto allo sport, perché l’attività sportiva e il gioco si incardinano sul rispetto delle regole e sul sanzionamento -variabile in entità- dei comportamenti non conformi, fino all’espulsione/esclusione. Salute e sport. La legalità è quindi immediatamente e semplicisticamente concepita proprio in quella accezione da vocabolario stringato da cui si voleva prendere distanza: rispetto delle regole; conformità alla legge.

Dal 1999 in poi dunque, in Italia, l’educazione civica alla legalità ha progressivamente perso il suo carattere di tensione alla giustizia per cristallizzarsi in una militaresca propaganda sull’osservanza dovuta all’obbligo di legge, producendo gradualmente l’impossibilità di mettere in discussione il già “sancito”. La legalità si è quindi trasformata nell’occasione di produrre l’accettazione acritica della legge, e l’illegittimità del dissenso e della contestazione. E infatti, gradualmente, il concetto di legalità ha finito col produrre illegalizzazioni plurime e stigmatizzazione delle “disobbedienze”, fino alla completa criminalizzazione.

Contemporaneamente, la prassi di procedere inarrestabili su percorsi di legiferazione impopolari, ha intensificato lo scontento di numerose categorie di cittadini ai quali però, per effetto di quanto appena detto, è stata progressivamente sottratta la legittimità di opporsi. Quasi come se in nome della conformità alla legge fossero oggi dimenticati i percorsi di “contrattazione” per l’ottenimento dei diritti acquisiti. Dimentichi che perfino le suffragette hanno dovuto scontare con la galera la rivendicazione del diritto di voto alle donne. Dimentichi di quanti aborti clandestini sono stati effettuati prima di poter avere una legge che li consente. Dimentichi di quanti disobbedienti hanno nascosto in casa gli ebrei mentre erano in vigore le leggi razziali. Dimentichi in pratica, prima di elencare lotta per lotta i percorsi per il riconoscimento dei diritti, di come la minoranza di chi non si è conformato acriticamente alla legge abbia prodotto nel tempo, a caro prezzo per pochi ma a vantaggio di tutti, la conquista progressiva di una maggiore dignità individuale e sociale. Pensiamo al tema delle droghe leggere ad esempio, e a quanti in Italia per averne fatto consumo hanno subito procedimenti civili e penali, la pubblica gogna, e il giudizio di merito sulla qualità complessiva della persona. Pensiamo a chi ha favorito il desiderio di interruzione di accanimento terapeutico di malati terminali, arrestato per l’illegalità di un gesto proibito dalla legge, salvo poi l’ottenimento di una legge sul suicidio assistito. Pensiamo al reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, a ragion veduta rinominato dai “disobbedienti” reato di solidarietà. Pensiamo ai fatti recenti relativi alla nave Proactiva Open Arms e all’accoglienza che le è stata riservata in seguito allo sbarco che ha tanto atteso dopo aver salvato in mare vite umane ed essersi rifiutata di riconsegnarle in mano alle forze libiche (rispetto a cui abbiamo prove sufficienti per ritenere che le avrebbero torturate, abusate, vittimizzate in vario modo, ridotte in schiavitù, lasciate morire di violenza, stenti e disumanità). Pensiamo a quanto sta accadendo alla guida alpina francese che si è rifiutata di abbandonare al suo destino una donna incinta tra i ghiacci delle alpi. Una donna migrante che, illegalizzata dalla legge, stando all’Autorità avrebbe dovuto morire anziché essere salvata. Pensiamo dunque in generale alla criminalizzazione a norma di legge di chi, esprimendo nella concretezza delle proprie azioni un’ideale di giustizia, viene ad essere dipinto, al contrario, come fautore dell’assalto all’ordine pubblico e alla sicurezza.

- Mezzi, fini e identità dei paladini della legalità

Pensiamo a come il diritto di opposizione e dissenso abbia varcato le soglie del nuovo millennio. A come l’illegalizzazione della contrarietà abbia prodotto pagine oscure della storia recente. Proviamo a pensare al G8 di Genova o alla manifestazione di Napoli che lo ha preceduto, nello stesso anno, in occasione del Global Forum. Anche lì la violenza con cui le forze dell’ordine hanno aggredito i cittadini è stata inconcepibile. Anche lì seguirono denunce, ma poi solo magre condanne e diffuse prescrizioni di reato. Pensiamo a come sia diventato di rito l’utilizzo dell’assetto antisommossa da parte degli agenti, e a come questi si siano di volta in volta moltiplicati nel numero, in maniera inversamente proporzionale alle presenze dei manifestanti che progressivamente scemavano. Pensiamo a come, a un certo punto, sia stato inequivocabile il tentativo di dissuadere l’espressione del dissenso in forza della violenza.

Così, mentre il mantra della legalità riempiva di parole vane percorsi scolastici e tribune politiche, gli si affiancava una particolare propaganda apologetica circa i comportamenti delle forze dell’ordine, presidio indiscusso di legalità ed espressione massima del servizio allo Stato, fino a far coincidere completamente il concetto stesso di legalità nella matericità del corpo in divisa. Una divisa che esegue gli ordini dell’Autorità, un’Autorità che ordina di garantire il rispetto delle leggi che promulga, e che si rifiuta di discutere con i cittadini del reale contributo di giustizia di queste stesse.

Ad ogni modo, a passi svelti sulla strada di questa legalità che si vota all’autoritarismo più che alla giustizia, si arriva alla contemporaneità in cui della millantata legalità permane solo la conformità acritica e dogmatica alla legge, e all’inviolabilità di chi ha l’ordine e il permesso di esigerne con ogni mezzo il rispetto.

Così si arriva agli episodi che hanno caratterizzato questa ultima campagna elettorale, segnata dalla riemersione in pompa magna di gruppi dichiaratamente inneggianti al fascismo, e allo stato di polizia che l’autoritarismo del potere fascista porta con sé.

Per mesi si sono succedute adunate di gruppi che la Costituzione dichiara illegali, riemersioni a mezzo candidatura politica di soggetti a cui - per legge - non andrebbe dedicato spazio o diritto. Per anni abbiamo assistito all’incitamento dell’odio razziale e al disconoscimento di quegli “assoluti” già sanciti e sottoscritti, all’aborto progressivo, diritto per diritto, dei passaggi fondamentali di una Dichiarazione Universale che ormai, al di là di una magra retorica, è in ultima analisi carta straccia.

Numerose Amministrazioni hanno autorizzato comizi neofascisti, a difesa dei quali hanno parato agenti in assetto antisommossa con manganelli, idranti e lacrimogeni, per dissuadere la società civile dal turbarne il sereno, pacifico, ed evidentemente a loro avviso legittimo, svolgimento. Gli antifascisti sono stati ripetutamente allontanati, respinti, picchiati, insultati, ed in ultimo narrati come disturbatori, violenti ed eversivi. La paradossalità di tutto questo è stata però risolta nell’assunto di base che laddove la forza dell’ordine pubblico è presente, la legalità è presidiata e la giustizia sovrana, pertanto, la presenza oppositiva di chicchessia è impropria, irrispettosa, antidemocratica e illegittima. Praticamente illegale, e l’antifascista è nella compagine dei criminali del nuovo millennio.

I fatti di Torino e le conseguenze subite dall’insegnante che ne è divenuta protagonista ci dicono molto a riguardo, e prima di dire a questo proposito alcun che, voglio tornare a citare un altro passaggio importante del preambolo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani: «E’ indispensabile che i diritti umani siano protetti da norme giuridiche, se si vuole evitare che l'uomo sia costretto a ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l'oppressione».

Detto questo, vorrei chiedere a quanti si dicono indignati per gli irripetibili epiteti e augurii recapitati agli agenti, e a quanti vedono in questi stessi agenti un indiscutibile concentrato di pubbliche garanzie, se siano al corrente del fatto che ogni regime è divenuto o si è mantenuto tale in forza dell’efficacia del proprio servizio d’ordine. Eserciti e corpi di polizia sono storicamente e statisticamente tra le migliori armi delle dittature e non a caso, molte di queste sono proprio di tipo militare, e molti dittatori erano o sono ex generali. Questa verità innegabile non può certo essere inficiata da genitori, consorti e figli di agenti che vedono della divisa l’umano che la indossa, un umano capace di premure e dolcezze, mariti e padri devoti, con i loro più genuini sentimenti, con le loro paure e fragilità.

- Credere, obbedire e […] legalità: se la formula della democrazia è questa qua

Anche io ho chiamato la Polizia quando ho avuto i ladri in casa e si, sono arrivati in mio soccorso ed è normale. Ma quando invece la Polizia interviene in difesa della volontà dell’Autorità, che è quasi sempre legge, il criminale a cui dà la caccia è il cittadino stesso, criminalizzato dall’aver corrisposto a queste volontà dissenso, opposizione e disobbedienza. L’agente in divisa rinuncia per dovere contrattuale a prendere umanamente ed intellettualmente in carico le ragioni di qualsivoglia corteo, e sempre per dovere contrattuale, esegue gli ordini senza interrogarsi sulla giustizia degli stessi. Esegue.

La moltitudine di agenti che forma un cordone di sicurezza non presenta ai manifestanti persone che si confrontano sui temi oggetto di contesa, ma una massa fisica anonima e muta, che non interloquisce e non ragiona, che non si chiede contro chi si schiera e perché, ma che esegue l’ordine di non far passare chi gli si para innanzi. Punto. E allora perché si chiede ai manifestanti di vergognarsi per l’inumanità di espressioni offensive all’indirizzo di questi? Perché si pretende il rispetto della persona da parte di chi si rivolge a una divisa che annienta l’umano nell’unica funzione di scudo e salvaguardia del potere decisionale dell’Autorità?

E perché chi si schiera con la maestra torinese deve subire l’offesa d’essere un facinoroso e un violento? E in che modo il dire ad un poliziotto «mi fai schifo» dovrebbe costituirsi come assalto ai valori democratici se non per squallido, miserabile e opportunistico utilizzo di una retorica perbenista? E come e quando le forze dell’ordine in armi sono diventate la forma e la sostanza dei più alti valori umani e civili nonché simbolo di democrazia?

Mi sembra quanto meno un’esagerazione, se non una prospettiva completamente impropria. Ma ciò nonostante, il mantra di questa revisionata legalità impone il rispetto incondizionato per chi serve lo Stato, per chi compie il proprio dovere garantendo la sicurezza dei cittadini, dicono. I cittadini. Si, ma quali? Quelli che violano la Costituzione? Che si armano di spranghe, coltelli e pistole? Quelli che preservano la “razza” italica? Quelli che ad ogni occasione utile rispolverano modalità da secolo scorso o da anno zero, e sulla scia di Erode praticano nel 2018 l’apposizione di “segni particolari” sulle porte di chi è designato nemico? Quelli che si appellano al diritto democratico di esistere e lo utilizzano per diffondere valori e principi anti-democratici?

Ma tutto questo non conta, conta il fatto che un insegnante non ha il solo compito di trasmettere nuovi saperi e competenze, ma anche quello di «educare ai valori della legalità, del rispetto reciproco, della convivenza democratica». Questo dice l’indignata ex Ministra Fedeli. I valori della legalità! Non quella di cui parlava Libera nell’ormai lontanissimo ‘95, ma quella odierna di una democrazia pre-assolutista il cui l’unico elemento di interesse è confinato entro il perimetro della conformità alla legge e della sudditanza alle divise che ne sono simbolo e braccio armato. E se qualcuno non ne fosse convinto, ecco pronta la lettera di una figlia di poliziotto che commuove l’Italia nell’immagine ansiogena di un anfibio che si allaccia alla caviglia di un eroe, o quella di un figlio che invita a giurare fedeltà sulla tomba del padre caduto per l’onore del tricolore. Lo stesso tricolore in cui si avvolgeva Luca Traini dopo la tentata strage di Macerata.

- Legalità e libertà; d’espressione ed epurazione

«Dovete morire» grida l’insegnante. Gettando “discredito” sull’intera comunità scolastica e la sua funzione formativa, sulla sua missione di presidio di cultura democratica. Interessante. Soprattutto a fronte del fatto che, sempre a partire dalla metà degli anni ’90, visto che la lettura berlusconiana della scuola ne faceva un covo di comunisti che si riproducevano nelle menti di studenti quotidianamente vittimizzati da propaganda sovietica, si è fatto strada il divieto tassativo di far politica nelle scuole. Salvo poi, a vent’anni di distanza, il doverci spendere in avvilite considerazioni circa la disaffezione dei giovani alla politica e il loro crescente ed inesorabile astensionismo.

Dunque ecco, la scuola deve educare ai valori della Costituzione e alla legalità, ma senza assolutamente farne una questione politica. Politica che, dal dizionario di filosofia Treccani, è definita sfera pubblica e comune, termine per designare ciò che appartiene alla dimensione della vita comune, dunque allo Stato e al cittadino, la vita nella città e della città. E la città è definita come il luogo dei «molti», e anche come il luogo che fa di tali molti un insieme, una «comunità».

La politica è coscienza collettiva e sociale, ma la si è estromessa dalla vita delle scuole. Certo il mercato del lavoro cerca operai specializzati, non cittadini consapevoli, pertanto la politica nelle scuole è non solo superflua, ma inopportuna e probabilmente perfino dannosa. Oserei dire illegale. Pertanto, Costituzione e legalità ma senza politica. O anche legalità e cittadinanza ma senza Costituzione. Ovvero, per essere più veritieri, educazione non alla legalità come si dice, ma alla conformità alla legge, al rispetto cieco e acritico delle regole e alla sudditanza verso l’autorità.

E infatti a scuola, dove si racconta debba avvenire la trasmutazione da adolescente a cittadino, non si parla più di nulla a meno che non si riesca a farlo entro i ranghi della devozione dogmatica alle prescrizioni di governo, guardandosi bene dal manifestare scetticismo o contrarietà, e guardandosi benissimo dall’esternare la benché minima forma di divergenza o opposizione. A scuola vanno educate le nuove generazioni alla cultura della pace e dell’antirazzismo, ma senza mai proferir parola su Salvini perché sarebbe propaganda. A scuola va insegnata la “non violenza”, ma senza mai fare riferimento alla violenza fisica e verbale di Forza Nuova e Casa Pound perché sarebbe propaganda. A scuola va insegnata la Costituzione ma senza esortare all’antifascismo perché, se i fascisti sono in corsa alle elezioni, è certamente propaganda.

A scuola va insegnato il pensiero critico, ma senza avanzare critiche al decisionismo dell’Autorità.

Senza mettere in discussione il valore civile e morale di una democrazia i cui paladini sono anonimi corpi armati, e senza dire che fa schifo la retorica ipocrita sull’aplomb. Indignandoci per il «dovete morire» di una insegnante ai poliziotti, ma non per quello di esponenti politici e legislatori verso i migranti e altri “diversi”, neanche laddove l’espressione urlata viene tradotta nell’effettivo tentativo di darle seguito.

A scuola, in piazza e in ogni luogo, va riempita la bocca di Costituzione e la legalità, ma senza pretendere di dare concreto seguito alla sostanza vera di quel che si dice. Vanno formati quei famosi cittadini di domani in cui riponiamo la speranza di un mondo migliore, ma rigorosamente apolitici e straordinariamente obbedienti. Conformi alla legge.

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