Linguaggi, desideri, performance.

La maledizione di Adamo - Intervista ad Anna Simone, co-autrice de "La società della prestazione"

7 / 3 / 2018

La tradizione biblica individua nella «cacciata dai giardini dell’Eden di Adamo ed Eva» l’origine della divisione del lavoro, che nella sua genia ha innanzitutto un connotato di genere, e dell'obbligo al lavoro, la condanna che ricade sulla testa di Adamo per aver seguito Eva nella sua disobbedienza alla legge divina: «con il sudore del tuo volto mangerai il pane» (Genesi, 3,19). «La maledizione di Adamo» rappresenta l’elemento costitutivo delle relazioni umane, di una società che – nel corso della storia – si è trasformata proprio attorno ai nessi produttivi. La mutazione dei dispositivi di sfruttamento e di estrazione di valore, avvenuta negli ultimi decenni, sta alla base di un’idea di conricerca che si è sempre data come strumento un’analisi intrinseca alla produzione biopolitica, ma allo stesso tempo finalizzata all’agire sociale. Con questo spirito apriamo una rubrica – dal titolo «La maledizione di Adamo» -  dedicata al tema del “lavoro” nelle sue articolazioni contemporanee, sempre più fluide e complesse. Come primo articolo pubblichiamo un’intervista ad Anna Simone, co-autrice de “La società della prestazione” insieme a Federico Chicchi. Il testo (qui una recensione su Globalproject.info) analizza in profondità  il ruolo – soggettivo e collettivo – della “prestazione” all'interno di un paradigma mutevole in cui è sempre più venuto meno il rapporto valore-lavoro come strumento di misura di un’attività sociale.

1) Nel libro scritto da te e da Federico Chicchi la società della prestazione assume un carattere di paradigma. In che senso possiamo definirla paradigmatica o cosa cambia rispetto alle definizioni usate precedentemente dalla sociologia, ad esempio la società del rischio? 

Naturalmente i cambi di paradigma si riferiscono a macro-mutamenti e dunque non possono mai essere presi in considerazione come un blocco monolitico. Sono una tendenza, un processo trasformativo in corso da leggere con le lenti della sociologia o dell’analisi di fase politica. Le analisi delle cosiddette “società del rischio” hanno segnato molto il dibattito degli anni Novanta e dei primi Duemila a partire da vari posizionamenti, da quello più istituzionalista di Luhmann, a quello più critico di Beck, sino alle versioni riflessive e poi tradotte nel manifesto politico di Giddens sulla terza via preso come base delle politiche social-democratiche dell’Ulivo e soprattutto nell’Inghilterra di Tony Blair. La tesi di fondo era che non si poteva bloccare il governo dell’economia globalizzata, la crisi del fordismo, la nascita di nuove istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale ecc, dunque bisognava cercare nuove misure, nuovi argini in grado di assumersi la dimensione del “rischio”, soprattutto economico e ambientale, affinché fosse un fattore di sviluppo, anziché di danno per le società occidentali.

Tuttavia queste misure si sono rivelate presto inadeguate, in alcuni casi mai neppure pensate, e così il rischio si è trasformato in un vero pericolo di esposizione al disastro economico, occupazionale, ambientale. La crisi economica ne è un esempio evidente. Consustanzialmente la finanziarizzazione dell’economia e il management come unica forma di organizzazione promossa dal neoliberismo hanno preso piede ovunque. E così è accaduto che il mercato ha di fatto preso il potere determinando tutte le altre sfere: il politico, il sociale, il culturale, il giuridico. E sia il mercato, sia il management, funzionano secondo il principio della prestazione ovvero secondo un principio che mira a fare di ogni attore sociale un imprenditore di se stesso, un competitors, un procacciatore di danaro. La cifra della società della prestazione è la dismisura di una misura mai realizzata davvero nelle società del rischio. Basta studiare le forme di scomposizione del lavoro, la crisi di fiducia, i processi di individualizzazione e la crisi del legame sociale e della solidarietà nelle società contemporanee. Ciò che ora fa davvero paura è che questo mutamento di scala ha generato il ritorno dei sovranismi e dei nazionalismi, dunque la caccia agli immigrati ritenuti assurdamente colpevoli di ciò che non hanno mai fatto, ovvero distruggere welfare e lavoro.

2) Quale tipo di ripercussioni sui nodi della cittadinanza e del lavoro comporta l'irrompere della società della prestazione?

Il famoso rapporto tra cittadinanza-lavoro che a sua volta era anche alla base del Welfare State durante le società industriali e salariali si è progressivamente eroso. Negli anni Settanta si criticava quel patto perché lo si leggeva come embedded rispetto alla statalizzazione dell’economia, ma anche come patto patriarcale perché fondato su un’idea di cittadinanza universale basata sull’operaio maschio, trentacinquenne e padre di famiglia. Oggi ci si ritrova spesso, invece, a difendere ciò che resta di quel plesso di diritti sociali per contenere la religione dell’imprenditore di se stesso nell’economia della gestione delle risorse umane e del capitale umano.

La cittadinanza, che oggi a giusto titolo vogliamo allargare agli immigrati attraverso lo jus soli, di fatto è un contenitore vuoto, non garantisce niente, se non una pletora di doveri da onorare senza avere in cambio alcun diritto. La società della prestazione non fonda i suoi dispositivi di inclusione sul patto welfaristico e salariale e sul nesso cittadinanza/lavoro, bensì sull’estrazione di valore dalle attitudini dell’umano, dall’identità, dal corpo, dal genere, dal colore della pelle, dall’orientamento sessuale. I manuali di management sono intrisi di spirito di responsabilità etica e sociale di impresa, usano moltissimo il divieto di discriminazione per includere tutte le differenze, ma solo perché oggi il PIL è prodotto dalle economie dei gadget e dal marketing pubblicitario, dematerializzandosi sempre più. La cittadinanza, ormai, ci serve solo per esercitare i nostri diritti politici, peraltro nel vuoto di rappresentanza. La cittadinanza europea forse è l’unico strumento a cui aggrapparci per riconsiderare il senso dell’istituto giuridico di cui stiamo parlando. Ma siamo ancora ben lontani dal poter dire che la cittadinanza europea possa garantirci maggiore giustizia sociale. Lontanissimi, a mio avviso, per quanto sia un’europeista convinta.

3) Uno dei punti più interessanti del libro, e anche più dirimenti rispetto al presente,  riguarda lo statuto della soggettività performante. Intendendo la prestazione non solo come adempimento di criteri e misure eteronome per scambiare forza-lavoro con una remunerazione (che sia simbolica o economica), ma anche come lavoro su di sé, ne esce un individuo in perenne trasformazione. Una trasformazione che è completamente conforme al comando del capitale. Alla luce di tutto ciò, possiamo continuare a dire che la forza-lavoro, soprattutto cognitiva e post-fordista, continua a godere di libertà e autonomia organizzativa dal capitale? 

Faccio fatica a parlare di forza-lavoro e capitale. Mi sento più a mio agio se parlo di mercato e soggettività al lavoro perché al centro del sistema neoliberale/neoliberista sono le sue forme di organizzazione –management e marketing- a determinare tutto, non solo l’impianto di governo e delle istituzioni, peraltro del tutto già tarate sullo stesso modello. Per tutto intendo dire anche il soggetto nella sua intera vita, compresa la psiche. Il termine “performance” è diventato di senso comune ed è proprio di un’economia del lavoro di tipo prestazionale. Ma è anche esito ed effetto della scomposizione sociale, della politica io-centrica e verticale, della crisi del legame sociale e della relazione. Il modello neoliberale/neoliberista fonda la sua razionalità su misurazioni standardizzate a cui rispondere, il soggetto è sempre competitors, ovunque si trovi, valutazione e controllo fanno il resto.

La libertà è un’ipotesi sempre più lontana, sia sotto il profilo dei diritti, sia sotto il profilo della possibilità di scegliere come stare in questo sistema così altamente competitivo. Ciò che mi spaventa è l’adattabilità. Intendo dire che nonostante si è in molti a criticare la standardizzazione e la continua sollecitazione a rispondere alle sue aspettative di performance, v’è anche il lato della sua cattura psichica. La società della prestazione nel neoliberismo mira a costruire un’antropologia e, se vogliamo, anche un’adattabilità della psiche. Eppure proprio i sintomi che il soggetto performativo orientato al successo mostra, i cedimenti, l’aumento delle psico-patologie che oscillano tra depressione e panico, tra delirio di onnipotenza e auto-sabotaggio, possono aiutarci a ritrovare la strada della misura che, se vogliamo, è anche un po’ quella di una maggiore giustizia sociale. La forbice delle diseguaglianze economiche in questo momento è altissima.

4) Alla fine del vostro libro indicate tre possibili vie di fuga dalla società della prestazione (desiderio, misura, arte). In che modo è possibile fare leva su queste tre dimensioni per organizzare percorsi collettivi e conflittuali che portino ad una soggettivazione fondata su di una emancipazione contraria alla prestazione coatta?

Non riesco a dire come si fa. Semmai possiamo dire che proprio la società della prestazione, i suoi sintomi incistati nel soggetto, possono aiutarci a partire da noi, a dire come stiamo, come viviamo le nostre vite reali, a generare relazioni di amore e amicizia, solidarietà, anziché inventare ricette politiche e retoriche discorsive basate su ciò che Mark Fisher, citando Smail, chiama “volontarismo magico”.

Il desiderio, la misura e l’arte possono diventare una forma di cura del soggetto performativo e contemporaneo, una sorta di base senza la quale alcuna incitazione ad essere “forti” e “potenti” possa avere senso. Faccio un esempio. Se noi diciamo ad un disoccupato, ad un precario, ad un immigrato che la sua vita può essere potenza rivoluzionaria senza considerare i disagi e lo smarrimento del sé che siffatte condizioni comporta stiamo parlando a nome di altri e per gli altri. E siamo deboli, non forti. Se partiamo da noi, invece, la parola può farsi potente perché materializzata dal racconto dell’esperienza, dalla realtà, dalla verità. Il malessere sociale è diffusissimo e non si può sistematicamente ignorarlo proponendo ricette.

Ho sempre ritenuto che la nostra prima grande forza sia il linguaggio, il modo per dire il desiderio, nominare il mondo e non certamente la produzione di categorie astratte. Il femminismo su questo ha saputo dire e dice cose fondamentali, ed è un pensiero per tutte e tutti. Se impariamo dal pensiero della differenza provando a risignificare il mondo ritroveremmo anche il modo per delineare una nuova misura nella dismisura pericolosa del mondo.

Arte, misura e desiderio non sono altro che pratiche di cura di sé e degli altri, nutrimenti, slanci fondamentali per non perdere il rapporto con la realtà e con la dimensione affettiva da ricostruire. L’astrattismo, il cinismo e l’aridità emotiva sono quel che ha generato il sapere performativo e la prestazione. Le tre figure che proponiamo rovesciano questa de-umanizzazione dell’umano. Per me è qualcosa che viene molto prima di categorie come forza-lavoro e capitale. Siamo partiti da quello che c’è, non da quello che non c’è. Al momento c’è solo un movimento di donne che prova a sollevare questioni cruciali sul futuro delle relazioni e del sociale.

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