Minniti e la strategia della paura

La guerra ai migranti del candidato premier per la "tenuta democratica del Paese"

1 / 9 / 2017

Riprendiamo questo editoriale tratto dal sito del Progetto Melting Pot Europa che decostruisce il nesso apparente migrazioni-sicurezza contestualizzando il clima di ostilità alle migrazioni a partire dalla situazione economica generale in Italia.

In questi giorni molti hanno scritto dell’incredibile sequenza di episodi e azioni legate assieme da un clima fortemente ostile nei confronti dei migranti [1]. Non c’è territorio, anche quello considerato più civile, che non sia stato teatro di piccoli o grandi episodi di violenza, razzismo e xenofobia.

Accanto agli avvenimenti che hanno maggiormente creato scalpore ed indignazione, molti fatti rimangono taciuti, o perché non vengono denunciati oppure perché non fanno notizia e non emergono sui media mainstream né sui social network. Una lunga sequela di razzismo ordinario, alimentato dalla stragrande maggioranza della stampa e da una schiera sempre più ampia di politici populisti.
Il “tema” che emerge con estremo pressapochismo, notizie allarmistiche, parole roboanti e riflesso pavloviano è quello del rapporto tra migrazioni e sicurezza. La percezione dell’invasione, della costante emergenza, della paura, del degrado hanno preso il sopravvento su qualsiasi narrazione razionale della realtà. Gli studi e le ricerche che forniscono dati, statistiche, comparazioni e ragionamenti, le riflessioni di coloro che provano ad argomentare le cause delle migrazioni, i diritti dei migranti, le differenze giuridiche e di vita – talvolta banali – tra un richiedente asilo, un cittadino nato e vissuto in Italia ma di origine straniera o un rifugiato, buone politiche per affrontare complessivamente un movimento migratorio che ha ragioni e cause profonde, trovano spazio in una parte sana del Paese ma non incidono sulle politiche governative.

La vulgata comune è presa d’assalto da slogan ripetuti ossessivamente: “ce ne sono troppi”, “non c’è posto in Italia per tutta l’Africa”, "aiutiamoli a casa loro" e via discorrendo. L’Italia non ha mai fatto fino in fondo i conti col suo passato colonialista e fascista, e questo ne è un prodotto. Anzi, quel periodo storico viene sottaciuto e rimosso ed i discepoli di quelle gesta ignobili riabilitati dalla classe politica, il loro pensiero sdoganato e riassorbito in un nuovo concetto di patria, a tal punto da considerarlo democratico ed egemonizzare trasversalmente i partiti. Il binomio sicurezza-immigrazione è diventato il leit motiv dei talk show, delle feste dell’Unità, delle chiacchiere da bar, delle prime pagine dei giornali di provincia.

Oltre a questi elementi, occorre dire che le istituzioni non hanno voluto, o non sono state finora in grado di gestire la filiera del sistema d’accoglienza. Parallelamente ad un sistema d’accoglienza ordinario e non sempre di qualità, si è favorito un sistema straordinario (i CAS) caotico - nel quale imperversa, ad eccezione di pochissime esperienze, la malagestione e l’assenza di servizi - e quello dei grandi centri (i CARA e gli HUB), luoghi di concentramento di migliaia di persone lasciate a se stesse e private di dignità, utile solamente al business di affaristi e alla criminalità organizzata [2]. La percezione che il sistema d’accoglienza in generale non funzioni ed è strutturato in maniera tale da non produrre negli ospiti autonomia ed inclusione sociale, è suffragato da inchieste, dati materiali ed inoppugnabili [3]. In questo marasma, nonostante lo sforzo che andrebbe riconosciuto ad alcuni enti gestori virtuosi, purtroppo si oscurano e non fanno breccia nel sentire comune le buone pratiche ed i progetti che funzionano.

Assieme all’assenza di un piano programmatico generale sul sistema d’accoglienza, è evidente come a livello istituzionale non sia nemmeno presente una riflessione rispetto a coloro che terminano il percorso d’accoglienza. Il welfare state è stato ampiamente smantellato in questi anni, in generale chi oggi è disoccupato o perde un lavoro o la casa è lasciato solo e forse può contare solo sulla propria rete amicale e di mutualismo o sul welfare familiare . Figuriamoci un migrante, a prescindere dallo status, una volta terminato il periodo d’accoglienza.
Quanti richiedenti asilo finito il loro percorso possono dire di essere usciti dal progetto con un lavoro regolare e una abitazione? La maggior parte, almeno nel primo periodo, finisce nel mondo sommerso, che esiste ed è molto reale. Si tratta di un mondo di nuove povertà fatto di ghetti funzionali al sistema agricolo della grande distribuzione organizzata, di periferie lasciate spoglie di servizi sociali, tra subaffitti e arte di arrangiarsi.

In luglio sono usciti due rapporti emblematici della situazione del paese. Prima un rapporto del Boston Consulting Group (BCG) [4] che afferma come l’1,2% delle famiglie italiane detenga il 20,9% della ricchezza finanziaria del paese, con una tendenza che produrrà nei prossimi 4 anni un risibile aumento dei nuclei ricchi che avranno una fetta di ricchezza nelle loro mani del 23,9%, in pratica un quarto del totale. Il trend è ancora peggiore a livello mondiale, dove l’1% delle famiglie detiene circa il 45% della ricchezza. Poi un’analisi Istat [5] che stima a un milione e 619mila le famiglie residenti in condizione di povertà assoluta, per un totale che si avvicina ai 5 milioni di persone indigenti. Il rapporto mostra come l’incidenza colpisca maggiormente le famiglie con 4 o 5 componenti e quelle a monoreditto, e in particolare le fasce più giovani della popolazione che abitano nel centro-sud.

Questo spaccato dell’Italia non è la mera risultante di una rara congiuntura astrale, ma è appunto frutto di politiche precise, di governi che hanno smantellato le poche garanzie sociali rimaste e non hanno mai voluto agire per promuovere politiche di ridistribuzione della ricchezza, di accesso universale al reddito ed ai servizi e che, nel momento in cui hanno individuato nel migrante povero un facile bersaglio dove scaricare tutto il livore e il marcio cresciuto in questi anni di crisi sociale ed economica, hanno lasciato fare.

E’ all’interno di questo contesto che Minniti usa la sua abile retorica “ho temuto per la tenuta democratica del Paese” per darsi arie da statista e raccogliere acclamazione e consenso dopo il piano per togliere dal Mediterraneo le ONG, il duplice vile sgombero [a] di Piazza Indipendenza a Roma e dopo il vertice di Parigi, dove è stato sottoscritto un altro accordo criminale che condannerà migliaia di persone a morire nel deserto, in mare, o alla detenzione nei campi di concentramento che saranno disseminati lungo le rotte migratorie nel Sahel e in Libia. [6]

Il fenomeno migratorio, come ha spiegato ieri la scrittrice Linda Maggiori in un bellissimo articolo, “non si governa col manganello, con gli sgomberi, con le barche affondate, con i muri alzati, con i lager libici. In questo modo si può solo vagheggiare una “soluzione finale” come 70 anni fa. Tanto più che non sarà la paura della morte a fermarli, le minacce e gli ostacoli. Loro scappano da morte certa, non sarà la morte probabile a fermarli”.

Minniti con queste ultime esternazioni ha dato prova che è pronto a candidarsi per la corsa a nuovo premier. La campagna elettorale sulla pelle degli ultimi non è mai terminata. Aspettiamoci il peggio.

NOTE

[1Una lista parziale dell’agosto nero la si può leggere al link: http://www.dinamopress.it/news/cronaca-di-un-agosto-nero

[2Per una panoramica sui dati dell’accoglienza si può leggere questo rapporto di In Migrazione: http://www.meltingpot.org/IMG/pdf/187_dossier_accoglienza.pdf

[3Si veda ad esempio il rapporto della campagna LasciateCIEntrare http://www.meltingpot.org/Accogliere-la-vera-emergenza.html

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