OBIEZIONE DI COSCIENZA e 194: LAIGA vs ITALIA...prossimamente al Consiglio d’Europa!

Utente: angel
19 / 11 / 2012

Pare che le/i ginecologhe/i dell’ Ass. LAIGA siano davvero combattivi. A scatenare la loro rabbia è l’amara constatazione che in Italia medici e personale sanitario in generale siano sempre meno disposti ad eseguire aborti, nonostante l’esistenza di una legge nazionale, la 194, che ne disciplina la pratica. Come si evince dalle statistiche diffuse dal 2010, infatti, l’obiezione di coscienza in Italia sfiora vette inaudite, quali l’80% nelle regioni del sud, con una media del 69% nelle restanti.

Questa statistiche si traducono in una realtà fatta di negazione di diritti e di libertà, nella misura in cui è sempre più difficile per una donna accedere all’interruzione volontaria di gravidanza. In molti ospedali italiani vi è una totale assenza di personale non obiettore, e così le donne sono costrette a mettersi alla ricerca di una struttura vicina in grado di offrire il servizio richiesto. Questo determina di fatto un rallentamento dei tempi solitamente previsti per questa operazione, e mina il diritto delle donne alla salute e all’autodeterminazione del corpi.

Vi è però un altro diritto che l’obiezione di coscienza lede, ed è il diritto delle donne a non essere discriminate in base al sesso.L’obiezione di coscienza assomiglia sempre di più a una discriminazione di genere, se pensiamo che l’interruzione volontaria di gravidanza è un intervento medico che riguarda solo le donne, e che proprio ad esse viene negato. Perchè un uomo ha il diritto ad ogni servizio sanitario pubblico, e una donna se ne vede interdetti alcuni, primi tra tutti i i servizi sanitari connessi alla sua vita riproduttiva? In più, vi è un secondo livello di discriminazione tra donne stesse. Si tratta di una discriminazione che viaggia su linee, per così dire, di classe. Una donna abbiente, facoltosa, dotata di mezzi economici e culturali, può permettersi di spostarsi verso l’ospedale con personale non obiettore, addirittura può ricorrere a cliniche private per l’Ivg. Ma che ne è delle donne più giovani, delle precarie che non arrivano a fine mese, che ne è delle migranti o delle homeless?Se appellarsi alla Costituzione potesse avere conseguenze pratiche, potremmo azzardare che l’obiezione di coscienza, così come è oggi praticata in ambito medico, è in contraddizione con il suo  Art. 3. ,che recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche....”La legge 194 presenta, infatti, un articolo, il 9, che concede al personale medico-sanitario di esercitare obiezione di coscienza sull’Ivg, ma non ne regolamenta il ricorso. Non vi è alcun indizio per limitare il danno nella legge stessa. Il legislatore non ha fissato alcun tetto, alcun parametro. Si limita a dire che è competenza delle regioni monitorare sulla corretta proporzione tra obiettori e non obiettori. Insomma, l’art 9 della 194 ammette l’obiezione senza chiedere nulla in cambio, per cui medici e personale sanitario possono rifiutarsi di eseguire aborti senza dover prestare alcun servizio supplementare.E questa lacuna del testo di legge, si è trasformata in un’opportunità politica per i pro-life, che ora sbandierano l’obiezione di coscienza come strumento per “salvare la vita” e la “tradizione della famiglia”. Moltei giovani medici neolaureatei scelgono così di diventare obiettriciori: sanno già che non faranno alcun lavoro “sporco” ma verranno pagati proprio come lei loro colleghei che gli aborti, invece, li fanno ancora. In più, sanno di avere la carriera più facile, sottraendo tempo alle donne, infatti, ne hanno molto di più per le loro ricerche e attività private. Senza contare che, spesso, lei giovani diventano obiettriciori per compiacere e accattivarsi il proprio superiore che magari è già obiettore.La situazione si presenta come illogica, le conseguenze materiali di tale illogicità possiamo misurarle sui nostri corpi di donne. Qualcosa va fatto, immediatamente. La LAIGA  sottolinea l’urgenza della situazione e, in un rapporto stilato insieme alla IPPF (www.ippf.org, The International Planned Parenthood Federation), annuncia che tra poco più di 5 anni in Italia la 194 verrà completamente disapplicata a causa del dilagare dell’obiezione di coscienza.

Per questo il mese scorso questa associazione aveva già scritto una lettera al ministro della Salute Balduzzi, chiedendogli di prendere posizione e di cercare una soluzione a proposito. Cosciente, a dir il vero giustamente, dei limiti culturali di un ministro che è in realtà un becero pro-life al governo, LAIGA non si ferma, e decide di portare il caso Italia all’attenzione del Consiglio d’Europa, nella fattispecie del suo “Comitato Europeo per i diritti sociali”. Quello della LAIGA è un vero e proprio ricorso, presentato insieme a IPPF, contro lo stato italiano, accusato di non garantire il diritto alla salute e all’autonomia delle donne. Dal loro comunicato si legge: “ Nel regolare l'obiezione di coscienza degli operatori sanitari, l'articolo 9 non indica le misure concrete che gli ospedali e le regioni devono attuare per garantire un'adeguata presenza di personale non obiettore in tutte le strutture sanitarie pubbliche, in modo da assicurare l'accesso alla procedure per l'interruzione di gravidanza. Il numero insufficiente di medici non obiettori, soprattutto in alcune regioni, mina, il diritto delle donne alla salute e discrimina quelle che per motivi finanziari non possono recarsi in un'altra regione o in strutture private”.

Chiaro che il governo italiano si è un tantino irritato. Ha perfino chiesto al Consiglio d’Europa di dichiarare inammissibile il ricorso dei LAIGA e IPPF. Per una volta, però, l’ Europa pare portarci buone notizie. Il ricorso è stato accolto. Intanto, non chiedeteci di aspettare. Non siamo mai state convinte che i diritti ce li garantissero i tribunali, neppure quelli europei. Certo che il Consiglio d’ Europa si pronunci contro l’obiezione di coscienza sarebbe sbalorditivo, soprattutto se ricordiamo che nel 2010 l’Europa aveva respinto la proposta della parlamentare MacCaffarty di limitare il ricorso a tale pratica discriminatoria. Forse, lo strumento normativo, da solo, non è sufficiente per ripristinare, per ampliare, il nostro diritto alla salute e all’autodeterminazione. Forse, l’azione giudiziaria di Ong come la LAIGA e IPPF andrebbe affiancata da lotte politiche trasversali e radicali. La scommessa è aprire il dibattito e cominciare a fare rete. L’augurio è che i collettivi di donne, le femministe, i centri sociali, le ONG, le associazioni, comincino a lottare in sinergia per vincere una battaglia specifica come quella contro l’obiezione di coscienza...ma anche per allargare la lotta in nome dell’autodeterminazione dei corpi!

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