Hassan e Mustafa scomparsi nelle celle del regime di al-Sisi

9 / 2 / 2018

Mustafa al-Aasar e Hassan al-Banna sono spariti nel secondo anniversario del ritrovamento di Giulio Regeni dopo una telefonata di avvertimento dei servizi. Il primo lavora in un quotidiano indipendente, l’altro in una Ong per i diritti umani. Riprendiamo un articolo pubblicato mercoledì 7 febbraio su Il Manifesto.

«Dì a tuo fratello di smetterla con i suoi post su Facebook». Un avvertimento per telefono dalla Sicurezza Nazionale egiziana e pochi giorni dopo la scomparsa.

Da sabato 3 febbraio Mustafa al-Aasar è sparito insieme al suo amico Hassan al-Banna senza lasciare traccia. Nel mirino degli apparati di sicurezza i post anti-regime su Facebook di Hassan, ma probabilmente anche il loro lavoro e le loro reti di contatti.

Entrambi 25enni, Hassan lavora per il giornale indipendente al-Shorouk come correttore di bozze e Mustafa per il Centro regionale dei diritti e delle libertà, dove si occupa di libertà di espressione e violazioni dei diritti umani, in particolare nei confronti dei giornalisti.

Grazie a tabulati, i familiari sono riusciti a sapere che i loro telefoni sono stati attivi l’ultima volta nella caserma della Sicurezza Centrale di Giza, da dove di solito i prigionieri politici vengono trasferiti ad altre sedi per essere ulteriormente interrogati.

Per 48 ore nessuna notizia. Poi ieri, tramite contatti informali alcuni familiari sono riusciti a scoprire che i due giovani sono stati portati alla sede della Sicurezza Nazionale di Sheikh Zayed. Una pessima notizia. Il centro è tristemente famoso per le torture e la fabbricazione di accuse false ai danni delle vittime.

Le famiglie, insieme a amici, avvocati e diverse organizzazioni per i diritti umani hanno rilasciato un comunicato in cui dichiarano di considerare le autorità egiziane «direttamente responsabili dell’incolumità fisica e psicologica» dei due giovani.

L’ennesimo caso di sparizione forzata, come denuncia la famiglia di Hassan, per di più nel giorno del secondo anniversario del ritrovamento del corpo di Giulio Regeni. Anche nel sequestro del giovane ricercatore italiano, secondo i magistrati romani, era coinvolta la Sicurezza Nazionale, che dipende dal Ministero dell’Interno.

Difficile tenere il conto delle sparizioni forzate in Egitto, che solo nei primi sette mesi del 2017 erano oltre 250. Il fondatore dell’Associazione delle famiglie delle vittime di sparizione forzata, l’avvocato Metwalli Hegazy, arrestato il 10 settembre mentre era diretto a Ginevra a un seminario dell’Onu, è ancora in carcere.

Nonostante il suo arresto avesse sollevato un caso internazionale con dichiarazioni di condanna di alcune diplomazie europee, in carcere ha raccontato di aver subito atroci torture. Metwalli (che ha iniziato la sua battaglia quattro anni fa cercando il figlio scomparso) aveva fornito supporto al team legale che lavora all’omicidio di Giulio Regeni.

Secondo l’Arab Network for Human Rights Information sarebbero almeno 60mila i prigionieri politici in Egitto, oltre metà della popolazione carceraria. Il regime di al-Sisi ha costruito 19 nuove carceri per far fronte a questi numeri. Non c’è organizzazione umanitaria che non abbia denunciato lo stato penoso delle prigioni egiziane, il sovraffollamento e le torture subite dai detenuti.

Chi le ha visitate racconta di decine di persone, spesso anche più di 40, costrette a stare in celle poco più grandi di 20 metri quadrati senza spazio per dormire, senza cure mediche e in condizioni igieniche disastrose che aumentano la possibilità di contrarre malattie.

Il clima repressivo si è aggravato ulteriormente in questo periodo pre-elettorale. Giorni fa al-Sisi ha minacciato un accanimento nei confronti di qualsiasi forma di opposizione. Riferendosi alla rivoluzione del 2011, ha dichiarato con toni feroci: «Quello che è successo sette anni fa non succederà mai più. Non riuscirete a fare oggi quello in cui avete fallito allora. Voi non mi conoscete».

Dopo aver fatto fuori tutti i possibili candidati alle presidenziali, in questi giorni sono anche arrivate le denunce per tredici esponenti politici di spicco che in una conferenza stampa avevano invitato la popolazione a boicottare le elezioni.

Ma nonostante questa escalation, i governi europei continuano a tacere di fronte alle violazioni del regime. Giorni fa al-Sisi ha inaugurato con toni trionfali la produzione del più grande giacimento di gas del Mediterraneo, fiore all’occhiello dell’Eni (che ha investito già 5 miliardi di dollari e ne incasserà molti di più nei prossimi anni). Insieme a lui l’ad Descalzi e l’ambasciatore italiano Cantini. Come a dire: «Pace è fatta».

Archiviato il gelo diplomatico sulla morte di Giulio, figurarsi se qualcuno potrà chiedere conto anche di tutti gli altri «Giulii e Giulie» egiziani ingoiati nel buio degli apparati di regime.

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