Tunisia - Approvata la legge di “riconciliazione”

14 / 9 / 2017

Mercoledì 13 settembre il parlamento monocamerale tunisino ha approvato la cosiddetta legge di riconciliazione amministrativa, da anni combattuta dal movimento Manich Msamah (Io non perdono). Il provvedimento prevede l’amnistia per gli alti funzionari di stato che nell’epoca di Ben Ali furono implicati in casi di mala gestione delle finanze pubbliche, escludendo però l’appropriazione indebita e la corruzione in senso stretto. Per questi ultimi crimini, tale legge prevede un meccanismo di risoluzione “amichevole” presso una commissione di riconciliazione nominata dal governo, che stabilirà il montante della pena pecuniaria da pagare per la riabilitazione. In entrambi i casi, i processi giudiziari attualmente in corso verranno meno. Una seconda amnistia riguarda le irregolarità nei patrimoni all’estero non dichiarati e nella detenzione di valute straniere in Tunisia. Gli interessati avranno un anno per mettersi in regola con le autorità, pagando una penale pari al 5% dei beni in questione. Le risorse economiche provenienti dai tre “indulti” saranno trasferite a un fondo per lo sviluppo e l’impiego nelle regioni marginalizzate. Quest’ultima è una carota – assai magra per la verità – ai movimenti sociali esplosi nel sollevamento del 2011, nei quali le rivendicazioni di lavoro e sviluppo locale avevano una profonda centralità.

La legge di riconciliazione amministrativa fa parte di un più ampio progetto di normalizzazione con le élite più screditate del vecchio regime, voluto dal presidente della repubblica Béji Caid Essebsi. Tale progetto probabilmente vedrà in futuro anche un provvedimento per la riabilitazione degli uomini d’affari corrotti della cricca benalista. Esso aggira inoltre il processo di giustizia transizionale inquadrato nella Commissione Verità e Dignità, che sta attraversando a sua volta una grave crisi a causa dei dissensi interni ai suoi componenti. Infine, la riconciliazione si iscrive in un piano di riforma del sistema politico in senso presidenziale, e quindi di depotenziamento delle istanze rappresentative intermedie.

La legge di riconciliazione è stata approvata a larga maggioranza in quanto in ultima istanza appoggiata dai principali partiti della grande coalizione al governo, il modernista Nidaa Tounes (in gran parte emerso dai circoli del vecchio partito al potere) e l’islamista Ennahda. L’opposizione parlamentare è stata portata avanti principalmente dal Fronte Popolare, coalizione di partiti marxisti-leninisti e nazionalisti arabi. Il Fronte aveva richiesto che il testo legislativo venisse sottoposto al Consiglio Superiore della Magistratura prima che al Parlamento, ma le sue obiezioni non sono state accettate. Il deputato del Fronte Ammar Amroussia ha commentato: “Questa legge è uno stadio avanzato della controrivoluzione”. 

Ma, dal 2015 in poi, la più importante lotta contro il progetto di riconciliazione è stata portata avanti dal movimento Manich Msamah. Manich Msamah ha dispiegato una forte campagna mediatica e una serie di mobilitazioni di piazza che hanno messo in pericolo l’approvazione del progetto, ritardandola di due anni rispetto alle intenzioni del presidente. I militanti di Manich Msamah erano presenti al di fuori del parlamento con un lungo presidio, che è stato caricato dalle forze dell’ordine. Diverse manifestazioni di protesta in tutto il paese sono state indette per oggi.

Manich Msamah vede la riconciliazione non solo come impunità per la corruzione ma anche e soprattutto come simbolo e sintomo del tradimento della rivoluzione da parte delle élite politiche attuali, e quindi della continuità di un paradigma neoliberista reso ancora più feroce dalla sconfitta, perlomeno temporanea, delle aspirazioni profonde di giustizia sociale che hanno agitato la Tunisia in questi anni. È dunque chiaro che i fondi raccolti tramite la riconciliazione non porteranno a nessun vero cambiamento, non solo per ragioni quantitative ma anche perché i finanziamenti saranno qualitativamente gestiti sotto i parametri del comando delle istituzioni finanziarie internazionali e quindi degli interessi che esse rappresentano.

Una questione importante è anche il futuro di Manich Msamah, che raccoglie militanti di sinistra di vari orientamenti. Alcuni appartengono a strutture partitiche e sindacali preesistenti e quindi, presumibilmente, vedono Manich Msamah come una campagna sul tema specifico della legge di riconciliazione. Ma un grande merito di Manich Msamah è quello di raccogliere militanti interessati allo sviluppo di un’organizzazione di movimento diversa dalle tradizionali forme partito e sindacato. Fino ad ora, questa sensibilità non è riuscita a coagularsi in una organizzazione di movimento duratura ed estesa oltre la dimensione locale. 

Ci sono state quindi numerose discussioni sulla possibilità di trasformare Manich Msamah da un “single issue movement” a una organizzazione di movimento strutturata e capace di agire su più fronti. È probabile che l’approvazione della legge di riconciliazione amministrativa riproponga con ulteriore urgenza questi nodi alle valutazioni delle militanti e dei militanti tunisini.

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