Cogan, karras, easy rawlins e…le elezioni presidenziali americane

Due Americhe radicalmente diverse in campo attraverso una serie di suggestioni letterarie

8 / 11 / 2012

“Amato, completo gessato a righine bordeaux, camicia rosa con le iniziali sul polsino doppio sinistro, cravatta viola e oro, sedeva alla scrivania finto noce a forma di rene, e li squadrava […]”.

La breve descrizione con cui inizia il romanzo “Cogan” di George V. Higgins, fotografa perfettamente le caratteristiche dell’ambiente malavitoso bianco di Boston nel quale si consuma questa crime story. Di descrizione come questa nel libro ce ne sono, a metterle insieme, massimo una o due paginette: il resto è un susseguirsi di dialoghi, spesso dispersivi rispetto al nucleo della vicenda narrata – una rapina in una bisca clandestina e la caccia ai colpevoli – ma esplicativi della dimensione sociale e culturale di questo mondo. Anche nella versione cinematografica di “Cogan” prodotta da Andrew Dominik, sono sempre i dialoghi, anche se molto più  concentrati sulla crime story che nel libro, a consegnare agli spettatori uno spaccato preciso dell’ambiente malavitoso bianco, questa volta, di New Orleans e della Luisiana. Si tratta di bianchi che trafficano, vivono di scommesse, eseguono piccole commissioni “sporche” per il potente o l’organizzazione criminale dominante, rubano e rivendono di tutto (cani in questo caso), spacciano a volte o si fanno loro stessi, rapinano o rubano su commissione o per conto proprio, dentro e fuori dalla prigione, per mantenere sé stessi e, spesso una famiglia con figli, ad una vita normale, non certo da nababbi, comunque fuori dalle regole costituite ma dentro le regole non scritte della malavita urbana di Boston, New Orleans o, potrebbe essere benissimo, New York, Chicago ecc.

Fra loro anche veri professionisti lavoratori del crimine come Cogan o Dillon che al pari del famoso Wolf di “Pulp Fiction”, risolvono i problemi per il “capo” o per “loro”, come vengono sempre chiamati nel film e nel libro i vertici dell’organizzazione criminale “proprietari” delle bische clandestine. Uomini bianchi normali, con famiglia a casa, che si compiaccioni di poter far fuori la vittima di turno in fretta e presto per poter tornare a casa ad ore decenti la sera. Ma che vedono la vita nella stessa maniera degli altri che costituiscono il loro mondo: rapinatori, strozzini, allibratori, magnaccia, prostitute, killer a pagamento ecc.

Ad ascoltare i loro dialoghi si può cogliere una delle facce dell’America bianca che vota per Romney o che, comunque, voti o meno, si identifica con il sostrato culturale popolare che ne sostiene la candidatura contro Barak Obama, il comunista, nero e dalle origini non autenticamente americane che, con le sue politiche, gli vuole togliere la libertà. Cogan– nel film siamo nel pieno delle prime elezioni presidenziali di Obama – dopo aver ascoltato il discorso di investitura del nuovo Presidente che si rifà al senso di comunità e di appartenenza degli americani ad una comune nazione, ironizza sulle origini degli Stati Uniti, in fondo sorta non tanto sugli ideali scritti da Jefferson ma, dice Cogan, per una più prosaica questione di tasse e balzelli con la madre patria Inghilterra e ricorda come in America si sia sempre soli, da cui la sua coerente rivendicazione del suo diritto a ricontrattare con i committenti un compenso  più alto per il “lavoretto” fatto.

Quanto diversa è questa impostazione culturale, di uomini che vivono di crimini, da quella di uno dei tanti elettori bianchi repubblicani intervistati in questi giorni da RaiNews che ripetono come un disco rotto di votare per Romney per difendere la propria libertà messa a rischio dalle politiche sulla sanità di Obama e dal suo programma di welfare (molto timodo per la verità)?

Un concetto di libertà che in questi bianchi colpiti dalla crisi, più poor class che midle class ormai, siano essi malavitosi metropolitani o agricoltori del midwest, fondamentalisti cristiani antiabortisti e bigotti o piccoli imprenditori strozzati dalla crisi, razzisti e xenofobi del sud che odiano la nuova immigrazione ispanica tanto quanto gli afroamericani o pensionati ritirati in Florida che vedono erosa la propria posizione sociale conquistata negli anni, si incarna nell’utopia individualista del sogno americano minacciata da qualsiasi tipo di intromissione dello Stato (dalla pressione fiscale al finanziamento dei servizi sociali e sanitari). Libertà di credere nella possibilità di determinare il proprio destino con le proprie mani senza aiuto dallo Stato anche quando il destino li lascerà sempre in una condizione di povertà o precarietà: è il sogno americano che alimenta la cultura delle armi, dell’occasione sempre pronta per dare una svolta alla propria vita, della giustizia sommaria, del disporre della propria proprietà come meglio si crede, del diritto individuale inviolabile ecc., quella che ci hanno propinato per anni migliaia di film di genere hollywoodiani e molta della letteratura giallistica, hard boiled e noir americana.

Nel piccolo, sporco e povero mondo dei personaggi di Daniel Woodrell che troviamo sia in “Un gelido inverno”, di cui è stata recentemente proiettata nelle sale italiane una bella versione cinematografica, che in “Uno strano destino”, immersi nel profondo Missouri, più precisamente tra le montagne di Orzark, troviamo lo stesso concetto distorto di libertà. Forse qui si tratta – come probabilmente anche Cogan per altro – di persone che manco vanno a votare e neanche sanno chi siede alla Casa Bianca, così come non conoscono l’ubicazione della Serbia, dell’Afganistan o dell’Iraq per rimanere alle ultime “guerre americane” ma incarnano il sogno americano – per loro una chimera ma sempre possibile. Guai intaccargli questa visione della libertà anche quando vivono a stento di contrabbando di alcolici, si accoppiano per lo più tra consanguinei, non hanno riscaldamento e a volte da mangiare ma, in case fatiscenti, riescono ad avere un televisore al plasma davanti al quale imbambolarsi.

Lo stesso si può dire della “spazzatura bianca” di cui racconta la difficile esistenza nei suoi libri un altro grande autore statunitense, Russel Banks. Si coglie nei racconti de “L’angelo sul tetto” questa libertà di non dovere nulla allo Stato, di non chiedere nulla ma di sbarcare il lunario con precari lavoretti, con piccole truffe o semplicemente cercando di sopravvivere: un modo d’essere che percorre sotto traccia tutta la mobilitazione repubblicana per Romney. A prescindere da Romney perché non è per lui che si è mobilitata l’anima profonda dell’America bianca ma contro Obama e quella parte radicalmente diversa del Paese che è emersa nelle due ultime elezioni presidenziali.

E’ spiegabile in questo senso anche il sostegno a Romney di un regista come Clint Eastwood, di cui abbiamo negli ultimi anni ammirato una serie di film – da “Mystic River” a “Million Dollars Baby”, dal doppio “ Flags of Our Fathers/Lettere da Jwo Jima” a “Gran Torino” e “Changeling” – che meglio di molti altri hanno descritto l’America. Molti si saranno chiesti, io fra questi, come può un autore che produce film come questi, che presta un omaggio senza sé e senza ma alla figura di Nelson Mandela, che lavora in sintonia con Morgan Freeman o Sean Penn, sostenere uno come Romney? Perché, appunto, crede nella Libertà americana, nell’individualismo del farsi con le proprie mani senza l’aiuto dello Stato, che sente ogni forma di welfare una ingerenza; perché vede questo come un qualcosa al di sopra, che viene prima, che ne è paradossalmente il garante, dell’affermazione dei diritti civili, della convivenza, del fare comunità, persino di giustificare l’eutanasia come in “Million Dollars Bay”, mentre si mette insieme ai fondamentalisti cristiani nel sostenere Romney.

Certo, dietro Romney c’erano interessi forti, una parte del mondo finanziario e bancario che non tollera alcun controllo sulle proprie strategie, la lobbie dei petrolieri e una parte dell’industria militare e quella delle armi. C’è stato un elettorato di ceto medio che teme gli effetti della crisi, che gioca in Borsa, che teme qualsiasi tipo di pressione fiscale ma non è stato questo insieme di interessi come non sono stati i soldi stanziati da queste lobbie ad incidere maggiormente sulla improvvisa popolarità di Romney e sulla mobilitazione per il voto al candidato repubblicano alzandone inaspettatamente le quotazioni per la possibile vittoria sino alle battute finali della competizione elettorale, bensì quel grumo di valori dell’individualismo bianco che sono ancora fortemente radicati nell’America profonda. Il cuore nero profondo dell’America ha sostenuto Romney più dei soldi stanziati; avrebbe sostenuto chiunque avesse vinto le primarie repubblicane contro il pericolo nero, comunista e mussulmano rappresentato da Obama e dalla storia sua e della sua famiglia. A sostenere questa mobilitazione sono state le paure xenofobe per il sempre maggior peso delle minoranze etniche sulla società americana, il razzismo profondo verso i neri (più forte e radicato di qualsiasi altra forma di razzismo contro ispanici o asiatici pur presente negli States) di una comunità, soprattutto bianca, che sta facendo i conti con la crisi e l’impoverimento delle classi medie, il radicalismo religioso antiabortista e bigotto, l’anticomunismo viscerale che intende come comunista ogni forma di assistenza, aiuto o sostegno statale, che vede l’Europa in mano al socialismo perché i governi non aboliscono il welfare state, rivendicano la libertà di detenere e usare come meglio si crede le armi, non vogliono rinunciare al libero arbitrio nei confini della propria proprietà (anche quando non si è mai posseduto nulla di più di un camper o una catapecchia). Nei libri di Pete Dexter tutto questo è esplicito nelle vicende e nei dialoghi dei suoi personaggi, sia che siano bianchi che lavorano e trafficano attorno e nei cantieri edili di Filadelfia come in “Così si muore aGod,s Pocket”, sia che siano razzisti che vivono dell’odio verso i neri nel sud degli Stati Uniti come in “Il cuore nero di Paris Trout”.

La mobilitazione di questa parte dell’America è stata rivolta molto più contro un candidato considerato l’incarnazione di tutto ciò che mina la propria visione della vita che non a favore di un candidato e il suo programma. In fondo del programma repubblicano poco è importato a questa parte del Paese; Romney è stato sopportato più che sostenuto in questo senso da molta parte dell’elettorato repubblicano mobilitatosi in questi giorni.

Nell’altro campo anche Obama è stato sostenuto da altrettante lobbie che lo hanno foraggiato tanto quanto, se non di più del ricco capitalista Romney. Ha dovuto imporsi nello stesso Partito Democratico dove non ha goduto di un appoggio totale nella precedente legislatura, visto il tiepido sostegno dato dal Partito alla proposta di riforma sanitaria approvata attraverso molti compromessi al ribasso. Compromessi e cambi di marcia che hanno affossato le promesse più innovative fatte nella prima campagna elettorale come quelle relativa alla green economy quale bussola per il varo di nuove diverse politiche economiche americane, che hanno sfiorito ben presto lo slogan “Yes we car”. Ha saputo però navigare nella crisi sostenendo il sistema produttivo – gli aiuti concreti all’industria dell’auto ne sono uno degli esempi più evidenti – guadagnandosi il voto dei “blu color” e dei sindacati di categoria; ha mantenuto l’appoggio del mondo culturale dello spettacolo, dalle star della musica a quelle di Hollywood e sostenuto quel poco di welfare ancora presente nelle città sotto la stretta dei debiti, ottenendo proprio dall’elettorato metropolitano un appoggio decisivo. Basta guardare i grafici dell’andamento del voto per capire che questi mondi gli hanno dato un sostegno importante per la vittoria – dall’Ohio alla California, dagli Stati della costa occidentale con New York in testa alla stessa Florida.

Ma se questo diverso confronto e sostegno avuto dai due candidati sta tutto dentro alla tradizione delle elezioni presidenziali americane, la mobilitazione di due diverse Americhe contrapposte su tutto invece no. La novità non che si contrappongano radicalmente queste diverse culture presenti nella società americana ma che si siano così pesantemente confrontate nel contesto delle elezioni presidenziali. La virata improvvisa di Obama a favore dei diritti dei gay e degli immigrati è stata dettata certo da calcolo politico – guadagnare il voto della comunità gay e, soprattutto, della comunità ispanica non era fattore da poco per sperare nella rielezione alla Casa Bianca – ma probabilmente anche frutto di una tensione positiva dal basso portata dai movimenti, dalla mobilitazione di quartiere, dalle buone pratiche diffuse che hanno saputo inserirsi nel contesto della competizione elettorale.

Il rinnovato ma disincantato e disilluso appoggio al secondo mandato presidenziale di Barak Obama fornito dalla spinta dal basso della rivendicazione di diritti civili e di politiche di solidarietà, decisamente antiliberista, così come quello venuto dal cuore profondo dell’individualismo americano a favore di Mitt Romney, sono entrambi frutto del radicarsi nella crisi che attraversa il Paese e l’intero Pianeta dello scontro tra due concezioni sociali e politiche radicalmente diverse della società che hanno trovato, nello specifico, un ulteriore terreno di visibilità delle contrapposte opzioni sociali, economiche e politiche. Anche nel campo democratico, quindi, hanno pesato quanti si identificano con una America multietnica, solidale, critica verso il liberismo finanziario e bancario, dell’affermazione dei diritti civili e di cittadinanza, dei movimenti, di una idea di libertà dimetralmente opposta a quella di un individualismo rancoroso.

Si tratta di uno scontro tra due concezioni della società che ritroviamo in molte storie raccontate dalla letteratura di genere americana. Seppur attraverso la leggerezza e la piacevolezza delle vicende narrate nei romanzi della serie Hap e Leonard di John Lansdale, l’aver messo assieme in un territorio come il Texas, simbolicamente uno dei territori principe della cultura della Frontiera, della libertà nell’uso delle armi e del libero arbitrio del cittadino americano –  due figure come l’eterosessuale bianco Hap e l’omosessuale nero Leonard è già una eversione come dice lo stesso autore in molte interviste. Lansdale attraverso le vicende di Hap e Leonard racconta come anche in luoghi come questi si possano rompere le consuetudini e imporre nuove relazioni solidali tra persone di stili, culture e razza diversa.

Più di lui lo fanno autori metropolitano come George Pelecanos nella sua tetralogia “Waschington D.C., Quartet”, raccontando la storia del greco-americano Dimitry Karras e del suo amico nero Marcus Clay: una realtà multirazziale violenta quella dei quartieri popolari della capitale degli Stati Uniti dove i radicati pregiudizi di ogni comunità etnica pesano in negativo sulla possibilità di una convivenza comune, dove la solidarietà viene conquistata a poco a poco da una nuova generazione di greci, di afroamericani, di ispanici, di bianchi anglosassoni, giorno per giorno, rompendo con le tradizioni attraverso le azioni civili in quartiere ma anche creando nuove modalità di relazioni tra persone, persino tra coloro che vivono ai margini della legalità, che spesso la infrangolo e, a volte, violentemente come succede a Karras e Clay.

Lo stesso milieu metropolitano si legge nelle storie raccontate dallo scrittore nero Walter Mosley, autore politico, impegnato per i diritti della comunità afroamericana. Easy Rawlins, il personaggio principale dei suoi libri, detective privato nero senza licenza che fa più di un lavoro per mantenere la propria famiglia, si trova coinvolto in storie che affondano nella vita di tutti i giorni della Los Angeles multirazziale dove a fatica tentano di farsi strada buone pratiche solidali, progetti di quartiere, servizi sociali messi in piedi dalla volontà di piccoli gruppi solidali, cercando di intaccare il mondo di violenza costruito sullo spaccio di droghe, sulla guerra tra bande etniche, sulla corruzione politica e criminale.

Una rete di solidarietà e di appoggio alle persone nella solitudine della società americana – in questo ha perfettamente ragione Cogan quando dice che in America uno è sempre solo – che si coglie anche nelle vicende del detective privato Matt Studder nei bei romanzi metropolitani newyorkesi di Lawrence Block o, in un contesto completamente diverso come la New Orleans meticcia raccontata attraverso la vita dell’investigatore nero Lew Griffin dal poetico James Sallis.

L’insieme di questi mondi presenti nella società americana, che ha alimentato i movimenti contro la guerra, femministi, per i diritti civili, degli omossessuali, per la difesa di quote di welfare cittadino e il recente occupy moviment  ha fornito ad Obama la possibilità di rivincere le elezioni mettendo in campo una alterità alla concezione individualista, iperliberista e xenofoba che ha sostenuto il candidato repubblicano. Ma questa ricchezza che abbiamo cercato di evidenziare attraverso una serie di proposte di lettura si trova di fronte un interlocutore, Obama, inadeguato a coglierne la spinta e le opportunità. Obama così come il Partito Democratico rimangono perfettamente compatibili con l’estabilishment transnazionale di comando, in forma diversa ma allo stesso modo compatibili di come lo sarebbe stato Romney e il Partito Repubblicano  con gli interessi economici, politici e finanziari del liberalismo dominante. E’ questo il problema lasciato irrisolto dalle elezioni americane e che solo il livello del conflitto sociale può dipanare nel prossimo futuro.

Piccolo percorso di lettura proposto:

George V. Higgins

“Cogan”, Einaudi, 2012 e “Gli amici di Edde Coyle”, Einaudi, 2005

Daniel Woodrell

“Un gelido inverno”, Fanucci, 2007 e “Uno strano destino”, Fanucci, 2008

Russel Banks

“L’angelo sul tetto”, Einaudi, 2005, “Il dolce domani”, Einaudi, 1998 e “La tormenta”, Einaudi, 1995

Pete Dexter

“Il cuore nero di Paris Tout”, Einaudi, 2005 e “Così si muore a God’s Pocket”, Einaudi, 2010

John Lansdale

La serie di Hap e Leonard: in tutto sinora 8 romanzi tradotti di cui i primi 6 editi da Einaudi e gli ultimi 2 da Fanucci. In particolare segnalo “Much Mojo” e “Il mambo degli orsi” entrambi editi da Einaudi.

George P. Pelecanos

Segnalo della serie con protagonisti Karras e Clay in particolare “King Suckerman”, Shake editore, 2002, “Una dolce eternità”, Mondadori, 1998 ma anche, con altri personaggi, “Angeli neri”, Piemme editore, 2006 e “Strade di sangue”, Piemme editore, 2006.

Walter Mosley

“Little Scarlet”, Einaudi, 2008, “Un bacio alla cannella”, Einaudi, 2010 e “Il diavolo in blu”, Einaudi, 2011

Lawrence Block

Segnalo in particolare “Le colpe dei padri”, Fanucci, 2005, “Il codice Scudder”, Mondadori, 1981 e “L’ottavo passo”, Sellerio editore 2011

James Sallis

Con protagonista Easy Rawlins “La mosca dalle gambe lunghe”, Giano editore, 2004, “La falena”, Giano editore, 2005, “Il calabrone nero”, Giano editore, 2005, ma anche i due “Cypress Grove Blus”, Giano editore, 2006, “La strada per Menfis”, Giano editore

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