Diritto di migrare e criminalizzazione della solidarietà nel tempo dei populismi. Il report del dibattito.

27 / 6 / 2018

Lunedì 25 giugno si è svolto nel second stage dello Sherwood Fesival il dibattito “Diritto di migrare e criminalizzazione della solidarietà nel tempo dei populismi". Ospiti della serata Domenico Lucano (Sindaco di Riace in collegamento telefonico), Riccardo Gatti (Proactiva Open Arms), Andrea Segre (regista), Giulia Crescini (ASGI), Tiziana Barillà (giornalista de il Salto). A coordinare la discussione Stefano Bleggi del Progetto Melting Pot Europa.

Il connubio “migrazioni-solidarietà” si sta sempre più politicizzando, anche in risposta a quella criminalizzazione dell’attivismo “umanitario”, inaugurata in Italia dall’ex Ministro dell’Interno Marco Minniti e proseguita con ancora più veemenza dall’attuale governo. La chiusura dei porti, il razzismo istituzionale sbandierato da Matteo Salvini e pienamente assorbito dal Movimento 5 Stelle, il fallimento delle ultime negoziazioni europee in tema di politiche migratorie se da un lato restringono sempre di più la libertà di movimento delle persone, dall’altro polarizzano la società creando le premesse per uno scontro politico che ecceda il tradizionale alveo dell’antirazzismo.

Nel nostro Paese esistono da anni esperienze che hanno “fatto scuola” in tema di solidarietà. Tra le più importanti c’è sicuramente quella del comune di Riace, situato nella Locride, una delle zone con più alta “densità mafiosa” al mondo. «Riace è stata innanzitutto un’idea e poi una realizzazione pratica di convivenza civile con persone arrivate da ogni parte del mondo» dice Mimmo Lucano, che individua le cause di questo fenomeno in una sorta di empatia collettiva venutasi a creare tra la popolazione della cittadina calabrese, che storicamente ha vissuto il fenomeno dell’emigrazione di massa, e i primi migranti arrivati alla fine degli anni ’90. «Utopia della normalità» la definisce il sindaco, che si contrappone innanzitutto alla visione emergenziale che negli ultimi anni ha dominato la scena politica in tema di migrazioni. Un modello che si è contrapposto dall’inizio all’ingerenza della criminalità organizzata nella vita sociale e culturale e che adesso già attaccato da Marco Minniti, viene messo profondamente in discussione da Matteo Salvini e dalla sua «industria della paura». «Riace fa paura perché ha dimostrato di essere un modello replicabile e perché sta contaminando un intero modo di fare accoglienza dal basso da parte di tanti comuni» sostiene Lucano, che conclude il proprio intervento facendo riferimento alla varie inchieste giudiziarie che stanno colpendo lui e la sua giunta.

Sempre sul “modello-Riace” è intervenuta Tiziana Barillà, che recentemente ha scritto un libro proprio sulla figura del sindaco calabrese, intitolato Mimì Capatosta. Mimmo Lucano e il modello Riace (Fandango libri, 2017). «Il temine “modello” è drammaticamente sbagliato» chiarisce Barillà, «ma nel caso di Riace aiuta a capire come un’idea possa funzionare – paradossalmente – proprio nella sua “normalità”». A Riace il primo sbarco di migranti – tutti di origine curda – avvenne nel 1998 e diede immediatamente vita a forme di accoglienza informale, grazie alle quali le persone vennero ospitate nelle case abbandonate. Case che, in seguito, sono state ristrutturate dai migranti, che hanno reso nuovamente vivi i luoghi che proprio l’emigrazione aveva lasciato vuoti. Vent’anni dopo il risultato è paradossale, perché Riace ha più difficoltà di quando non aveva finanziamenti: un sistema che è stato messo in piedi proprio grazie alla spinta che veniva dall’accoglienza informale, oggi viene smantellato perché l’accoglienza diffusa non è il cuore delle politiche migratorie europee e nazionali. Il nuovo governo, che non si è pronunciato mai sul fenomeno della criminalità organizzata, vede nel modello Riace un nemico da combattere perché, sostiene la giornalista, «a Riace, come in altri posti dove si pratica questo tipo di accoglienza, non c’è il “noi” e il “voi”, ma c’è un “per tutti”, un’idea di comunità fondata sui beni comuni».

Le iniziative messe in campo dal neo ministro dell'Interno Salvini, nonostante il tentativo di presentarle come nuove, si pongono in perfetta continuità con gli interventi in materia di politica migratoria e di governo della mobilità umana attuati dall’Italia e dall’UE negli ultimi decenni. Quello che oggi è cambiato è l’egemonia della retorica nazional-populista nel trattare il tema delle migrazioni. A tutto ciò si accompagna una volontà di colpire e delegittimare le organizzazioni e gli attivisti che praticano azioni di solidarietà verso le persone migranti. Anche qui non ci troviamo di fronte ad un fenomeno nuovo, ma che ha avuto un evidente “salto di qualità” prima con il Piano Minniti contro le Ong che operano nel Mediteranno centrale per salvare vite umane, poi con gli attacchi diretti del duo Salvini-Di Maio.

«Nel Mediterraneo c’è una vera e propria guerra, che non ha nulla a che vedere con i salvataggi in mare» dice Riccardo Gatti della Proactiva Open Arms, che ricorda come le guardia costiera libica abbia in un'occasione sequestrato l'equipaggio e in un'altra sparato dei colpi in aria per intimidirli. L’organizzazione di cui fa parte è stata recentemente al centro di un procedimento penale – archiviato pochi giorni fa - da parte della procura di Palermo, relativo a un salvataggio della nave Golfo Azzurro avvenuto nel maggio 2017. Secondo Gatti l’attacco mediatico, giudiziario e politico alle pratiche di solidarietà e di soccorso «mira a distruggere l’idea stessa di umanità». Tutto questo nasce dal paradosso che le “normali” operazioni di salvataggio, che dovrebbero essere compiute dalle istituzioni europee, vengono attuate proprio dalle Ong. I numeri di questo attacco parlano chiaro: «circa un anno e mezzo fa operavano nel Mediterraneo centrale 11 navi ong, oggi sono rimaste solo in 2». La chiusura dei porti rappresenta solo l’ultimo anello di una catena, che parte proprio da un tentativo sistematico di delegittimare il lavoro delle ong, perché questo dimostra chiaramente che le morti in mare sono evitabili e mette a nudo il fallimento dell’Europa e dell’Italia.

La questione migratoria va affrontata sempre in una prospettiva internazionale, che comprenda quantomeno l’intero bacino del Mediterraneo e i Paesi limitrofi. «Come ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull'Immigrazione) stiamo cercando di evidenziare le falle giuridiche, oltre che umanitarie, di tutto il sistema attraverso cui vengono gestiti i flussi migratori» dice Giulia Crescini. La svolta in tal senso è avvenuta con gli accordi con la Libia fatti dall’ex ministro dell’interno Minniti che, di fatto, spostano definitivamente il controllo dei flussi – e delle frontiere europee – in quel Paese. Gli accordi prevedono che la Libia venga foraggiata – in termini di denaro e mezzi – «per operare gli intercetti in mare al posto dell’Italia, evitando che i migranti possano fare domanda d’asilo già sulle navi della marina italiana». Oltre a questo, gli accordi prevedono anche il finanziamento dei campi di detenzione, che si sono dimostrati essere dei veri e propri lager. «Il problema è che questo sistema viene legittimato anche da UNHCR e OIM» continua Giulia Crescini. Proprio l’ UNHCR si è fatta carico di trasferire i migranti dalla Libia al Niger, che sta diventando un altro Hub di un sistema di respingimento seriale che diventa sempre più complesso e disumano. In tutto questo viene reso difficile anche il lavoro fatto da chi cerca di monitorare la situazione.

Per il regista Andrea Segre, che è anche tra i promotori del Forum nazionale "Per Cambiare l’Ordine delle Cose", la criminalizzazione della solidarietà – e delle migrazioni stesse – parte dalla volontà di tenere fuori milioni di persone dall’orizzonte visivo “occidentale”. Una volontà che miscela istinto di conservazione con la speculazione politica di chi – come il leader della Lega – «sta tentando di vendere un sogno nascondendo l’incubo». In realtà quello che stiamo vivendo è una trasformazione epocale dei rapporti globali, sociali, demografici che forse non ci aspettavamo: «non era previsto che le persone attraversassero migliaia di chilometri a piedi e il mare semplicemente spinti dalla volontà di ridiscutere la natura del disequilibrio planetario». Secondo Segre è necessario emanciparsi dalla logica esclusiva del “salvataggio” per ragionare su alternative concrete, per i migranti, in termini di del diritto alla mobilità umana e condizioni materiali di vita.

Il giro finale di interventi ha visto gli ospiti dibattere sull’ipotesi di costruire istanze comuni, partendo dal presupposto di andare oltre l’attuale dicotomia tra contenimento o respingimento dei flussi migratori e accoglienza percepita meramente in termini caritatevoli. Se per Giulia Crescini e Riccardo Gatti bisogna ripartire da un’idea forte di libertà di movimento e diritto a migrare, Tiziana Barillà ha insistito sul recupero del valore della disobbedienza alla legalità e Andrea Segre sul superamento della parcellizzazione che esiste tra le tante realtà che agiscono, con ruoli e competenze diverse, sul tema delle migrazioni e della solidarietà.

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