Un contributo alla discussione

Coltura intensiva di differenze

Zoe e la costruttività della differenza

22 / 9 / 2010

                                                                   Chi sono in tutto questo, io?

                                                                                Dove cercare in me?

                                                                     E come dar risposta a tutte

                                                                         queste voci, alla natura?

                                                                                             Nika Turbina

La temperatura delle città postindustriali possiamo misurarla sulla nostra pelle, tentando una media tra i giorni che brucia e i giorni che ghiaccia. Ma la media non c'è. La linea retta disegnata dal mercurio nel termometro è metafora che non regge le metamorfosi in corso. Si spacca in mille punti e il mercurio s'espande tutt'intorno.

Il clima è schizofrenico. La misura è ciò che resta di una morale che non ci serve a uscire dalla crisi.

Ricordiamo a malapena quando ci siamo entrati in crisi. Politica, militare, civile, economica, sociale, ambientale, climatica...un interminabile appello allo stato d'allerta viene pronunciato ogni dì, almeno dal 1989 in poi. Cosa che ci ha indotto a pensare a questa fase tecnologicamente guidata dal capitalismo avanzato come una fase di crisi permanente, caratterizzata dall'economia della catastrofe: la politica come sistema di gestione della passione negativa, della paura. Eppure molto è cambiato da quando nell'immaginario sociale la catastrofe era associata al nucleare. Oggi l'incidente fatale ha sempre più a che fare con il disastro ecologico, l'immunodeficienza e lo scalpitare di virus incattiviti dalla libera circolazione di merci e individui. Virus dell'aviaria, AIDS, terremoti e maremoti sono solo alcuni esempi di paradossi che ci riguardano da vicino: più la vita è il fulcro di produzione e controllo, più aumenta la sua capacità di ritorcersi contro.

Questo punto non va taciuto: l'economia politica della paura benedice come sua apologia ogni forma di allarmismo suscitata dalla pure oggettiva crisi climatica. Sia chiaro che il fine rimane la diffusione capillare del senso di insicurezza. Se nessuno si fida più del presente, pochi immagineranno un futuro sostenibile , molti s'affretteranno a consumare il possibile. Questo è il triste e improprio sillogismo della restaurazione neoliberista. Questo è quello che ci proponiamo felicemente di ribaltare .

Cominciamo dallo stile del pensare: ci muove la passione verso un futuro differente, perchè solo così sappiamo rendere sostenibile il presente.

Questo nostro presente è però estremamente striato, in nessun luogo vige più il principio di non contraddizione. Ciò nonostante noi siamo in cerca, e in costruzione, di uno spazio intermedio. Ne abbiamo bisogno per non cascare a peso morto nelle attuali (e finte) soluzioni: non ci convince l'esagerato ottimismo neodeterminista dei genetisti, né il tecno-utopismo di molti intellettuali “organici”, né l'essenzialismo dialettico delle sinistre storiche (altrimenti detto opportunismo politico...). Sappiamo quello che non ci serve per far fronte a questa crisi climatica che solo climatica non è: non ci servono arcaismi, binomi che corrono lungo binari morti del tipo “naturacultura; umanoanimale; macchinaambiente”.

Ma siamo già abbastanza intelligenti da scorgere quello di cui abbiamo bisogno?

Verso Cancun, lo stiamo diventando.

Saremo forse in grado, come suggerisce Hardt nel suo “le due facce dell' Apocalisse”, di creare degli interstizi tra movimenti anticapitalsiti e ecologisti, capaci di promuovere una prassi politica trasformativa dell'esistente?

E se a questo sforzo ne aggiungessimo un altro, lontani anni luce da ogni essenzialismo, e guardassimo con curiosità anche ai movimenti femministi?

I movimenti delle donne, soprattutto quelli legati al materialismo corporeo, leggono la postmodernità come caratterizzata dal ritorno degli “altri” della modernità: la donna, l'etnico, il naturale, il macchinico erano i tradizionali esclusi, sfruttati del capitalismo industriale. Quello che queste femministe sottolineano è che questi corpi sessualizzati, razzializzati e naturalizzati non tornano, nell'era del cosiddetto biopotere, solo come indicatori di confine e marginalizzazione, ma anche come “controsoggettività” , cioè luoghi del soggetto potenti e alternativi. Questi corpi da sempre intesi come “differenti” in senso spregiativo sono usciti dal circo dell'“alterità” che li vedeva cannibalizzati e mostruosi, per entrare in una nuova zona di visibilità, quella dei movimenti.

Qui le differenze significano solo al positivo. Sono vettori di potentia e desiderio di contaminazione. Qui le differenze trovano modo di non convergere in alcuna sintesi e al contempo di spingere insieme in una direzione precisa e decisa in comune: i movimenti delle controsoggettività sono schegge di divenire, fotogrammi di decostruzione creatrice capace di scardinare il ruolo di soggetto dominante. Quello che viene eroso dalle controsoggettività è proprio il soggetto che si è autoproclamato unico, maschio, bianco, eterosessuale e razionale, proprietario di beni e urbanizzato. A cadere è la pretesa di questo soggetto di fare di “tutto il resto” una protesi.

In un certo senso, la casalinga è un' invenzione quanto la lavastoviglie, l'i pod e i treni ad alta velocità: protesi lanciate nel vuoto da un uomo troppo sicuro delle sue buone intenzioni.

Dannato antropocentrismo! Secoli di barbarie per produrre più suv; per andare in centro a fare la spesa; per parcheggiare proprio fuori al supermercato; per comprare riso basmati aromatizzato alla pizzaiola pronto in 2 minuti al microonde; per dimenticare di avere le gambe sotto la pancia e il petrolio nel suv; per dimenticare di avere un limite.

Come la differenza anche il limite non è solo al negativo. Il limite, nella pratica politica femminista del posizionamento, è il divenire soglia delle linee di confine: la soggettività è porosa e non finisce dentro l' “io” , nelle sue multiple concatenazioni impara il rispetto per ciò che non è.

La Braidotti di “Etica Nomade” illumina a riguardo: la crisi che non è solo climatica mette in risalto il ritorno degli altri si, ma non solo degli altri “tradizionali”, soprattutto evidenzia il ritorno dell'altro dal corpo vivente. Che è anche la Deepwater Horizone che si rompe in pieno Golfo del Messico spruzzando il suo olio di morte tutt'intorno. L'oceano è vita come è vita un essere umano. Solo che non è vita discorsiva, non è a pieno titolo bios, forse è più vicino a zoè, sicuramente è lontano dal logos occidentale. In ogni caso, facciamo dei distinguo: se per bios hanno già inventato nuovi modi di accumulazione e nuovi dispositivi di governance, per zoè, la vitalità generatrice del nonpre umano la partita è ancora tutta da giocare.

In questo senso la Braidotti ci invita a leggere i limiti: le controsoggettività sono entità ecologiche che sanno che la vita non coincide con la loro coscienza e ne fanno un punto centrale della propria prassi trasformativa. Le forze vitali eterogenee sono ciò che sfugge ai dispositivi disciplinari e ciò che biopotere e informatica del dominio si propongono di controllare. La nostra possibilità di riuscire poggia sull'assunto che zoè è la vita colta nel suo stesso divenire, negli spazi di mezzo, è interconnessione tra sé ed altri, inclusi gli altri della “terra”. Intesa in questo modo, zoè è un “common wealth”. Così, la sostenibilità stessa diventa un bene comune, nella doppia accezione dell'uso corrente. La sostenibilità è un bene comune come contingenza di equilibri precari e pre-umani, come materialità degna di essere vissuta. Ma è bene comune anche nella misura in cui è produzione immateriale dell'agire umano collettivo, cioè come capacità visionaria di garantirci un futuro differente.

Ma come si misura il comune? Come si misura zoè?

Le femministe nomadi sostengono che zoè è la vitalità della vita che non si cura minimamente del controllo razionale. La loro risposta suona per noi come una felice risata: che i medici ripongano i termomentri rimane un obiettivo politico fondamentale. Ma dato l'attuale accanimento terapeutico non possiamo attendere che l'equipe capitalista s'accorga dell'impasse. Le sale d'attesa puzzano di nostalgia e immobilismo.

Più divertente, come suggerisce Hardt, è lanciare i dadi e seguire con attenzione, e un tocco di leggerezza, il gioco. Citando ancora Hardt, partiamo dal fatto che movimenti anticapitalisti, ecologisti, antirazzisti e femministi si sono accorti che il “valore della vita” è “l'unico criterio di valutazione”. Poi disegniamo le nostre nuove cartografie, badiamo a segnalare le affinità, le zone di prossimitàpromiscuità. Facciamo delle nostre collocazioni dei luoghi ad alta densità conflittuale. Facciamo in modo che queste collocazioni esprimano le nostre memorie radicate e incarnate e che stabiliscano delle aree di responsabilità condivisa.

La mia collocazione eccola qua. Figlia della cultura biotech ignoro quasi cosa sia una mucca pur vivendo nella parte di mondo che consuma più di quello che produce per allevarne una. Però so benissimo come funziona il digitale terrestre, sebbene non me ne faccia nulla. Sono cresciuta in quella che i classici chiamavano “campania felix” e che ora produce solo morti per amianto, camorra e mozzarelle alla diossina. E più la terra veniva inghiottita da termovalorizzatori e centri commerciali più gli uomini e le donne lamentavano scarsità di mezzi e di reddito.

Ecco, la politica femminista delle collocazioni ci aiuta a “dimenticare di dimenticare”. La politica delle affinità, cara a Donna Haraway, ci aiuta a capire che dove c'è un nesso, c'è una rete di possibili alleatei.

Le responsabilità sono differenti nella misura in cui sono differenti le soggettività e la loro titolarità ai diritti. Tuttavia questo mondo ha la forma di una palla e gira gira non si può certo isolare con una diga il Golfo del Messico per impedire che gli effetti devastanti della marea nera si facciano sentire ovunque, e chissà quando. Il termometro si è frantumato e nel tentativo di ricomporlo qualcunao, qualcosa, si taglierà più di altrei.

Non possiamo attendere che la catastrofe punisca i cattivi. Sarebbe, come indicava Hardt, un ricadere nella morsa del millenarismo. Non possiamo incuterci timore per indurci al cambiamento. La rotta si inverte se la ciurma è felice. Gli interrogativi si moltiplicano proprio su questo punto, si fanno sempre più irriverenti. Potremmo provare a sintetizzarli così: come si lega la potenza del desiderio, che tanta parte ha avuto nelle lotte che ricordiamo, con l'urgenza di un egalitarismo biocentrico?

Vandana Shiva sostiene questa urgenza in nome della messa al bando di specismo, sessismo e razzismo dilaganti. Questa nozione le serve a prendere parte contro il biosaccheggio compiuto dalle lobby e dalle coporation neoliberiste. E questa prospettiva pare funzionare, a patto di non fare confusione. Non facciamo la carità quando diciamo che l'acqua, la terra, le donne e le tartarughe hanno dei diritti. Facciamo giustizia. Basta con l'appropriazione indebita da parte dell “uno” a svantaggio delle differenze, molteplici ed incarnate. È tempo di no profit e diritti collettivi. Egalitarismo biocentrato come stima e cura per le diversità biologiche e culturali, come amore capace di preservare e migliorare i beni comuni.

Attenzione, i beni comuni vanno intesi come beni ad alto contenuto differenziale: sono naturalimacchinicite-cnicianimaliculturalisocialiinformatici...non dimentichiamoci del monito femminista, sono strani ibridi quelli nati dall'impatto di tecnè su bioszoè!

Beppe Caccia ci ricorda nel suo saggio “Crisi climatica e pratica del comune” che Crutzen ha chiamato l'era attuale “antropocene” al fine di evidenziare l'impatto dell'arroganza del maschio bianco razionale e proprietario su quel complesso interrelarsi di flussi e forze vitali che chiamiamo mondo. La Braidotti ci ricorda in “Etica Nomade” che da questa antropocene in molti hanno tentato vie di fuga: Vandana Shiva e Felix Guattari, leggendo le mappe disegnate dalle lotte degli utlimi decenni, hanno abbozzato altri modi di stare al mondo; dei modi che enfatizzassero il desiderio politico primario: la riappropriazione singolare e condivisa della produzione di forme di vita. L'una ci ha parlato di sistemi autopoietici, l'altro di caosmosi.

Entrambi scommettono sulla possibilità di connessioni qualitativamente positive e potenti tra bioszoètecnè, cioè le macchine incorporee del linguaggio, la materia organica e i suoi flussi, i prodotti tecnologici e informatici. La verità del mondo non può essere solo quella dell'uomo.

I gigli marittimi e le barriere coralline avranno pure delle loro verità, e una di queste è che “noi” non siamo solo esseri umani, ma la vita tutta, disseminata ovunque vi sia potenza generatrice. Ora occorre cercare nuove armonie, magari non proprio melodiche e rassicuranti, ma pure sempre all'altezza della sfida. Per fare a meno del petrolio senza rinunciare al laptor. Il minimo che ci meritiamo rispetto a quello di cui siamo capaci.

Verso Cancun, abbandoniamo per strada la morale del riconoscimento e della falsa uguaglianza, a favore dell'etica dell'interdipendenza, dell'ecologia micro-politica che quotidianamente fa della nostra rabbia degna un'attitudine costituente.

Coltiviamo intensamente le nostre differenze, consapevoli che le contraddizioni di questi giorni non saranno scavalcate a piè pari da un unico movimento che mira a un ideale universale. Insistiamo però su un progetto comune: che il mondo viva meglio, e noi in lui. Hic et nunc.

....è un processo biocompatibile e al contempo sovversivo!

                                                                                                      angela balzano

                         

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